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La lingua degli altri |
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[Josef Zoderer, pusterese, è uno dei più autorevoli scrittori altoatesini. Ha pubblicato numerosi romanzi in lingua tedesca. In italiano è comparso, fra altri lavori, la traduzione di "Die Walche", col titolo "L'italiana", un coraggioso romanzo-inchiesta (se così possiamo definirlo) sui rapporti fra diversi gruppi etnici in Alto Adige. Il suo impegno nel campo culturale e nel rapporto fra le diverse culture in una terra così problematica come l'Alto Adige, si ispira a una posizione di illuminato umanesimo, alla non violenza, al dialogo interetnico, così che il suo pensiero è un punto di riferimento per ogni cittadino dell'Alto Adige / Südtirol] - (n. di r.).
Noi tutti lo sappiamo…
I limiti del nostro universo linguistico sono i confini del nostro mondo. Quanto ci è più familiare è ciò che riusciamo ad abbracciare col nostro vocabolario abituale. Il resto ci è estraneo e spesso addirittura incomprensibile: l’estraneo può intimorire.
Il linguaggio dell’ “Altro”, l’inintelleggibile, l’indecifrabile, in poche parole l’estraneo, ci rende insicuri, ci irrita. La lingua degli altri può far paura, se non compresa.
La nostra identità e la nostra madrelingua sono come due occhi coi quali scrutiamo nel buio delle case dalle lingue a noi straniere.
Curiosità e sete della conoscenza dovrebbero farci diventare avventurieri, quasi ladri, scassinatori.
Dovremmo voler alloggiare nelle lingue degli altri e non importa se entrando da finestre aperte o scassinandone le porte.
Scopriremmo sempre l’”Ignoto”, sveleremmo misteri, forse senza neppure arrivare ai nascondigli più intimi, alle sfumature linguistiche e dialettali.
La lingua che abbiamo appreso da bambini è la nostra “Heimat”, il nostro nido esistenziale, anima e pelle.
Nessun’ altra lingua la può sostituire.
Le parole tramite le quali nell’infanzia ci siamo appropriati del mondo sono impregnate di connotazioni (tonalità, gestualità, colori, profumi) che non troveranno mai soddisfacenti traducibilità in una lingua in cui non si sia vissuti bambini.
Quando avevo quattro anni, pochi mesi dopo l’opzione per la Germania o l’Italia nel 1940, i miei genitori mi portarono via da casa, assieme ai miei fratelli, per trasferirsi in Stiria, a Graz. Da quel momento vissi in un paese straniero come se fosse la mia patria, e non vedevo alcuna differenza, neppure il fatto che per strada, in cortile e a scuola parlavo il dialetto di Graz come tutti quelli della mia età – la loro lingua era la mia – ma, chiusa la porta di casa mia, le parole improvvisamente mi si cambiavano in bocca, in un baleno mi si trasformavano nella testa in altre parole, o comunque era la mia bocca a pronunciarle in modo del tutto diverso, in sudtirolese. Tra le pareti di casa mia, parlavo senza accorgermene con un’altra lingua, parlavo come un bambino di Merano, non come uno di Graz. Quando poi mi stabilii definitivamente nella mia terra natale, ero ormai un uomo sulla trentina. La Heimat è una fortuna di cui un bel giorno si perde il ricordo, ma è nelle nostre ossa, in un nostro battito di ciglia, è tutto e quindi anche niente, è una lana finissima con cui fare un nido, è odore di cucina, la voce della mamma, che una volta coccola e un’altra sgrida. Si, certo, Heimat è ciò che si conosce così bene che talvolta non si sa più che farsene. Heimat è la lingua più intima e più consumata, più di tutto la lingua dei sospiri repressi. Assieme ad essa cresce la contentezza, ma anche la voglia di pericoli – lei, la Heimat, è stata ed è la prima ruffiana tra chi fa domande ed il mondo attorno a lui.
