Maria Antonietta La Barbera

5° classificata al Premio D. M. Turoldo, 1° edizione, anno 2002   

 

   

  

    

 

 Maria Antonietta La Barbera, classe 1947, è   Professore associato di Letteratura francese presso l’Università di Palermo.  I suoi interessi riguardano l’arte, la letteratura,  la spiritualità.   Ha pubblicato diversi volumi di critica letteraria su autori francesi: Gustav e Flaubert (Gustave Flaubert e l'arte dell'unità, Ila Palma, Palermo, 1981),  Raïssa Maritain (Silenzio e parola in Raïssa Maritain, Omnia, Palermo, 1990), Georges Bernanos (Invito alla lettura di Georges Bernanos, Mursia, Milano, 1993; Pensieri, parole, profezie di Georges Bernanos, Paoline, Milano, 1998), Eugène Ionesco (Un fiore per Ionesco, Insieme nell'Arte, Palermo, 1995), Jean Sulivan (Jean Sulivan, una parola che può risvegliarti, Paoline, Milano, 1999), e testi di antropologia cristiana  di spiritualità.  Si occupa inoltre attivamente di teatro.  Ha pubblicato inoltre, Uno sguardo che si fa parola (Palermo, 2001), Letteratura e dialogo (Centro Stampa Magistero, Palermo, 1991), Perché Poesia oggi (Centro Stampa Magistero, Palermo, 1993).  Sul nostro sito abbiamo presentato di lei, nel dicembre scorso, il saggio Perché letteratura oggi, per i tipi di Marna, Palermo, 2001.

  

  

Commento alle poesie

   

Un pregio della poesia di Maria Antonietta è senza dubbio la comunicatività.  Si fa capire immediatamente, e insieme intensamente, perché vuole essere una poesia centrata sulla pregnanza del messaggio, sul valore della parola.  Lo dimostrano i numerosi commenti pervenuti dai lettori, alcuni articolati e altri un po' meno, ma tuttavia tutti tendenti a sottolineare questo aspetto, che evidentemente non passa inosservato.

C'è fame, è vero, di parola viva oggi, e la poesia spesso fa fatica a mettersi in contatto con questa fame, non tanto perché essa sia parola morta, ma piuttosto perché si lascia trasportare dalla complessità interna al suo "gioco linguistico", come direbbero i filosofi del linguaggio e non riesce a trovare una forma capace di conciliare le esigenze del suo linguaggio con il linguaggio decaduto della quotidianità.  L'operazione che M. Antonietta cerca di fare è appunto questa: rendere il poetico comprensibile all'impoetico, cercando di essere un polo di attrazione capace di resistergli, di sfidarlo; o meglio, sfidare l'impoetico e dimostrare che le parole sono qualcosa di più nobile dall'uso che l'impoetico ne fa.  E non è un impegno da poco.

Sul versante etico questo impegno si traduce ovviamente in altre istanze, che riguardano i contenuti prediletti dall'autrice: in queste tre poesie come nel suo saggio linkato nelle note bio-bibliografiche, lo si vede con chiarezza.

Se la poesia è intesa dalla nostra autrice fortemente come "messaggio", come istanza etica, non per questo il testo viene trascurato, il verso lasciato a se stesso.  Il linguaggio invero non è mai ricercato, proprio per le finalità comunicative delle poesie, ma non per questo è trascurato, non indulge a espressioni sciatte e non scade mai di tono, anche quando il tema scelto (ad esempio la seconda poesia) potrebbe ispirare tentazioni didascaliche, esiti moralistici, celebrazioni retoriche. Ci pare invece che l'ispirazione genuina non abbandoni mai l'autrice, anche in questi casi.

  

  

La voce zampillava nel deserto

 

 

Non so cosa emergeva dal silenzio,

storia, sogno, futuro

o indistinto ricordo.

Certo si riaccendevano le luci,

gli sguardi conosciuti ed i sorrisi

a intessere per me dolce il ricamo.

