16.04.2013   

 

 

 

Arte e lavoro, di Gianmario Lucini

 

L’arte è (anche) un lavoro o qualcosa di diverso?

La risposta, dal punto di vista etimologico ed antropologico, appare ovvia: certamente l’arte è lavoro, perché “ars” vuole dire appunto qualcosa del genere e perché l’arte, come prodotto del pensiero e dell’abilità di un artista, è anche lavoro. Ma già al tempo dei latini si diceva che “carmina panem non dant”, in riferimento alla poesia e, in realtà, la cosa pare stia oggi come allora in quei precisi termini. Non esiste un poeta che possa prendersi il lusso di fare soltanto il poeta, mentre un pittore può vivere dei suoi quadri o un musicista della sua musica. Se vogliamo sottigliare, riconosceremo che vi sono dei poeti che vivono di ciò che ruota intorno alla poesia (sono funzionari di grandi case editrici, insegnanti, editori, conferenzieri, ecc.) così come il compositore di musica è allo stesso tempo esecutore o direttore d’orchestra o insegnante. Ma il nucleo del vecchio adagio latino non resta scalfito: un uomo non può vivere soltanto con il prodotto del suo ingegno poetico ma, per vivere, deve appellarsi alla tecnica, deve saper fare un “mestiere” che sia “produttivo” e sia riconosciuto tale da una certa concezione del mondo. Alla poesia viene negato un contro-valore traducibile in danaro e dunque chi scrive poesie non può vivere della sua arte. A noi potrà anche sembrare “normale”, questa condizione, perché ormai è prassi consolidata nel tempo, ma, se vi riflettiamo, non possiamo ignorare questa anomalia. Anzi, a qualcuno appare un discorso dissacrante, quello di accostare la poesia ad argomenti tanto venali.

In altre parole, un poeta che dovesse vivere soltanto dei libri che produce, dovrebbe vendere almeno 20.000 volumi all’anno, se trova un editore onesto che gli riconosce il 15% di diritti d’autore. Una simile ipotesi mi sembra poco realistica non soltanto in Italia, ma anche in quei mercati linguistici (come quello anglofono) dove ventimila libri sono una vendita irrilevante. Se però ci si sposta nel settore della narrativa, le cose cambiano notevolmente, perché vi sono opere vendute in milioni di copie, ovviamente da grandi case editrici, ma purtroppo non si tratta, nella stragrande maggioranza dei casi, di opere di un certo rilievo ma di letture-passatempo per anestetizzare il cervello e isolarlo da un mondo insopportabile. Il mercato delle idee, del pensiero, della poesia, è molto più ristretto di quanto non si creda (tutti noi poeti comunque lo sappiamo, perché ci bazzichiamo nella poesia, o di riffe o di raffe). La poesia ad esempio, trova nei poeti stessi la nicchia di utenti che mantiene vivo il mercato. Se tutti i poeti cessassero di acquistare libri di poesia, probabilmente il mercato dei libri di poesia si dimezzerebbe di colpo. Si dice che in Italia vi siano circa tre milioni di persone che scrivono e pubblicano poesie: queste sono, allo stesso tempo e in buona parte, autori e lettori di se stessi.

Se dovessimo usare il parametro arte/danaro per misurare quanti scrittori esistono in Italia dediti soltanto alla letteratura (nel senso di autori e basta), forse dovremmo stare sotto le dieci unità e, per la poesia, probabilmente più vicini allo zero che all’uno.

Però l’arte è un lavoro, eccome.

Luigi Di Ruscio scriveva che non capiva perché qualcuno si lamentasse che la scrittura è una fatica, visto che per lui era un piacere, ma la grafomania esplosiva di Di Ruscio non è, a ben vedere, una condizione molto diffusa e poi credo che, in questa affermazione, vi sia una punta di narcisismo, difetto non certo sconosciuto al nostro (peraltro ottimo) autore e in quasi tutti i poeti.

