Immanenza e trascendenza in Krisis di Gianmario lucini  

di Chiara Berlinzani

  


 
 
   
 
Il verso di Lucini (quando è libero e "aritmico come un cuore malato", ma anche quando si struttura nelle forme "storiche" del settenario e dell'endecasillabo) modula qui per il lettore attento un canto che a tratti sembra esplodere in tripudio e a tratti si assopisce - nei refoli del vento.  

Lasciata a terra la zavorra di ogni coercizione metrica, il Lucini tradisce tuttavia una vena classicheggiante nell'attenzione inesausta che porta al ritmo così come nella ripresa di figure retoriche care alla poesia di tutti i tempi (oltre alle metafore, spiccano nella silloge anafore, ossimori e sinestesie), nonché in qualche concessione alla rima - che qui però si configura essenzialmente come rima interna incrociata ("se vai nella natura in questo vento in questa luce / ascolta quella voce che dentro ci tormenta..." [dove il corsivo è mio. NdA]) e soprattutto come omofonia, rivelatrice di simmetrie di senso. L'uso intenso e raffinato dell'isomorfia ci riconduce però rapidamente in un contesto di modernità, e di modernità esasperata - marcato essenzialmente dal trionfo dell'enjambement, sempre portatore di rotture metriche e, par là même, di accentuazioni semantiche.  

Da un punto di vista formale, pur alternandosi liberamente, i versi tradiscono una progressione ritmica incalzante, spesso ravvisabile in un andamento di tipo crescente/decrescente (settenari che si spengono in terzine, come in Ocra; chiasmi tra strofe di versi quinari e sestine, come in Animistica...). Una progressione giocata anche, a livello fonetico, sulle frequenti allitterazioni e assonanze; a livello sintattico, sul ricorso a parallelismi di tipo chiasmatico e a livello strutturale, come abbiamo accennato, sull'utilizzo di anafore ed enjambements (serrata ricerca di un ipersegno che trascenda e insieme arricchisca il segno), nonché sulla frequente coincidenza e sovrapponibilità di pausa metrica e pausa semantica. 

Da un punto di vista semantico, il linguaggio poetico è fortemente connotativo, rafforzato da una scelta lessicale proliferante, che rispetta solo in parte il valore denotativo delle parole per spaziare nel più disteso orizzonte dell'evocazione emozionale, sfiorando a tratti il vero e proprio "flusso di coscienza", senza tuttavia mai segnare cadute di tono o di registro. Il discorso poetico, pur autoriflessivo, si emancipa così dai limiti dell'Io poetante per aspirare - come gli si addice - a un afflato universale, che sovente nel Lucini assume forme di una limpidezza icastica. 
 

Se il dire del poeta si concede calcolate oscillazioni ritmiche, che su un piano semantico vanno dagli estremi della denuncia civile e della rabbia ("... una rabbia che ribolle / a polle d'aria in superficie") a un'introspezione accorata e dolente, l'immagine che cadenza con dolcezza il lungo respiro della silloge è quella, aperta e trasversale, di un "infinito cielo" (reale e metafisico au même temps) che il poeta ci mostra lontanissimo e immanente. 

Immanenza, ecco, e trascendenza. 

Una delle chiavi di lettura dell'ispirazione del Lucini potrebbe proprio ricercarsi in quest'antinomia letale che va dalla trascendenza di un cielo muto, di un "dio / abbandonato da suo padre e sua madre", all'immanenza furibonda di una natura (non solo umana) che riemerge instancabile dallo sfondo dei versi - e dei giorni - per farsi di volta in volta modello (di lentezza e docilità, in luce e vento), simbolo, principio e fine, suprema fucina di metafore nonché fonte di sempre nuove ispirazioni. 

In questo contesto, pur qui solo rapidamente accennato, non si può non intuire un percorso (a strappi, a pause, a scarti) nel verseggiare dolente del Lucini di Krisis 

Incombente, su tutto, la "crisi" - nel doppio senso etimologico con cui gioca il titolo della silloge. Crisi, certo, della poesia ("Scende oggi / dalle alture un silenzio ancor più stranito..."), ma anche profondissimo "disagio della civiltà" ("A Severomorks / la mente ha il colore del blu e del nero, / prua impiantata nella sabbia d'un fondale / non sa che pensare"), che si traduce per il poeta in un'ossessiva assenza di risposte alla "domanda incolore che opprime".  

E tuttavia il Lucini non si chiama fuori e pur dalla "periferia" delle cose (inevitabile e diremmo necessaria condizione dell'essere poeti) avverte violentissima l'urgenza di modulare, "coi pugni serrati dentro la gola" quella "altra voce" che sola permetterebbe al "vento perenne", a quel "lamento... / così potente da sollevare / il mondo tutto al ritmo di un verso", di trovare scampo in una nuova epifania. 
 
