IGINIO UGO TARCHETTI:

UNA ROMANTICA BIOGRAFIA


Di Francesca Santucci

    

     

      

Saper vorrei se s'amano

nella fossa i defunti,

se amor le fredde ceneri

serbano e i cuor consunti;

saper vorrei se giacciono

nello avello abbracciati

i morti amanti, e scambiansi

dei baci ardenti, dei baci infuocati.

Muta è la fossa, o povera

fanciulla mia, né il lieto

dei vivi amor la lapide

scalda del sepolcreto;

se i morti amati baciansi

nello avello abbracciati,

cara fanciulla, credilo,

son freddi baci, son baci agghiacciati.

Ma lascia, o cara, il lugubre

fantasticar di morti,

finché da dolce errore

noi non sarem risorti,

lascia, o fanciulla, il lugubre

fantasticar di morti.

Sai dirmi il tempo ov'è che è dileguato?

Sai dirmi il sogno ov'è che ho un dì sognato?

Sai dirmi il vento ov'è che è già spirato?

Sai dirmi ov'è l'amore ond'io t'ho amato?

     

(I. U. Tarchetti, "Il Gazzettino", 22 novembre 1867)

       

“Iginio Ugo Tarchetti, già lungo un metro e ottantaquattro, mi cresceva sott’occhio ad ogni passo, fino a raggiungere altezze olimpiche…”

Le parole dell’amico Salvatore Farina, colui che più di ogni altro ha contribuito ad alimentarne il mito, sembrano essere presaghe delle vette letterarie che Iginio Ugo Tarchetti, l’esponente più autorevole della scapigliatura milanese, avrebbe potuto raggiungere se il destino non avesse predisposto per lui diversamente, se la vita, la stessa che, sue parole, “divorava”, non fosse stata minata dal male fatale dell'epoca, la tisi, e  precocemente troncata da un attacco di tifo.
Breve, infatti, fu la sua esistenza, segnata costantemente dalla consapevolezza della fine imminente, ma intensa,   profusa nella letteratura e nel giornalismo.


Scrisse di tutto: dall’articolo giornalistico alla poesia, dal racconto al romanzo, sempre vivendo all’insegna dell’attivismo, dell’impegno e dell’ardore che infondeva in tutte le sue esperienze, operando scelte dettate dalla passione e dall’istinto, anche se poi lucide e razionali furono la critica all’istituzione militare e alla guerra e la stessa decisione di abbandonare l’esercito. Soprattutto amava la libertà, proprio quella che sentiva mancargli al tempo della carriera militare, che lo guidò a lasciare una carriera sicura per vivere un’esistenza da scapigliato e che lo spinse a scrivere:
" A ventidue anni, con tante belle idee nel capo, con tanti affetti nel cuore, doversi seppellire tra le mura di un ufficio e contemplare il sole di maggio attraverso le gretole di una persiana! L ‘infimo degli insetti che ronza nella mia camera, l’infimo uccello che canta in un piccolo giardino del cortile, sono infinitamente di me più felici; essi vengono, vanno,vedono il sole,contemplano la natura; io darei tutta la mia vita per una sola delle loro giornate!"

Fra le opere più significative di Ugo sono da ricordare “Una nobile follia” e “Fosca”.
Frutto delle accese convinzioni pacifiste dell’autore, Una nobile follia è un romanzo antimilitarista che all’epoca suscitò molto scalpore e che, come riferisce il Farina,   venne bruciato da un caporale in molte caserme italiane come esempio per i soldati che, invece, nascostamente plaudevano.
Non è lontano il giorno in cui la condanna morale che pesa su questa istituzione avrà trionfato degli ultimi pregiudizi che la sostengono”: nucleo fondamentale del romanzo, precursore della moderna letteratura antimilitaristica, è la polemica contro l’istituzione militare e la guerra in generale. Il tema, drammaticamente attuale ai tempi di Tarchetti (ma anche ai nostri), che si trovò a vivere gli anni cruciali del Risorgimento, non si pone solo come discorso contro l’uomo che elimina l’uomo, ma è analisi lucida contro l’atto di uccidere e la follia militare degli uomini alla quale si può opporre solo il rifiuto del singolo, appunto la “nobile follia”.  Lunghe pagine sono dedicate alla coscrizione obbligatoria che strappa gli uomini alla libertà , alla vita di caserma, alla disciplina imposta, all’addestramento dei soldati, ai rapporti gerarchici. Ed è   proprio nella descrizione della vita nelle caserme che più viva si sente l’esperienza   vissuta dall’autore nel commissariato militare, tuttavia le idee espresse non sono solo considerazioni personali, bensì riflettono l’atteggiamento antimilitaristico ben presente nella cultura europea del secondo Ottocento.
 L’altro romanzo,“Fosca”, lasciato incompiuto e terminato da Salvatore Farina , ispiratogli da una donna realmente conosciuta, fu il suo capolavoro.

Dalle cronache del tempo emerge che Iginio Ugo Tarchetti era alto un metro e ottantaquattro, con volto ovale naso diritto, bella bocca, occhi d’un azzurro profondo solo un poco velati di tristezza, era bello e capace di provare e suscitare grandi passioni. Non aveva che ventiquattro anni e già scriveva in una lettera:”Molte donne ho amate, molte che mi hanno tutto sacrificato, avvenire, felicità, reputazione”.