Spesso ho sentito dire che la Heimat è lì dove stanno gli amici, è quindi il luogo dell’amicizia. Lo hanno detto Max Frisch e tanti altri. E non è affatto sbagliato, solo che non si deve dimenticare di fare una distinzione. C’è – almeno per me – una Heimat della testa ed una Heimat del primo respiro. La prima è la Heimat trovata o eletta individualmente, quella per così dire esistenzialistica, il luogo, il paese o la città in cui ci si sistema con le proprie esperienze tra amici, perché gli amici almeno rendono meno lontana la lontananza, rendono meno estranea l’estraneità, con gli amici ci si potrebbe persino scegliere la Heimat, voglio dire quella della testa, il luogo in cui ci si sente a casa, ci si incontra dopo il lavoro, si mangia e beve assieme, si dividono curiosità e tristezza, rabbia e speranza, si gioisce assieme. Ma stranamente si continua a sognare ancora un’altra Heimat, che era tutt’un’altra cosa: una pesca sulla spalletta del ponte, le braghette che la mamma ci toglieva e lavava brontolando nel ruscello vicino. E cosi so soltanto ripensando cos’era la mia Heimat, qualcosa fatto di cose non importanti: buchi nella sabbia, nascondigli tra i cespugli, carbonaie e la paura cui mi ero abituato come ai richiami di mia madre.Spesso penso che il posto in cui mi sono sentito più a casa è quello in cui ho dovuto soffrire di più la paura, come se con la paura mi fossi conquistato il diritto di cittadinanza. E veramente qualche volta ho pensato di esser più grazerese della maggior parte di quelli che sono nati e vivono a Graz, io che non sono nato in quella città ma mi ci sono nascosto nelle cantine, per sfuggire alle bombe. La Heimat dell’infanzia è fatta di un tessuto di spazi immaginari; è una Heimat che probabilmente hanno anche i bambini senza patria, quale che sia il significato che diamo a queste parole: i figli di profughi, i figli di esuli, i figli di emigranti. È una Heimat che può essere il buio di un armadio o la penombra di uno scompartimento del treno, ai piedi della mamma o del papà o anche di estranei. E i rumori del treno mescolati alla polvere dell’estate e all’odore di insetti schiacciati. Solo l’infanzia si impossessa per sempre di quanto sembra inutile, di ciottoli, schegge di legno e sogni antichissimi. Stranamente queste cose in apparenza così futili non ci abbandonano, e in queste riconosciamo in qualche modo il mondo, e nel mondo continuiamo ad imbatterci in esse, in questa Heimat. Queste cose banali dei nostri primi anni offriranno fino alla fine riparo ai nostri sogni e alle nostre speranze. Non c’è patria della testa che possa sostituire le importanti banalità della nostra infanzia.