 

Ma anche altri, e convergenti, sono, e in trasparenza, i nodi intorno ai quali ondeggia e reiteratamente si aggroviglia la vena del poeta. C'è il tema del "risveglio", inteso ora come varco di coscienza aperto dal contatto con la natura ("Ti risveglia improvvisa l'aria dell'autunno...", da Ocra; "E il vento ci risveglia battendo alle finestre...", dalla splendida Marzo), ora come sorta di monito sordo, o imperativo etico che, "traendo seco una deriva di dolore", ritorna ciclicamente per esortarci instancabile all'ascolto ("Se vai nella natura in questo vento in questa luce / ascolta quella voce che dentro ci tormenta...") di quell'urlo delle cose "che nasce da un abisso", di quella simbiosi impossibile, di quelle lacerantissime lacrimae rerum che nel pianto di quel "dio abbandonato" tanto magistralmente evocano e stigmatizzano, in inespugnabile malinconia, la furiosa desolazione della condizione umana. 
 

L'uomo di Lucini è in effetti un uomo "abbandonato" a un isolamento inappellabile, "nel collettivo rito che ci attorce / uni e ci divisa a piacimento", fatto della stessa irrequietezza del vento ("Ma tu hai cuore di vento e pensiero / che scruta altri mondi e ti scempi..."), assediato da un'angoscia che "il centro / del [suo] amore maciulla". Un uomo consumato ("Vedi come il fuoco divora fino all'osso / la linfa nostra..."), disperso, frammentato e ogni volta ricomposto in una lucidissima coscienza del dolore, inchiodato alla tavola del "sordido banchetto" di un passato mitizzato ma pur sempre irrisolto ("... che vale / dire quello che fummo...") e rivolto a un futuro denso di presagi infausti, in cui "... le sconvolte stagioni / ogni orrore menano, mali striscianti...". Un uomo, colpevole e innocente al mismo tiempo, che inutilmente tende "braccia / nere a invocare pietà / o vendetta, all'occhio del cielo"...  

E mentre quello stesso "cielo ritrema d'un sole / non più buono", l'uomo e il poeta (ricongiunti e scissi in vertiginosa alternanza, secondo le aritmie calcolate del verso - e la "cardiopatia dilatativa" del pianeta), si ergono in una sfida impossibile, ma non per questo meno necessaria, contro la lucente incognita dell'esserci - e le sue piaghe - e nel segno di una inestinguibile tensione etica si affannano, arrancano, denunciano questo divenire oscuro del mondo, "... come se una meta / avesse qualcuno indicata / ma lontana".  

E tuttavia, proprio in quella lontananza (che precisa à la fois il senso dell'impotenza e quello della rivolta), in quella "sera" - della vita e della ragione, che ritorna come un refrain, "come una tregua tra il vivere e il morire" e non a caso, provocatoriamente, sigla la raccolta - è concessa al poeta una pausa dalla "pena usata", e gli succede di poter ancora a volte permettersi di "vivere per vivere", ubriacandosi "d'un cielo, / sereno tra foglia e foglia" - in quell'annullamento dell'Io, in quella regressione a uno strato di pre- (o di post-) coscienza, in quella fusione con la natura tanto più impossibile quanto più invocata e necessaria... 

La vicenda esistenziale dell'uomo e del poeta si precisa allora, in questa sua fedeltà disperata alla luce e al vento contrapposti agli abissi patetici e arroganti dell'onnipotenza umana (Severomorsk), come un viaggio immobile al centro delle cose: ossessionato da un agire (im)possibile, anche il verso del Lucini si irradia verso un orizzonte di volta in volta "mesto e sereno" o turbato dalle "sconvolte stagioni" di un "vivere scontento", ritto come un "condottiero balbuziente" contro lo spettro desertificante della morte - questo "grande male [che] ci sta dinnanzi / appena oltre l'uscio del tramonto". 

Ed è proprio quello della morte (e delle sembianze che di volta in volta metaforicamente assume - nelle fitte evocazioni della vecchiaia, della stanchezza, della sconfitta, del nonsenso) il tema che si intravede cristallino, e cristallino e opaco a tratti appare in filigrana, lungo il compiuto articolarsi delle strofe: nelle efficaci metafore dei tramonti, in queste sere gementi, cariche di presagi e di "rimossi" e solo così raramente portatrici di "foscoliana" pace che ritornano, in coazione a ripetere, nella silloge.  

Una morte intesa come emblema ultimo e definitivo, come epilogo austero di questo "risibile niente" che invoca vibrando la sua legittima resurrezione nel naufragio metafisico che lo attornia, "incredulo davanti al suo peccato"... 
 

Ecco allora che il poeta non ha scelta: condannato a "vivere [suo] malgrado", così come a morire, non può che continuare ad alzare (e abbassare) la voce, ferito dall'orrore, scandalizzato dalla ubris di cui, sin ninguna verguenza, si ammanta "l'uomo tecnologico" - e poi commosso e indomito, seppur immerso nel dolore di cui vede pregna la creazione. 
 

E questa sua voce - più viva che mai - riemerge potente dal buio del reale per frantumare la scorza del lirismo e risuonare come un fiato, un gemito, un lamento e via in crescendo fino all'urlo, al grido, al botto che ci scuote - in questo secolo di naufraghi che finisce in mare, a picco, come "l'ultimo volo del Concorde"... 

 INTERPRETAZIONI
  © La proprietà letteraria del testo è di Chiara Berlinzani