Rossano Astremo

                  Giovanni Giudici

                  una vita in versi che

                  splende da 80 anni

 

 

 

 

 

 

 

Giovanni Giudici è uno dei vecchi arzilli della nostra poesia contemporanea">

           

       Rossano Astremo

                  Giovanni Giudici

                  una vita in versi che

                  splende da 80 anni

 

 

 

 

 

 

 

Giovanni Giudici è uno dei vecchi arzilli della nostra poesia contemporanea, ottanta anni e tanta voglia di svelarsi al mondo col piglio diretto del suo verseggiare sempre suggestivo.

I tre anni di differenza da Zanzotto e i due da Pasolini e Erba bastano perché la poesia di Giudici nasca  postuma all’ermetismo. Il distacco dalla lirica “pura” si accompagna ad un recupero di precedenti esperienze poetiche novecentesche, tanto che Franco Fortini ha considerato Giudici un rappresentate del “crepuscolarismo internazionale”. Con gli esponenti crepuscolari di inizio secolo, Govoni, Gozzano, Lucini, Moretti, ha certamente in comune quell’ansia di parlare della propria esistenza, di fare della poesia uno strumento volto alla costruzione della propria autobiografia.

Ne è esempio la splendida Una sera come tante, tratta da La vita in versi:

 

Una sera come tante, e nuovamente

noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro

settimo piano dopo i soliti urli

i bambini si sono addormentati,

e dorme anche il cucciolo i cui escrementi

un’altra volta nello studio abbiamo trovati.

Lo batti col giornale, i suoi guaiti commenti.

(…)

Una sera come tante (quante ne resta a morire

Di sere come questa?) e non tentato da nulla,

dico dal sonno, dalla voglia di bere,

o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,

né dalle mie impiegatizie frustrazioni

(…)

 

Una poesia della quotidianità, quindi, quella di Giudici, che abbandona le venature “civili” di tanta prosa realistica del secondo dopoguerra per spiare dal buco della serratura della propria esistenza minima. La forza specifica della posizione di Giudici sta nella consequenzialità, persino meccanica, con cui egli sviluppa il paradosso oggettivo che costituisce la sua poesia: una persistente volontà di dire in versi la sua biografia, fino al punto di oscura necessità in cui questa diviene biologia e non senza evidenti ambizioni di canzoniere, in una fase storica in cui la prepotenza del nuovo capitalismo riduce la vita del singolo a mera figura sociale. L’autobiografia coincide, perciò, con la biografia di quella figura sociale, e l’io, smarrito il principio d’individuazione, diventa un io narrante o sentenziante che si teatralizza in tipo, maschera o personaggio. Questo è il significato fondamentale delle terze persone di Giudici e del suo oggettivarsi nella “voce” di un altro . Ecco una parte di La Bovary c’est moi, tratto da Autobiologia:

 

Dice: ti cullo il bambino perché

anch’io sono un bambino – ma è assurdo.

Non può avere la voce uno che non è qui

né braccia né potrei volendo cullarlo a mia volta.

Pure il bambino vero tace se resto in ascolto

della sua finta voce nella mia finta pace.

Pure gli posso far dire ogni parola che voglio:

mio amore quanto errore e dolore ci divide

quanto futuro senza futuro si spalanca.

Vuole mettere ordine vuole che mi riposi.

 

Ecco cosa scrive Daniele Piccini, nell’ultimo numero del mensile Poesia, sull’ultima fase della produzione poetica di Giudici, quella venuta dopo La vita in versi, Autobiologia e O Beatrice: «Sono fra coloro che sentono la stagione più recente del poeta (da Salutz in poi) come una resa alle sirene della lingua poetica in sé e per sé, disincarnata, un poco enigmatica, quasi per contraddire un’epoca sempre più inumana e sorda. Non che non si diano prove di bravura ( per esempio in Quanto spera di campare Giovanni), ma al lettore di quel Giudice millimetrico, popolare e sapientissimo, resta un retrogusto un poco amaro. Chissà se questa lettura rende o meno onore agli ottant’anni di uno dei nostri migliori autori. Ma è diritto di chi viene dopo fare i conti, fino in fondo e onestamente, con i maestri. Lo sa Giudici, che in Autobiologia quasi celiava: “Ah cireneo Montale / la gloria molesta / del nostro leggerti male”».