L’arte è fatica, fatica non remunerata secondo gli standard lavorativi ma (anche nei casi illustri degli Zanzotto o dei Luzi o dei Montale), secondo l’etica dell’obolo. Non è cambiato molto dai tempi nei quali il cantastorie si presentava in piazza col cappello teso a strimpellare le sue canzoni o, se aveva più fortuna, trovava occupazione come “mesitersinger”, o si presentava alla corte dei nobili per sbarcare il lunario, come Walter von der Vogelweide o lo stesso mitico Tannhäuser, oppure erano appunto dei nobili, che potevano dedicarsi senza problemi di sostentamento alla loro arte, come Oswald von Wolkenstein, oppure erano maestri di canto, come Jörg Wickram, o abili calzolai come il Sachs. In ogni caso, anche per loro, la creazione di testi poetici, che allora era accompagnata dalla musica, non era fonte di sostentamento, ma casomai lo era l’esecuzione di canti già in voga.

Si può dire che, in tutta la storia dell’arte, l’unica eccezione alla condizione di quanto sopra, fu l’età del mecenatismo nell’antica Roma, e l’età dei poeti di corte e dei musicisti di corte dal Rinascimento e più o meno fino alla fine del ‘700.

Ne consegue che la nostra cultura considera un lavoro soltanto l’arte visiva (la scultura, la pittura, l’architettura, il teatro) la musica soltanto per gli aspetti di esecuzione e non di composizione. Non è pertanto lavoro quello del poeta e quello del compositore di musica e anzi, per qualcuno dovrebbe essere un piacere, un passatempo, qualcosa che si fa per hobby e guai al mondo se si ipotizza di monetizzarla. In altri termini, paro paro la mentalità del salotto ottocentesco che si è veicolata nella nostra cultura. La poesia e la musica erano infatti indispensabili a “fare salotto” e a rendere più edificante il simposio di spiriti nobili. La decadenza della nobiltà ha però trascinato a fondo questo schema e la nuova borghesia ricca ed emergente, che poteva permettersi di fare mecenatismo ma non lo faceva, aveva in mente ben altro, ad esempio la sempre più emergente scienza e la tecnica, che rispondevano ai bisogni culturali molto più concreti della borghesia capitalistica. I salotti, da un certo punto in poi, parlarono di ben altro che di musica o di poesia, ma di macchine, di tecniche agrarie, di invenzioni e quant’altro. Di tutto questo troviamo ovviamente traccia nelle opere di narrativa dell’800 e del ‘900.

Tornando al nostro tema, alla luce di quanto sopra, dobbiamo però chiederci perché una civiltà borghese e capitalista (senza voler immettere nessuna inflessione marxista all’uso di questi termini) abbia avuto più considerazione per le arti visive e per il teatro (poca anche lì), piuttosto che per la poesia e, dopo la stagione delle grandi opere liriche, più o meno fino agli anni ’40 del secolo scorso, per la musica. E anzi, bisogna anche chiedersi perché, tutto sommato, per la musica lirica e sinfonica la nostra civiltà ha avuto un occhio di riguardo, con la conservazione e la costruzione di nuovi teatri e sale da concerto, mentre alla poesia non abbia dedicato quasi nessuna risorsa pubblica.

La risposta mi sembra intuibile: perché alcune arti sono “funzionali” a un sistema retto sempre di più dal tornaconto economico e altre no. É come dire che lo Stato o il Potere come lo si voglia definire, non investe in cultura se la cultura non “rende” qualcosa, in consenso, ad esempio. La poesia non si può vendere come un quadro, mentre un concerto o un’opera sono un evento sociale al quale si paga per poter partecipare e per il quale conviene investire. Si assiste allo spettacolo di attori e cantanti che si esibiscono e di un pubblico che a suo modo si esibisce ed esibisce il suo narciso anch’esso, per se stesso, anche al giorno d’oggi. C’è insomma una componente di spettacolo e non soltanto di arte.

Peraltro, il dipinto, la grafica, l’architettura, in qualche modo appagano il narciso del possessore (e per alcuni alche il libro, magari rilegato in pelle, con i caratteri in oro zecchino e quasi non importa se dentro vi siano o no le pagine), mentre la poesia molto meno. Inoltre, la poesia ha il brutto difetto (e peggio ancora la filosofia) di costringere chi la ascolta a “pensare”, ossia ad attivarsi per capire il messaggio del poeta e a reagire, mentre davanti a un quadro si può stare anche passivi, senza grande fatica mentale: basta dire “mi piace” o “non mi piace” e tutto finisce lì (e a lì, in ultima analisi, si riduce ogni estetica). La poesia è dunque doppia fatica, per chi la scrive e per chi la ascolta o la legge. E quando non è fatica si riduce a gioco di parola, perché evitando la fatica del pensiero si può scrivere soltanto una poesia fragile, da occasione o da passatempo (come molta della poesia che si scrive e si pubblica ogni anno).