Con la mia lingua parlo volentieri un altro idioma, però scrivo i miei libri, sempre, con parole che più del novanta per cento della popolazione dello Stato in cui sono nato e di cui sono cittadino non capisce. Finora ho sempre avvertito questa diversità come una parte importante della mia avventura esistenziale, e non come una limitazione delle possibilità o della qualità della vita. E, certamente, fra i motivi ci sono (almeno inconsciamente) anche quello di appartenere a una delle minoranze linguistiche meglio protette in Italia e il fatto che la mia lingua sia la madrelingua di circa cento milioni di persone in Europa. Eppure continuano a chiedermelo: come ci si sente a essere un autore italiano che scrive i suoi libri in tedesco ed è tradotto in italiano da altri? Con delusione di alcuni di quelli che me lo domandano, i devo rispondere: non sono un autore italiano, perché autore italiano è solo uno che dispone della lingua italiana e del retroterra culturale italiano come del suo innato materiale da lavoro e nello stesso tempo come della sua officina. Questo non è il caso mio e probabilmente non lo è della maggioranza dei sudtirolesi tedeschi. Io quanto meno ho sempre fatto distinzione fra l’appartenenza a uno Stato e l’appartenenza ad una patria culturale. Non basta un passaporto italiano, ritengo, per fare d’un senegalese un italiano, lo qualifica solo come un cittadino italiano con i relativi diritti e doveri. E quindi io sono e mi sento un autore austriaco con il passaporto italiano. Perché sono nato in uno strano incrocio della Mitteleuropea, a sud delle Alpi, in un groviglio viscerale fatto di monti e valli, sotto i ghiacciai e fra le mucche, le palme e i meli, in questo Sudtirolo dei contrasti, piccolo territorio che è stato per oltre settecento anni parte dell’impero asburgico e che poi, dopo la prima guerra mondiale, divenuto oggetto di scambio politico, si è sottratto all’abbraccio del fascismo per gettarsi fra le braccia aperte del nazionalsocialismo. Oggi, qui, noi tutti – tedeschi, italiani, ladini – viviamo in quanto abitanti di questo paese le conseguenze della storia, e ogni giorno è un giorno di un vasto e imprevedibile processo di apprendimento della reciproca tolleranza e del reciproco rispetto. Io sono uno del quarto di milione di cittadini italiani di lingua tedesca del Sudtirolo con passaporto italiano. Però non mi importerebbe affatto se fossi venuto al mondo, anziché nell’ospedale di Merano, in un qualche accampamento o in una capanna ai margini d’un deserto o d’una steppa, se avessi aperto gli occhi al mondo accanto a un barattolo vuoto di conserva e avessi di lì a poco trotterellato nella sabbia o fra i cespugli d’una macchia: quella sarebbe oggi la mia Heimat, quella di cui mi ricorderei nella stanza d’albergo o nell’appartamento di un qualsiasi continente, probabilmente con trasfigurante nostalgia, e verosimilmente tenterei di rammentare il mormorio del vento ascoltandolo nella lattina di Cola o di Seven up, e mi guarderei attorno in cerca della sabbia o della macchia come d’una forma di sicuro riparo e quindi di Heimat. Ma, nel farlo, di che cosa dovrei sentirmi orgoglioso? La patria, la Heimat, secondo me, non è un merito, una medaglia. Casuale come il luogo del parto, la Heimat non può essere altro che un dono più o meno gradito. Per questo giudico il bisogno-richiamo di una bandiera un infantilismo patriottico.
Ciò nonostante vedo il singolo individuo segnato dell’ambiente in cui è nato e in cui ha vissuto i primi anni fino al raggiungimento dell’età adulta. E prendo corrispondentemente sul serio la via via accresciuta conformità fatta di gesti, mimica e soprattutto linguaggio – dal dialetto alla lingua letteraria -: quella conformità genetica che è insostituibile per dare un senso di appartenenza culturale. Perché racchiude la memoria e il sapere dei secoli e dei millenni. Senza dubbio sono più immediatamente influenzato da Goethe, Schiller, Grillparzer e da Kafka e da Musil che da Dante, Petrarca o Manzoni. E ovviamente non ho mai letto “Cuore” di De Amicis. Eppure sono convinto che Dante è da tempo inglese come Shakespeare è italiano, Molière tedesco e Goethe francese. Tutti noi più o meno colti europei (però penso anche all’America o più in generale al mondo che legge) siamo da tempo contaminati, vuoi attraverso il tradizionale processo di formazione scolastica, vuoi attraverso i media della carta stampata o elettronici, e siamo da gran tempo permeati e segnati quanto meno dal patrimonio culturale occidentale.
