04.05.2013   

 

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Non mi rimane altro da narrare

se non questa vita di confine

fra cielo e mare, un intimo

vissuto, segreto anche a Omero,

poiché un mondo esiste che non appare

in ogni mondo che incontri,

un profondo che si cela nel profondo

finché scompare

e ne rimane una ruga soltanto

sulla fronte a rammentare il dolore

per quello che non fu e sarebbe stato

se il Fato avesse di noi

pietà.

 

Non conta in guerra

la possanza di Aiace o il furore

crudele di Achille ma piuttosto quel sottile

nesso che unisce i guerrieri in uno solo

un’ira che cova e convince e brucia ed io

fui padrone e prodigio di parole

che fiutano l’aria e poi s’incistano

come la zecca e non le cavi

neppure col pugnale. Così teneva

mia madre il cuore di Laerte.

 

Per dieci anni sbeffeggiai il dio

e in sua balia navigai, sul suo dorso

come formica, alla linea d’orizzonte

con l’ansia della terra e la paura

che si movessero le stelle o il beffardo

si levasse astioso a battere i legni

quando urla il vento e tendono le sàrtie

e il terrore indurisce le membra ai compagni.

Per in decennio lo tenni a bada col mio ingegno

e gli accecai la rozza prole, lo sfidai

senza tregua ispirato da Minerva

e vinsi

perdendo i miei anni migliori e benché

vittorioso mi colpì il suo livore

con l’aculeo velenoso della nostalgia

per quegli immensi spazi aperti dove l’uomo

si sente vivo fino all’ultimo giorno.

 

Andare o restare, essere o non essere, fissare

lo sguardo nell’azzurro fra cielo e mare:

sarebbe stato codesto il mio destino

se avessi amato davvero

la bianca Penelope e i campi e la caccia

per i boschi di Itaca e tutta

quella solidità di oggetti tenaci

che furono il mio umile regno.

Andare o restare, inseguire

una preda di dubbi senz’arco né spada

ma occhi soltanto e pensiero

veloce in dialogo con l’anima

segreta delle cose – e questo

gran peccato del conoscere mi fu fatale

poi che volli infrangere misteri,

sapere per sapere e raccontare

i miti intorno al fuoco di una

improbabile vecchiaia.

 

Avevo ancora negli orecchi

il canto delle Sirene e l’ebbrezza

di vittorie ottenute con l’inganno

scienza contro onnipotenza.

 

Costruii la mia vita e non la potei distruggere

e la distrussi senza poterla ricostruire,

in bilico restai su quell’eterea

linea d’ombra che seduce

lo sguardo dei disperati e oscilla

nella loro mente come un’ossessione;

mi dimisi dal mondo per poterlo ascoltare

dentro di me fluire come un solo

attimo bruciato nell’impeto

della conoscenza.

 

Il vento non fa che mordere il mio viso

mentre navigo verso l’ultima scogliera

e già da lontano una montagna nera

appare sospesa nell’azzurro. Io

credo sia l’immagine stessa

dei miei sogni, il mio stare

testardo sulle onde

senza mai abbassare il capo, senza mai

rinnegare quell’oscuro lato

della mente che ci induce a spiare

il mondo con occhi rapaci e disincanto

quel sapere per sapere che ci tenta

e ci rende

simili agli dèi.

 

                        (Odisseo)

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