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Il fenomeno Turoldo |
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Edizioni Parnaso, Trieste, 2004 - € 16,00
nota di G. Lucini
Libro direi eccezionale per comprendere la statura morale, poetica,
spirituale e semplicemente umana di David Maria Turoldo, questo libro di
Pietro Zovatto, poeta e saggista triestino, docent Il rigore filologico e la profondità / precisione dei riferimenti, pone, credo, questo testo come strumento indispensabile per uno studio della vita e dell’opera di Padre David Maria Turoldo, fornendo anche alcune coordinate imprescindibili per interpretare in modo più ricco la sua poesia. Il testo è molto curato anche nella bibliografia ed è corredato da un indice analitico e da un’ampia sezione di scritti inediti, alcuni molto importanti - come quello che riproduciamo dopo questa introduzione (che a dire il vero è già apparso su un periodico cattolico dell’Emilia Romagna ed è stato citato anche da Abramo Levi nelle sue interviste rilasciate a Poiein due anni or sono). Non possiamo quindi salutare con soddisfazione e segnalare questo importante testo, 180 pagine in formato quaderno, fitte fitte di notizie, osservazioni importanti, citazioni di autori e testimonianze rigorose e attendibili su Turoldo, che finalmente mette un po’ di chiarezza sulle tante “dicerìe” intorno al frate-poeta di Coderno, fornendo al lettore delle coordinate critiche di assoluto rigore.
Il testo che segue è eccezionale per la sua potenza, per la sua profondità, per la “terribile” poeticità di cui è intriso, terribile come la morte, appunto. L’ho sentito leggere per la prima volta dalla voce leggera di Abramo levi, ma è stato per come un tremendo scossone la forza di queste parole, la loro ciclopica e plastica espressività, il loro spessore filosofico, il loro tremendo alludere e insieme l’afflato di potente poesia che le connota. Credo che, dal punto di vista poetico, sia un punto di riferimento unico in un particolare momento storico che vede la morte sempre più praticata in forma di sfruttamento e di omicidio e allo stesso tempo sempre più rimossa dalla cultura.
Lettera medita a C. de Piaz *) per la morte della madre
Ave Maria - Udine, 7-10-1947
Camillo, ora mi sento ancora più solo, anche se mia mamma è accanto a me, morta. Che dono è la morte! Ora mi pare di comprenderti ancora di più, perché è da anni, da tanti anni, che tuo padre ti segue muto). Come ti avrei voluto vicino, in questi giorni di luce e di mistero! Sono come un trasognato che gira per le strade delle terra. Non vedo che la morte dappertutto. Ora mi tormenta questo pensiero: non so se la morte sia un'uscita o un ingresso. Perche Dio è qui, qui in questa vita. E' tremendo. Prega per me. Credevo di aver risolto tutto, e invece tutto si aggroviglia. Non so se devo dire un "requiem” o un “gloria". Mia madre è santa. E l’ho sepolta io, con le mie mani ho gettato io per primo, una badilata di terra sul Suo corrpo. Noi, forse, siamo nati per seppellirei a vicenda: forse anche ci uccidiamo a vicenda. Mia madre è stata uccisa. Ti spezzerei il cuore se ti potessi raccontare tutto... Ed ora,. invece di ritornare a Milano subito. mi soni i chiuso in Esercizi spirituali. Otto giorni di silenzio. Sento solo i il chiasso i che mi fa Dio, dentro. Ed ho una vi voglia di abbracciarti. come si abbraccia una tavola nel naufragio. Ma ho voluto mortificarmi. Rendermi più simile a mia madre che ora ha la bocca piena di terra. La vita, la morte, la fede, forse sonoaltro di quello che noi andiamo predicando, adulterando; forse questa che noi conduciamo non è che mimica. Ma è meglio non parlare: si rovina il Verbo. Meglio le cose, le inespresse cose, forse? Mia madre ora è ritornata alle cose, nella inespressione delle cose. in viaggio nella terra, come le pietre. Era fredda fredda quando l'ho baciata l’ultima volta: tesa e irrigidita all'infinito. Bellissima, come non la vidi mai prima. L'ho chiamata, ma non mi ha risposto. eppure mi sentiva. Quella non era la morte, era il Verbo. Il Verbo è inespressione. Iddio deve aver sempre socchiusa la bocca come i morti: per dire una cosa infinita che però non dice mai: questa è la verità infinita, che noi diremo morendo. La verità che ci costa la vita. E se anche Iddio parla. sono le cose, le cose finite: è la creazione, ma non il Verbo. Bisogna tornare a quella tensione, che è la morte, forse, per arrivare a quel punto. All’Arte, alla verità. Camillo il nostro i peccato è dire delle parole inutili; è fare letteratura anche sulla morte che è cosa antiletteraria per eccellenza. Siamo rovinati noi. Mia madre ha tanto taciuto quanto io ho parlato. Ho quasi orrore di me. Perché sono andato a seppellirmi nel silenzio, quando volevo, quando sentivo dentro questa voce? Forse io, nella mia vita, parlo per vendetta, per paura di quel silenzio che è il Verbo. “Ipse dixit et creata sunt” mentre per suo verbo non dice mai, ma vive, e basta. Ora cos’è la morte, dunque? Questo silenzio fa paura. E la Resurrezione di Cristo, cosa è? E’ una perdita o è un guadagno? Forse anche la resurrezione di Cristo probabilmente è un'altra cosa da quella che noi crediamo. E’ l'uomo che muore sempre, che tace sempre, a contatto del Verbo che vive sempre: ecco che cos’è la resurrezione di Cristo: la natura impedibile congiunta al Verbo, la natura fatta immortale per la morte: le cose e le parole finalmente unite al Verbo, all'Inespresso, al Muto, alla Taciturnità. Camillo, cosa ho capito in questi giorni cose che non ti posso dire. Mia madre era una monaca in paese. Non si è accorto nessuno di lei in vita; si sono accorti tutti nella morte. Scusami. Volevo solo dirti che ti voglio più bene oggi che mai. Perché i miei pensieri mi fanno paura. E io ho bisogno di te. Tu sei come il mio "obiectum”, la mia parete, contro la quale io vengo a sbattere, a infrangermi. E ora pensandoti, ti sento necessario. E domani dovrò lasciarti e partire: anche questo passo verso il quale mi sono sporto mi fa paura. Cosa succede di noi? Anzi, cosa ci succede? Non so cosa farò domani, solo. Penso agli amici come le mie mani, con le quali palpo le cose, con le quali mi nutro, e consacro. Anche ad essi vorrei scrivere. Ma aspetto un momento più calmo, più disteso; specie per Apollonio **). Io forse, scandalizzo tutti. Sono un distruttore. Tanto che ho voglia di piangere. Tuo Davide
*) Camillo de Piaz, intellettuale valtellinese, confratello di D.M. Turoldo, che condivise con il poeta molte iniziative sociali e culturali e pastorali, vive oggi a Tirano (So). Turoldo lo considerava il suo migliore amico e consigliere. **) Mario Apollonio, insigne critico, italianista, studioso di Dante e professore all'Università Cattolica di Milano. Fu colui che "scoprì" le doti di Turoldo come poeta. Partecipò (con De Piaz e altri) insieme a Turoldo alla redazione del foglio clandestino "L'uomo", durante la Resistenza.
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