Fu a Parma, nel novembre del 1865, quando ancora prestava servizio nel commissariato militare, prima di lasciarlo per vivere la sua esistenza da scapigliato, libera e dedita alla scrittura, che conobbe una certa Carolina, o Angiolina, parente d’un suo superiore.

Malata, epilettica, prossima alla morte, orribilmente brutta, le sue uniche attrattive erano gli occhi grandi e nerissimi e le trecce del colore dell’ebano; con lei lo scrittore intrattenne una relazione che causò un grande scandalo, causa non estranea alle dimissioni dall’esercito. Dell’esistenza di questa donna abbiamo la testimonianza dello stesso Tarchetti che scrive: ”Quell’infelice mi ama perdutamente…il medico mi disse che morrà fra sei o sette mesi, ciò mi lacera l’anima, vorrei consolarla e non ho il coraggio, vorrei abbellire d’una misera e fuggevole felicità i suoi ultimi giorni e v’ha la natura che mi respinge da lei” . Ugo suscitò in lei una grande passione e fu costretto a subire il folle sentimento.

La figura delle ragazza di Parma e della tormentosa relazione confluirono direttamente in”Fosca”.
Più che l’analisi d’un affetto, più che il racconto di una passione d’amore, io faccio forse qui la diagnosi d’una malattia. Quell’amore io non l’ho sentito, l’ho subito".

Giorgio, il protagonista, come Ugo, è un militare, Fosca, come Carolina, è una donna epilettica ed isterica, simbolo non nascosto di malattia e morte, corrispettivo femminile dello scrittore (malato di tisi), come lei tormentata dal bisogno ossessivo d’amare e d’essere amata.
Nucleo centrale del romanzo è proprio questo folle desiderio, causa di sofferenza fisica e dolore morale che condurrà entrambi alla distruzione, lui al collasso nervoso, lei alla tomba.
Voglio costringervi a ricordarvi di me, quando vi avrò oppresso con tutto il peso della mia tenerezza, quando vi avrò seguito sempre e dappertutto come la vostra ombra, quando sarò morta per voi, allora non potrete più dimenticarmi”.

Fosca non è però solo un’eroina letteraria della seconda metà dell’Ottocento, immagine di malattia e di morte (fantasmi sempre ben presenti nell’opera e nella vita dell’autore), ma anche una figura femminile moderna, volitiva, tenace, decisa ad affermare con ostinazione il diritto all’amore vietatole dalla condizione d’inferiorità in cui è relegata dall’orrida bruttezza.

Tu non sai cosa voglia dire per una donna non essere bella. Per noi la bellezza è tutto. Non vivendo che per essere amate, e non potendolo essere che alla condizione di essere avvenenti, l’esistenza di una donna brutta diventa la più terribile, la più angosciosa di tutte le torture”.
Non avendo, dunque, l’arma della bellezza, per realizzare compiutamente il folle desiderio si servirà di un altro elemento: l’ossessiva violenza persecutoria del sentimento amoroso.
Fosca sarà sempre ben lucida sui reali sentimenti di Giorgio, conscia che l’uomo, incalzato dai suoi suggerimenti, recita l’amore, ma , pur con la consapevolezza che l’inganno è tutto ciò che potrà ottenere, porterà avanti il gioco delle illusioni , esulando anche dai limiti imposti dalle convenzioni del tempo (si pensi agli incontri notturni), riuscendo infine a soddisfare l’irrefrenabile desiderio .
La notte d’amore tra i due sarà l’esasperazione dell’illusione; Fosca gli ordinerà “Sii mio!”;Giorgio ammetterà “Non ebbi la forza di resistere”. L’uomo, sconfitto , soccomberà alla passione , precipitando così nella disperazione, e la donna s’avvierà a spegnersi, tuttavia felice per aver appagato la sua ossessione amorosa.

Questo il finale nella finzione letteraria, nella realtà Ugo fu trasferito da Parma a Milano dove poi consumò gli ultimi tre anni della sua vita tra la frenetica attività letteraria, le precarie condizioni di salute e le difficoltà economiche; l’infelice donna gli sopravvisse,  ritornò nella nativa Sardegna, non lo rivide mai più, ma non lo dimenticò fino alla fine dei suoi giorni.
Tarchetti, già ammalato di tisi, morì per un attacco di tifo, in casa dell'amico Salvatore Farina che lo aveva ospitato, il 25 marzo del 1869; il giorno successivo sulla rivista letteraria “Il Pungolo"   si leggeva: “ …E’ morto dopo aver lungamente, coraggiosamente e dignitosamente lottato contro le brutali realtà della vita, nemiche accanite all’arte e alle sue manifestazioni; è morto quando la speranza di miglior avvenire, frutto di lavoro assiduo e di costanza indomabile, più caramente gli sorrideva; è morto quando gli sorridevano intorno attestati non dubbi della commozione profonda destata dai casi di questa povera Fosca, nella quale egli quasi morente versò tanta parte della vita che gli fuggiva- gioie, dolori, aspirazioni indefinite, proteste sdegnose, indignazioni sante- e quasi ad ogni linea, il presentimento della morte vicina…”.

Leggenda vuole che Carolina/Angiolina ogni anno, nel giorno dei morti, non abbia mai mancato di far giungere fiori sulla tomba del poeta.