 

Forti emozioni e caldi sentimenti,

la fatica, lo scherzo, il rischio…

      e quella tela

segretamente disegnata piano.

Voglia di scardinare tante paci,

tirar fuori i morti dai sepolcri,

gridare senza sosta l’alleluia.

 

Non solenni discorsi né astrazioni

donano gioia

ma lo spessore del corpo delle cose,

antica danza d’umili verdi steli,

sguardi straboccanti di canto

e mormorii leggeri.

Poi i silenzi.

 

La voce zampillava nel deserto,

pozzo segreto offerto oggi al passante,

nota di un canto familiare spento.

 

Vedo ora scivolare fra le stelle

mano setosa sull’arido mio corpo;

intenso soffio s’insinua in ogni dove,

lacera la mia pelle intorpidita,

canta la vita

da quel muro nero.

    

 

Carne, gesti, sguardo…

                           la scrittura

 

Tempo fuori del tempo la scrittura.

Su vuoto spazio prende forma una forma:

lettere… bianchi… righe…

quanti segni…

c’era soltanto nulla,

ora c’è un mondo.

 

Scavata è cicatrice sulla carta,

di una presenza è traccia la parola.

Emerge il testo:

armonioso ricamo di silenzi,

sguardi portati oltre

e la memoria

capace di rinnovare ciò che è stato

e anticipare ciò che non è ancora.

 

Sopra il foglio

si scardina quel tempo raggrinzito

in cui tutto si ripete e si ricopia.

Sopra quel foglio tutto diviene nuovo;

terra da fecondare

con rugiada di pioggia nuda sotto il sole;

giardino su cui segnare originali percorsi d’armonia,

e ritrovare volti,

tendere le mani.

 

Sono le mani che scavano quel foglio:

  mani impietose capaci di graffiare,

      mani che sanno ancora carezzare,

          mani che ascoltano l’alba di ogni giorno.

Sono mani che hanno ancora tempo

per disegnare inesplorati confini da varcare,

tempo in cui ricamare note con la luce

e del deserto i profumi colorare.

 

Foglio, mani e sguardo verso l’oltre,

desiderio di essere se stessi,

brama di veri incontri ricreativi,

abbraccio ancor più ampio… gioia… respiro…

 

Nel silenzio una voce prende la parola.

Il testo, fra le mani di un ignoto,

trasforma in primavera un freddo inverno;

nuova forma sul foglio si delinea;

s’ode un certo qualcosa…

è voce antica,

leggero mormorio

che sa  d’eterno.

 

 

 

Sempre tutto comincia…

 

Partorisco,

non un bebè ma un uomo.

Per questa libertà oggi in cammino

ho aperto finestre e chiuso porte

ho rifiutato sogni e sparso semi.

Ho lasciato forare e mani e piedi

dai chiodi aguzzi di una fedeltà

incisa nell’oggi.

Ho offerto il corpo stanco

perché silenziose le mani

disegnassero gioiosi ricami di bellezza

e da cocci ormai muti s’elevasse un canto.

 

Pur se non vuoi, scola dagli occhi il latte

se sei madre,

e tra le doglie di sempre

rimbocchi quelle eterne coperte

con cui vorresti riscaldare l’inverno

di quell’uomo che non è più un bimbo da cullare.

Ma è ormai giunto il futuro

e sono aperte le mani:

piccolo campo con fiori di parole

dove farfalle amano danzare,

rifugio spalancato con riserve di pace,

  sogni di madre,

      dita libere e sciolte

che intrecciano preghiere,

mentre tacite gemme esplodono,

traboccanti di vita.

 

S’alza il vento che nulla lascia a posto

rami spazzati via, foglie sospese.

Ma lo sguardo si posa

su una cascata verde un dì donata

rigogliosa oggi

dopo inverni oscuri.

E s’ode la fontana vivace dell’Amore,

gorgoglio d’acqua che scorre nel profondo,

con profumi di bosco dentro il cuore.

