07.04.2013   

 

 

Gianmario Lucini, Spararci addosso

 

C’è un solo modo per consentire a tutti di avere il necessario sostentamento: lavorare tutti. C’è un solo modo per superare questa crisi economica: un equilibrio fra produzione e consumi, che si raggiunge distribuendo meglio il danaro, a tutti i livelli, anche nel mercato del lavoro.

Questa sera sono stati pubblicizzati dai telegiornali i dati relativi all’andamento del mercato del lavoro: oltre un milione di licenziamenti nel 2012.

C’è qualcuno che pensa che stiamo grattando il fondo del barile e che non potremo fare altro che risollevarci: è dal 2008 che affermo che la crisi c’è, è pesante e sempre di più lo sarà se non cambieranno i comportamenti della politica e dell’economia; non cesserà mai più, inutile raccontarci la storiella dell'orso. Ricordo che si diceva che nel 2012 ci sarebbe stata la ripresa, poi spostata nel 2013, poi nel 2014: io credo invece che non ci sarà mai più la ripresa se non cambiano le regole. Siamo troppo oltre il giro di boa della ragionevolezza.

 

Fermiamoci al mercato del lavoro e non affrontiamo altri difficili argomenti, tipo la “decrescita felice” o altre ricette. Il principio che oggi regge il mercato del lavoro è l’incontro fra domanda e offerta. Se l’offerta è scarsa, il valore della domanda (e del salario) decresce, se l’offerta è alta, il valore del salario è alto. É un meccanismo diabolico perché sposta il potere contrattuale a seconda dell’andamento della domanda: se c’è bisogno di lavoro hanno potere gli operai (i sindacati, ecc.), se invece non c’è lavoro, hanno più potere i datori di lavoro. Il concetto che regge questo tipo di rapporto sembra dialettico ma non lo è: sono altri gli elementi che lo condizionano e, sia i padroni che i lavoratori, hanno soltanto l’illusione di avere un certo potere contrattuale. La globalizzazione ha cambiato tutto. Non voglio tirare in ballo i mercati, perché il ragionamento si farebbe troppo lungo, ma soltanto ipotizzare un concetto diverso di mercato del lavoro, regolato non tanto da una dialettica fra le parti (che è illusoria), ma da un criterio di interesse comune, capace di dare beneficio a tutti se tutti sono disposti a dare qualcosa.

Il criterio attuale, infatti, determina, da una parte una massa di occupati costretti a condizioni di lavoro sempre meno dignitose, ad orari impossibili, a volte a straordinari obbligatori, all’allungamento del periodo contributivo, ecc. e, dall’altra, una massa di estromessi dal lavoro, di disoccupati, sempre più disperati. Il reddito delle imprese, invece di aumentare, però diminuisce. Inoltre: troviamo famiglie dove ci sono tre o quattro fonti di reddito perché ci sono tre o quattro occupati, magari tutti i componenti del nucleo familiare, con reddito fisso e ben remunerati e, dall’altra, nuclei familiari dove nessuno è occupato e si vive magari con la pensione del nonno o di espedienti.

Tutto questo è follia, non è libertà o democrazia ma l’anticamera della rottura di ogni contratto sociale. Non è tanto il numero dei disoccupati a fare paura, ma la cattiva distribuzione degli occupati e dei disoccupati, perché ci sono troppe situazioni potenzialmente esplosive e socialmente ingestibili, e aumentano sempre di più. Gente che col suo lavoro viveva e pagava i debiti (siamo stati costretti ad entrare nel meccanismo dei debiti per vivere) e oggi se vedono portar via tutto, tutti i sacrifici di tanti anni. Sono lavoratori dipendenti ma anche imprenditori, perché ormai le fabbriche e le attività produttive chiudono, a centinaia ogni giorno. Tutti dunque pagano gli errori di tutti.

 

Bisogna allora cambiare criteri: non il mercato del lavoro lasciato all’arbitrio delle forze prevalenti, come detto sopra, ma un mercato del lavoro regolato dalle leggi della solidarietà. Se l’art 1 della Costituzione recita che tutti hanno diritto a lavorare, non si capisce perché la quantità di lavoro non debba essere divisa fra tutti ma soltanto riservata ad alcuni. Se l’orario di lavoro è 100 ore e gli operai che lo chiedono sono 10, non si capisce perché le assunzioni debbano riguardare 8 operai a 12 ore e non 10 operai a 10 ore ciascuno. Certo, in questo modo abbiamo 10 stipendi fiacchi piuttosto che cinque stipendi buoni, ma, vivaddio, almeno non abbiamo 2 che muoiono di fame. Si potrà acquistare meno beni e spendere meno soldi ma, vivaddio, ci ritroveremo con un’economia reale e non inventata, dove più persone che lavorano acquista la stessa quantità di beni che avrebbero acquistato 8 persone, e non vedo molta differenza in termini economici. Avremo meno beni di lusso ma, vivaddio, la smetteremo di sciupare quelli che già abbiamo e magari impareremo a riparare i guasti e non a produrre rifiuti. E poi i beni di lusso avranno sempre un mercato, perché i ricchi e chi fa fruttare capitali parassitari, mica si sono impoveriti, anzi, sono ancora più ricchi di prima. Oggi più nessuno ripara, ciò che è guasto si butta perché costa di più ripararlo, ma produrre rifiuti per incentivare le vendite non è più proponibile, visto l’andamento dell’economia.

Occorre insomma redistribuire anche il lavoro: lavorare 6 ore invece di 8, ma lavorare tutti e bloccare gli straordinari che, in talune situazioni, sono immorali. I costi per le imprese non cambiano e anzi avrebbero manodopera meno stressata e più mercato interno che non oggi.

C'è un solo piccolo problema: se un partito politico o un uomo di potere proponesse questa soluzione, dovrebbe andare in giro con la scorta, perché avrebbe contro tutti: operai, sindacati, padroni, Confindustria, parroci e sagrestani. Questo perché, in fin dei conti, il nostro piangere su come stanno andando le cose è molto interessato pro domo nostra e i sacrifici spettano sempre agli altri. Aspettiamo sempre il cavaliere sul cavallo bianco che arrivi a sconfiggere il drago, a dirci la verità, a trovare le soluzioni a tutti i problemi. Dal duce siamo passati al partito e poi al leader e ora ai teatranti, agli showman, ai venditori di fumo.

Questa idea del “lavorare meno per lavorare tutti” è vecchia come il mondo e poche volte è stata presa in considerazione, al di là dello slogan, e sempre senza decurtazione di salario. Le riduzioni dell'orario di lavoro (dalle 12 ore nel 1800 alle 8 ore di oggi) sono sempre state chieste per migliorare le condizioni degli occupati, non dei disoccupati e quindi come atto di rivendicazione salariale e non come atto di solidarietà verso gli altri. Ma se non inizieremo a lottare per i diritti degli altri, non potremo mai più lottare nemmeno per i nostri, e, di fatto, addio libertà, dignità, umanità. Non siamo credibili, nessuno è credibile. Questo sta accadendo, oggi, i quasi tutti i settori della nostra vita sociale: si lotta per sopravvivere sparando contro tutti. Ma non sappiamo di sparare contro noi stessi.

 

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