Il primo maggio 蠭orto?

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di G. Lucini

 

Grillo, dall'alto del suo SUV, dichiara che il primo maggio 蠭orto. ɠda un po' di tempo che Grillo vede soltanto morti e redivivi. La cosa 蠰reoccupante, per noi vivi, perch頳uona un po' come una minaccia: "se sei vivo devi morire, cos젰osso fare le mie battute avendo un minimo di riscontro nei fatti". Ma, al di lࠤelle battute un po' logore del nostro (ottimo) comico e (pessimo) politico, sta il fatto che il senso del lavoro 蠣ambiato, radicalmente, a partire dalla Rivoluzioni industriale ma, in modo sempre piᣣelerato ed esponenziale, negli ultimi 40 anni.

Quello che Grillo chiama "morto" ma che invece 蠍 semplicemente cambiato (certo in peggio, dal nostro punto di vista) 蠩l senso del lavoro.

Anticamente, ad esempio, i pagliacci, gli strimpellatori, i giocolieri, i cantastorie, vivevano alla giornata (niente SUV ma un carretto e un asino, se avevano fortuna), mentre invece gli artisti, i poeti, gli intellettuali, in gran parte se la passavano mica male, anche se mantenuti da mecenati e principi. Ma non per questo l'arte era schiava dei principi e del potere e taceva quel che doveva dire. Oggi invece i saltimbanchi, i pagliacci, gli strimpellatori, i cantastorie, sono i VIP e guadagnano un sacco di danaro (certo non del mio), con la sottocultura dell'effimero e la controcultura del disfattismo. C'蠵na ragione in tutto questo? Ovviamente, ma non va cercata nella morte di qualcosa, ma in un cambiamento di paradigma di pensiero "dominante".

Mio padre era un minatore, mia madre operaia tessile. Nel 1955 si sono messi in testa che bisognava avere una casa, per viverci, perch頯gni famiglia ha diritto alla casa. Si sono comprati il terreno, hanno fatto le fondamenta e lo scheletro dei muri, hanno intonacato, e nel 1957 un appartamentino era giࠡbitatile e il resto lo sarebbe diventato in seguito. Mio padre e mia madre iniziarono da zero, con L. 500 di debiti, prima ancora di acquistare il terreno e nel giro di pochi anni, neppure 5, avevano pagato tutti i debiti e potevano abitare una casa di proprietଠbench頰overa e incompiuta. Mi chiedo se oggi un minatore e un'operaia tessile potrebbero acquistare un terreno e costruire da zero una casa, pagandola in 5 anni. Pensarlo 蠵topia e, cosa strana, 蠣he questa utopia un tempo era realtࠥ normalitଠmentre di solito le cose funzionano al contrario e l'utopia del passato 蠳pesso la realtࠤel presente. Anche questo d࠵n senso al cambiamento del lavoro, al deprezzamento del lavoro stando sempre ai parametri coi quali la nostra civiltࠤ࠶alore a qualcosa (il danaro).

Quando ero un ragazzo, dopo le scuole superiori mi venne detto, senza tante cerimonie, che di soldi per l'universit࠯ per il conservatorio non ce n'era. Poco mi importava, se non veder sfumare il sogno di dedicarmi alla musica, ma comunque avevo acquistato un pianoforte lavorando una stagione in Svizzera, e cercavo di immaginare come poter studiare e sopravvivere. Il servizio militare, allora obbligatorio, seppell젤efinitivamente il mio sogno pianistico e non mi rimase che la poesia e la pittura, ma anche questa abbandonata, per impossibilitࠤi confrontarmi e studiare (allora il mondo era molto diverso di oggi e abitare a Sondrio rendeva tutto pi䩦ficile). Ma, in ogni caso, anche facendo il cameriere o l'operaio metalmeccanico, mi sentivo forte ed ero felice, perch頧uadagnavo dei soldi che mi permettevano di acquistare libri, dischi, spartiti musicali, di vivere insomma la mia vita a un livello decente. Oggi un ragazzo di 20 anni non ha tutto questo, mentre io, che ero povero, mi sentivo ricco. Oggi invece anche il benestante non si sente pi㩣uro. A me non importava del lavoro che facevo e l'universitࠥra soltanto rimandata (l'ho frequentata infatti dai 42 ai 47 anni: meglio tardi che mai). Mio padre consegu젩l diploma di quinta elementare a 31 anni e non sapeva scrivere. Io ho conseguito la laurea a 47 anni: 蠬a sorte dei poveri e ne sono orgoglioso, cos젣ome lui era orgoglioso di essere arrivato a conseguire ilo diploma di 5嬥mentare. Oggi anche i figli dei benestanti sono per஥ll'angoscia, senza un futuro, senza la possibilitࠤi dire "lavoro e faccio la mia vita, me la costruisco" mentre io, che allora invidiavo le loro possibilitଠin qualche modo mi sento ora fortunato. Anche questo ha a che fare col cambiamento del significato antropologico del lavoro. Credo che la mia sia la generazione pi楬ice della storia, sotto questo aspetto