 

Tu sei più figlio, oggi, ed io più madre.

Tra mille strade è tracciato un sentiero,

gocce di sangue e latte tra le orme veloci,

tracce di mani aperte per amare.

Il mio sguardo sereno anticipa i tuoi giovani passi.

Oltre il deserto s’apre una via di gioia

per te, uomo in cammino...

  

  

Commenti

  

Mi sembra un'interessante prospettiva quella qui delineata dall'autrice, la quale

in questi versi rievoca le vicende delle Scritture dal punto di vista umano e storico, mettendo in bocca ai personaggi biblici, che a volte i commenti degli studiosi ci rendono così ieratici, accenti e sentimenti umani, di un umanesimo moderno, contraddistinto dal tono colloquiale e informale, da quell'ansia di approdo a un'irrequietezza di fondo che caratterizza spiritualmente ma anche psicologicamente (o forse è la stessa cosa), il nostro tempo.  Il verso, semplice e curato, ben s'intona a questa prospettiva.   -  Luigi Marchina

Testimone di presenza sofferta, di fede e di gioiosa speranza, l'autrice  tesse con abile maestria delicate e forti note di poesia.  Emanuela Marini

Sempre tutto comincia....

 tra le doglie di sempre.....

eppure in cammino verso il suo futuro e il tuo passato.

Sono madre e i versi di Maria Antonietta mi sembra raccolgano le speranze e gli eterni dolori delle madri di tutti i tempi, cominciando dalla prima Madre dell'umanità. 

Maria, sotto la croce, forse non piange perchè le madri non danno dolore ai figli..... ma quanto strazio nel cuore di quella madre. 

Maria Antonietta riesce a trasformare le doglie in canto, la lacerazione in abbraccio, il distacco in fiducia.   Versi, semplici e familiari, cullati da una nenia antica e.... riprendendoli.... trovi che nulla c'è ancora da dire....perchè lì tutto è stato già detto. - Pippi Salerno 

La memoria dell'uscita dalla solitudine o dal deserto, dell'incontro con la vita vera, e il bisogno di comunicarla si fondono in un'unica sensazione: cantare la vita, viverla intensamente, donandola e ricevendola  con gesti parole e scrittura.

L'autrice si racconta e si esprime con profondo desiderio di incidere nel progetto creativo di cui si sente parte, sempre protagonista, sempre attivata da un'esigenza inesauribile: essere per amare, amare per essere: voce, gesto scrittura.

Maria Caterina Coffaro

Parole che si fanno tramite di ricerca, espressione di emozioni vissute, di speranze custodite, di silenzi sofferti: fili di una trama intrisa di profonda interiorità, di umana compassione, guidati dal dolce e tormentato canto dell’io che si pone in ascolto di se stesso e all’ instancabile ricerca di varchi di luce. Emanuela Mulè

Nei versi di Maria Antonietta La Barbera s'ode la fontana vivace dell'Amore, come voce zampillante nel deserto, pozzo segreto offerto ai passanti di queste pagine non di carta.  Su questi suoi fogli tutto diviene nuovo, come in un giardino fecondato da rugiada, su cui segnare originali percorsi dell'anima.

E ritrovare volti, tendere le mani non viste, e intravedere il sorriso dei santi sconosciuti di questo tempo. E sentire spirare - come un brivido - le parole e i versi silenziosi di David Maria, batter d'ali improvviso, d'un istante, dello Spirito.  Umberto Utro

Non smettere di cominciare,

non smettere di sperare,

non smettere di CANTARE LA VITA,

non smettere di TRASFORMARE IN PRIMAVERA UN FREDDO INVERNO,

anche se IL VENTO NULLA LASCIA A POSTO,

RAMI SPEZZATI E FOGLIE SOSPESE.

non smettere!

non ti stancare!

OLTRE IL DESERTO SI APRE UNA VIA DI GIOIA,

SEMPRE TUTTO COMINCIA!