Per scrivere una poesia ci vuole del tempo. Per scrivere una raccolta di poesie (che sia una raccolta leggibile e almeno dignitosa) ci vogliono centinaia di ore e per pubblicarla si deve addirittura pagare l’editore, in molti casi. Per dipingere un quadro bastano poche ore, anche se distribuite spesso in un arco di tempo molto lungo, ma l’artista ne ricava molto di più che pubblicando una raccolta di poesie. Il poeta famoso che pubblica con Einaudi o Mondadori vende 1.000 copie e può stappare lo champagne. Il poeta sconosciuto anche se bravo, che pubblica con la piccola casa editrice, vende se gli va bene 100 copie e stappa la bottiglia di spumante avanzata a Natale.

L’ignoranza della poesia ci ha inoltre portato, nel tempo, a non saper più distinguere la buona poesia e la cattiva poesia e, di conseguenza, a non essere in grado di scegliere, lasciando che siano altri a decidere per noi (i critici, l’editoria, i giornali, le riviste), convinti che il fine di questi soggetti coincida col nostro, ossia quello di conoscere poesia di qualità; accade però che la critica, spesso, si comporta con criteri di convenienza (non solo venali ma anche affettivi, emotivi, per mantenere relazioni convenienti, per questioni di potere, ecc.) e questo “affidarsi”, lungi dal chiarirci le idee, ce le confonde ancor di più. In altre parole, non abbiamo una epistemologia della critica, un metodo sicuro per criticare, al di là delle diverse estetiche che però sono le considerazioni del filosofo sul fenomeno dell’arte, che fanno riferimento a dei criteri esterni all’arte, che sono quelli della filosofia.

Tornando però al nostro tema, ci si pone una domanda. Se una civiltà non considera degna di controvalore la poesia e pertanto la poesia non può esprimersi al meglio perché il tempo che vi si dedica è un tempo ritagliato da quello dedicato a sopravvivere, che poesia potrà mai produrre? Si legge infatti, da più parti, peste e corna sulla qualità della poesia italiana contemporanea, ci si rivolge al passato e si fanno paragoni, si accusa i poeti di questo e quest’altro, come se fosse “colpa” del poeta, o dell’editore o del critico, lo stato di presunta decadenza del “livello” di artisticità delle opere (che è molto più, preoccupante però nella narrativa e nella critica che nella poesia) e si invoca un “deus ex machina” e si fanno scongiuri. Io credo che, se così stanno le cose, se così insomma viene considerata socialmente la poesia, c’è da rallegrarsi che i risultati siano quelli che vediamo. Dal lavoro volontario, infatti, non si può pretendere quello che non si paga. Su che cosa si fonda, infatti, questo lavoro? Certo, spesso sulla passione “volontaria” di chi scrive ma (e non credo di dire fesserie anche se il dato non è suffragato da studi e ricerche sociologiche), quasi esclusivamente sul narciso dell’artista, sull’esigenza di apparire, di essere qualcuno, un nome, uno “riconosciuto” per i meriti in campo artistico. Lo vedo traballare, questo fondamento.

Ed ecco allora le auto-assoluzioni o i meccanismi di spostamento messi in atto dal poeta (scrivo perché non posso farne a meno, scrivo perché voglio comunicare, scrivo per mille ragioni ma non certamente “per appagare il mio desiderio narcisistico” – che peraltro non sarebbe poi così tragico, entro certi limiti). Ma a nessuno salta in mente di dire “scrivo per sbarcare il lunario”, perché nessuno scrive per quel motivo.

Un merito però ce l’hanno, questi poeti, ed è quello di tener viva un’arte che altrimenti si spegnerebbe. Evviva dunque il narcisismo – che fa comodo anche a me, piccolo editore, che senza la poesia (degli altri) e la miopia delle grandi case editrici, non potrei campare.

 

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