Ma mi vengono in mente anche altre cose. Immagino un operaio edile, che 50 anni fa passando davanti a una casa poteva dire con orgoglio "l'ho costruita io", mentre oggi il suo lavoro si limita a un "pezzo" di qualche cosa, un giorno in un cantiere, l'altro giorno in un altro, senza mai vedere l'opera delle proprie mani (la biblica "opera delle sue mani"), senza mai poter gratificare la domanda di senso rispetto al lavoro.

Il lavoro 蠩nfatti energia creativa, che deve in qualche modo prendere forma e dare un senso all'essere nel mondo. Noi non siamo al mondo soltanto come "prestatori d'opera" ma il lavoro ha anche un significato psicologico, 蠬a manifestazione dell'energia creativa dell'ego, 蠵n mezzo per il riconoscimento sociale. Franz Schubert lo aveva capito molto bene, lui musicista. Quando qualcuno veniva introdotto nel suo salotto di intellettuali, dopo i convenevoli arrivava puntuale la sua domanda: "was kann er tun?" ossia "che cosa sa fare questa persona?". Il riconoscimento e la stima sociale arrivano appunto dal "che cosa fai" nella vita, non dal fatto che sei bello o brutto o dal fatto che appari o no in televisione (come quel faccione da imbecille che ogni tanto appare dietro le spalle dei cronisti in TV). Questo concetto 蠲adicato in tutte le culture in varie forme (i taoisti ad esempio sostengono la necessitࠤi perfezionare "la via", ossia di diventare il piᢩli possibile in una qualsiasi arte o mestiere, per trovare appunto "la via", il senso di quello che si fa).

La civiltࠩndustriale ha distrutto il "quid" di creativitࠍ presente nella civiltࠣontadina e artigianale, lentamente, nel corso di due secoli, con una forte accelerazione in questi ultimi decenni. Anche nell'arte, nell'artigianato, nell'agricoltura, il senso di questo cambiamento 蠦ortissimo. Interi settori "artigiani" in realt࠮on lo sono PIథrch頬a gente lavora in modo seriale (uno fa un pezzo, un secondo un altro e un terzo li mette insieme). Non esiste quasi pi鬠contadino che sa tutto delle sue coltivazioni, ma coltivazioni specializzate, monoculture, istruite dalla tecnica. Non esiste pi鬠pastore che sa tutto sulle sue mandrie, che cosa far loro mangiare e quando, come curare le malattie, come far nascere i cuccioli, ecc. ma il pastore che tiene un gran numero di animali assistito da veterinari, da mangimi selezionati per vacche rinchiuse in stalloni orrendi senza un filo d'aria - e magari con la musica di Mozart, perch頨 assodato che le vacche producono pi존te se ascoltano la musica classica.

Il lavoro 謠insomma, sempre pi䥭responsabilizzato, una routine meccanizzata e ognuno di noi fa solo un pezzo di una certa cosa, mai un'opera finita. Questo aumenta l'interdipendenza fra settori, ma non la socializzazione (anzi, il contrario).

Nonostante questo continuo decadimento morale del lavoro, noi lo pensiamo come un diritto, al quale nulla puॳsere contrapposto. Se lavoro in una fabbrica di armi, non 蠵n mio problema l'uso che se ne farຠio ho diritto al lavoro. Se lavoro alle dipendenze di un mafioso non 蠵n mio problema: io ho diritto al lavoro. Se la mia fabbrica inquina che ci posso fare? Io ho diritto al lavoro. Ma poi i nodi arrivano al pettine, come a Taranto. Ma questo accade perch頩l sistema economico che ci siamo costruiti nel tempo, ci ha de-responsabilizzato su tutto. E allora: governo lardo, piove! La colpa 蠳empre di altri, sempre, ed 蠱uesto pensiero de-responsabilizzato che ci mette fatalmente ognuno contro tutti.