Quale influsso, quale inavvertita o visibile conseguenza esercita il fatto di dover essere tradotto nel proprio Stato sull’identità di chi scrive o su ciò che scrive? Sarebbe facile mentire, però io non esito a rispondere sinceramente: sì, io mi sono arricchito in questa situazione di confine. Mi sento tenuto sveglio, sono in uno stato continuo di incontro con un’altra cultura. Ed è per questo appunto che sono ritornato qui, benché abbia trascorso la prima metà della vita come uomo di città e all’estero. Ora vivo di nuovo, ormai da un quarto di secolo, a sud del Brennero, in mezzo ai monti. Benché la città mi attiri, è qui che trovo la misura di attenzione sociale per me sopportabile. E per questo dico: in questa terra di confine sono diventato un autore diverso, forse più ricco di esperienze, di quello che sarei se avessi vissuto la mia vita di scrittore in un luogo uniforme, molto lontano dal confine. Inoltre credo che noi sudtirolesi di lingua tedesca, ladina o italiana siamo diventati tutti più ricchi in quest’osmosi culturale quasi inavvertibile, spesso irritante a livello politico (seppure pacifica nella dimensione privata).Per anni, anzi, per otto decenni ormai, abbiamo, nolenti o volenti, praticato e condiviso la quotidianità espressiva dell’altra lingua. Chi parla italiano con un bolzanino tedesco supera automaticamente (con o senza sforzo) una linea di confine, un cancello verso un altro mondo d’immagini linguistiche, deve affidarsi a questo momento esistenziale dell’altra, forse estranea Heimat, abbandonarsi ad essa per il tempo in cui parla, e scambiare la propria immagine con l’altra, scambiare il mondo nel quale si sente a suo agio, con il mondo al quale non è abituato. Perché Brot si dice pane, ma il pane è nelle varie regioni d’Italia impastato e cotto in modi sempre diversi che ad Amburgo, Vienna o Monaco: Brot e pane sono portatori di mondi culturali cresciuti in modi assai differenti anche se poi, affamati o no, vi si possano affondare i denti e quindi placare la fame in giapponese, svizzero o senegalese. E quando tu, che parli una lingua diversa, torni di nuovo nel tuo mondo linguistico, può darsi che non ritrovi subito le tue immagini. Per questo, a volte, mi sento come un traditore di me stesso, oppure come uno che, in un corridoio, sta fra due porte chiuse: dov’è la stanza che mi spetta? Quando nella traduzione italiana o francese leggo un paio di frasi o alcune pagine di un romanzo che ho scritto in tedesco, mi scopro un altro e per lo più frustrato; leggo in gran parte un romanzo che mi si è estraniato, le mie immagini, quelle che ho pensato in tedesco, si sono trasformate, i miei sentimenti hanno indossato abiti diversi. Ma così deve essere, perché l’altro mondo culturale ha per i sentimenti e tutto il resto immagini cresciute diversamente. Ammetto di sentirmi spesso equivocato, a volte perfino svenduto a poco prezzo, e allora agito i pugni. Però so che non è tradimento, è il necessario scotto che si paga nel varcare porte verso l’ALTRO. È una spirituale avventura esistenziale che ci tiene vivi, ci rende più ricchi d’esperienza e supera la nostra ristrettezza d’orizzonti. Vivere sulla frontiera è indubbiamente un processo di arricchimento. Anche senza averlo sempre avvertito, ora con ripulsa e ora con disponibilità, nella frizione fra due grandi culture linguistiche (e l’intendo con reciproco vantaggio), ne è stata investita anche la mia identità di scrittore; il risultato è uno stato di attenzione continua, una specie di ininterrotta disponibilità sia alla lite che al dialogo. Perché, che lo si voglia oppure no, con simpatia o baruffando, qui da noi in particolare non ci si può sottrarre al confronto, alla discussione con l’altra parte. L’acqua di un fiume può separare, ma anche condurre l’uno verso l’altro. A volte mi sento come un escluso volontario, come uno che sta sull’altra sponda e grida oltre il fiume con parole che, se il vento non le disperde, sono completamente diverse da quelle che la gente sull’altra riva è abituata ad ascoltare.
Ogni fiume si può attraversare. Il fallimento sarebbe se ci si affogasse, se la propria lingua fosse spazzata via dall’altra.
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