15.04.2013   

 

 

 

La poesia che “serve” a qualcosa - di G. Lucini

 

C’è la diffusa convinzione che la poesia, così come la filosofia, per essere tali in modo autentico non debbano “servire a nulla”, nel senso che non debbano essere pensate e scritte in vista di un qualsiasi scopo, perché lo scopo sarebbe una condizione obbligatoria, un vincolo alla libertà della poesia stessa.

Di primo acchìto vien da dare ragione a costoro, perché l’intento è nobile ma, a mio avviso, tanto è nobile quanto è ingenuo. Esiste, infatti, un’azione che si fa senza scopo? Senza un obiettivo? Non credo che possa esistere una qualsiasi attività umana senza obiettivo, se bene riflettiamo. Piuttosto, affermare che qualcosa è “senza scopo” e “non serve a nulla”, è un modo, in verità un po’ maldestro, per nascondere o nascondersi il vero scopo, che non si vuole ammettere per i più svariati motivi, non ultimo quello di evitare un conflitto fra codesto scopo e il quadro generale delle proprie convinzioni e/o della propria etica.

Piuttosto, ancora, sarebbe da meglio puntualizzare questo concetto ed affermare, con coraggio e con realismo, che l’arte non debba servire “nessuno”, non “a qualcosa”. Già il fatto che l’arte si esprime con un linguaggio non può prescindere dallo scopo del comunicare, e se comunica è ovvio che comunichi dei contenuti: è impossibile infatti comunicare il nulla, fino a prova contraria.

L’arte, la poesia, debbono dunque farsi carico di questi contenuti, ossia di una componente etica e non soltanto estetica di quanto esprimono. Un dipinto, una musica, una poesia sono suoni, parole, colori ma sono anche linguaggio e se lo sono, esprimono anche un’intenzione, un pensiero, dei concetti, delle idee, un orizzonte, un mondo che può essere reale o immaginario, vero o falso, buono o cattivo, conscio o inconscio, bello o brutto, ma sempre intenzionale. Se a un pittore viene chiesto perché dipinga, egli risponderà che è il suo lavoro, il suo sostentamento. Ma se gli chiediamo perché dipinga certi soggetti piuttosto che altri, o in un modo piuttosto che in un altro o con particolari tecniche, materiali, colori, ecc. allora dovrà rendere conto di queste intenzioni, che in qualche modo rispecchiano la sua visione del mondo e la traducono nella sua opera. La sua opera è, in altre parole, il pittore stesso e la sua pittura ha una particolare ontologia, diversa da qualsiasi altra. Lo stesso accade nella musica, nella pittura, nell’architettura, nel teatro.

Se dunque il messaggio di un artista veicola tutto questo (e molto di più), è impossibile dire che “non serve a nulla”, ma è più corretto cercare di capire, attraverso appositi strumenti critici “a che cosa” serva, ossia dove l’artista vuole andare a parare, le sue reali intenzioni che aveva al momento di scrivere l’opera.

Questo fatto, peraltro, rende ragione ai generi dell’arte, in particolar modo della poesia. Noi infatti abbiamo sentito spesso affermare: “la poesia lirica non serve a nulla” oppure “la poesia civile ha fatto il suo tempo” oppure “il dialetto non può essere la lingua della poesia” o altre cose del genere. In verità queste semplificazioni sono l’esito di uno sguardo miope sulla poesia, uno sguardo che si focalizza soltanto sugli elementi estetici e non su quelli etici della poesia, tende cioé a depotenziare il messaggio poetico o il “pensiero poetico” e ridurre la poesia a una specie di arte decorativa, di artigianato delle parole, il cui unico scopo sia l’accarezzare in qualche modo l’orecchio con le assonanze, le allitterazioni, le rime, la prosodia, la metrica, gli accenti, ecc. ecc., una specie di lallazione sublimata che si evolve dalla culla alla bara. A mio modo di vedere, questa concezione di poesia “insensata” (perché povera di senso e non perché senza senso) risponde a un criterio edonistico dell’arte come “divertimento altro” o diversivo o tentativo di evitare, con una presunta neutralità ideale, la reazione negativa di quel lettore che potrebbe essere in disaccordo su una determinata visione del mondo. Per dirla fuori dal denti: poeti come Pasolini, come Testori, o per stare nella nostra cerchia di poeti senza pretese un Guglielmin, un Cohen, un Di Stefano, un Abate, non si possono leggere senza fare i conti con una ben delineata identità politica, così come non possiamo leggere Bonsante senza fare i conti con le nostre convinzioni filosofiche o le poesie di Garbujo o un paio di raccolte del sottoscritto senza fare i conti col proprio orizzonte religioso oppure le poesie di Éderle, di Iorio, di Giugni, di Inversi o di Tanzi o di altri senza fare i conti con la propria idea di poesia lirica. Se io cerco una poesia che eviti questi scontri possibili con i gusti del lettore, la posso anche trovare, ma che cosa mi rimane? Il nulla che però non è nulla ma è la mia intenzione di scrivere una poesia che vada bene a tutti (ottenendo perciò proprio il contrario di quanto mi ero prefisso).

Di fronte a questo, è bene invece che l’artista adotti un altro comportamento, a mio avviso più coerente anche con una idea di “ruolo” dell’arte nella civiltà, che è quella di “dichiararsi”, ossia di mostrare e non nascondere il proprio mondo, "mettendoci la faccia", mettendo i risalto gli aspetti problematici del proprio pensiero, lasciando cioè spazio alla critica, allo scambio delle idee, ai contenuti. La poesia italiana ha straordinari contenuti, dal grande Dante (in molti aspetti ancora attuale) fino a tutto il ‘900 (Sbarbaro, Saba, Ungaretti, Montale, Quasimodo – così maltrattato da alcuni – Luzi, Pasolini, Fortini, Zanzotto...): i nomi più noti, sono tutti nomi di poeti che hanno portato contenuti, “poetiche” nuove fatte non soltanto di estetismi ma di “pensiero” robusto.

 

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