La controprova 蠳emplicissima. Basterebbe considerare che se - come dice la costituzione italiana - tutti hanno diritto al lavoro, allora se il lavoro 蠵n monte ore di "x", questo monte ore dovrebbe essere diviso per tutti quelli che sono in grado di lavorare. In altre parole: i "contratti di solidariet঱uot;, dei quali nessuno piࡲla, perch頍 non li vogliono n頩 padroni n頧li operai ma solo i poeti. E allora ci si meraviglia se certe persone lavorano costantemente 10 ore al giorno, magari anche il sabato e altre non lavorano per nulla. Se il lavoro 蠦quot;x", va diviso per "y", ossia per il numero dei lavoratori e non ci devono essere casi di "ordinario-straordinario" (magari pagato in nero) come accade in moltissime aziende. Ma perch頮on si fa questo discorso? ɠ costoso? OK, sosteniamolo coi soldi della Cassa Integrazione che verrebbero risparmiati. E cos젣apita che, nella stessa fabbrica, gente sta a casa in CIG, magari a zero ore, e altri fanno gli straordinari.

Se ha senso il 1�gio, significa trovare nuove strategie di solidarietࠥ rifiutare la logica del "tutti contro tutti" che 蠬a risultante di questo sistema economico, che noi stessi sosteniamo col nostro lavoro, cos젣ome abbiamo sostenuto la crisi finanziaria con i nostri risparmi.

Inoltre, cos젤e-responsabilizzati, non ci passa per la mente che si puಯmpere le scatole alla propria azienda per riconvertire la produzione - ad esempio -  di armi, per dotarsi di depuratori, per dotarsi di protezioni antinfortunistiche; chi altro lo potrebbe fare se non chi lavora in quel contesto?

Pian piano questa de-responsabilizzazione ci ha portato a considerare il lavoro non qualcosa di nostro, ma qualcosa di estraneo, di alienante, che ci consente di sopravvivere e non altro. E oggi assistiamo al declino anche di questo ultimo rimasuglio di senso del "io ho il diritto di lavorare", dal momento che il lavoro manca, che 蠳empre meno retribuito, che 蠳empre meno luogo di auto-realizzazione e di possibilitࠍ di esercitare la propria energia creativa.

Il lavoro sta insomma diventando una maledizione, perch頳e ce l'hai ti spreme e se non ce l'hai sei disperato. Si lavora ormai per sopravvivere e poter cos젬avorare per sopravvivere. O, in altre parole, il lavoro non 蠰itro ma noi siamo diventati strumento del lavoro, eleggendolo da mezzo a fine ultimo - e questo grazie alla nostra ignavia, e ora, hai voglia a protestare.

Ecco perch頤ire "Il lavoro 蠭orto" 蠣ome non dire nulla, se dietro non c'蠵n pensiero sul lavoro, ma soltanto la voglia di protagonismo a tutti i costi e una retorica che lascia il tempo che trova, fuori dagli spettacoli comici. Il lavoro 蠵na delle invenzioni pi⥬le dello spirito umano e siamo NOI morti, non il lavoro, o almeno stiamo morendo, ogni giorno di pittaccare il primo maggio e dire che 蠫la celebrazione di Caporetto e dell'otto settembre a reti unificate. Un'allegria di un giorno che ha il profumo forte e rancido del 2 novembre dei lavoratori. La Cgil ha detto che "蠵n fatto positivo" che il Nipote di suo Zio abbia "toccato molti punti che sono stati sollevati anche dai sindacati". Prosit㩧nifica non aver capito che il 1�gio 蠤i tutti, anche dei "padroni" se ne accettano il principio morale, cos젣ome il 25 aprile e che questa festa 蠮ata da situazioni ben peggiori di quella che stiamo vivendo e che, in ogni caso, non si fa certo un buon servizio ai lavoratori chiedendo l'abolizione dei sindacati (che sono liberamente sostenuti dai lavoratori: nessuno 蠯bbligato ad iscriversi e nessuno viene cacciato quando dissente). Significa insomma usare una festa nazionale per fare della pessima politica da baraccone, con il nulla dietro ma soltanto la voglia di distruggere perch頰ossa emergere un ego smisurato e smodato. Ogni lavoratore ha combattuto, chi pi堣hi meno e magari troppi lo hanno fatto troppo poco, per ottenere quello che ancora abbiamo e per difendere quello che ci viene tolto, ma non vedevo, allora, molta solidarietࠤa parte di comici e smanettatori di Internet, che ora vengono a farci la lezione e a dirci che il primo maggio 蠭orto. Prosit a loro: il 1�gio non lo avranno mai e tanto meno il 25 aprile. Verrࠩl tempo che saremo tutti schifati di questi linguaggi e di questo stile "tranchant" che accusa tutti di tutto per apparire i soli meritevoli di rispetto - e per molti, questo tempo 蠧iࠩniziato, da molti mesi.

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