E mi dà forza

e mi riempie di voglia di andare

leggere questi versi

e sapere che

non li scrive

un ragazzo pieno di illusioni,

che affacciandosi ora alla vita non immagina nemmeno quanto questa a volte sia terribile,

 

ma chi ha già attraversato tanti deserti,

superato tanti inverni,

chi avverte arido il suo corpo e intorpidita la sua pelle,

ma ancora canta

e non smette di cantare

e contagia la voglia di cantare anche a chi legge:

SEMPRE TUTTO COMINCIA,

io l'ho scoperto e te lo dico!

mariacaterina79 

Leggeri come piuma, incisivi come erpice, dolci come miele di zagara, armoniosi come sonata morzartiana, arcani come vita e morte. I versi di Maria Antonietta La Barbera tracciano un paesaggio esistenziale che dal silenzio del deserto fluisce incontro alla parola della scrittura poetica, alla creazione dolorosa dell'uomo libero e al suo incerto cammino. Cercano e trovano le vibrazioni di una luce, della Luce. Intrecciano preghiere e sguardi che invocano la gioia e la dispensano. Santanna 

Come si fa a  "spiegare"  la madonna di Antonello da Messina,  la pietà Rondanini,   la fontana del Bernini,  Le  Sinfonie n.9. Come si fa per capire se una poesia ti ..... parla? Saggiatevi l'anima,   trovatevi un sistema,  una sorta di  bio-sensore,  anche per queste poesie di Maria Antonietta. Io l'ho trovato.
Ciccio Caracausi 

La tenerezza della dona è nell'istinto al dono ... questa è la sensazione che mi è rimasta leggendo queste poesie. E pur nella fatica che ciò comporta traspare tra le righe una graditudine, una gioia che sembra nascere dal riconoscere umilmente di essere amati ... 

I brani infatti sono segnati da una speranza di fondo che auspica a un rinnovamento vero, a un nuovo stile di vita, a una educazione all'accoglienza, alla reciprocità , a un andare verso ... Si comprende allora come non sia un caso che queste parole nascano proprio nel cuore di una donna luogo di accoglienza e tenerezza singolare e creativa ... Laura Rosa Chiara.

(UN ABBRACCIO GRANDE GRANDE A TUTTI VOI)

Non sempre è facile capire quanto un poeta scrive, non sempre è facile penetrare al di là delle sue parole e dei suoi silenzi, non sempre è facile cogliere il pensiero che quelle parole e quei silenzi ha dettato, ma può avvenire un miracolo: se scopri quale sentimento concreto ha ispirato quelle parole, se intuisci il destinatario di quel sentimento.

Ecco, Paola ed io vediamo, o meglio ci par di vedere, nella prima poesia le persone amiche che insieme abbiamo conosciuto e amato, anche quelle che non ci sono più.

E allora riusciamo a capire la voce che viene dal deserto, gli sguardi conosciuti e i sorrisi, le forti emozioni e i caldi sentimenti, la voglia di scardinare tante paci e di gridare senza sosta l’alleluia… 

E tutto acquista un significato luminoso, capace di riscaldare il cuore, di riaprire spiragli di luce anche nelle tenebre dell’addio.

Ma acquista anche un significato la seconda poesia, quella dello scritto che diventa dono, comunicazione del proprio animo, rapporto intimo con chi legge. 

Un prete amico diceva che nel profondo di ogni persona c’è Dio e quando si entra in contatto vero si arriva a scoprire Dio nel profondo dell’altro: s’ode un certo qualcosa… / è voce antica, / leggero mormorio / che sa d’eterno. 

E diventa chiara anche la terza, in cui l’autrice rivela il suo impegno a trasformare in "uomini" i "bambini" che le sono stati affidati. Perché anche l’educazione è amore, è donazione di qualcosa di sé agli altri, non perché diventino "noi", ma perché diventino se stessi.

È lo stesso che essere "madri" o "padri" nello spirito, perché generare un figlio non è solo dargli un corpo, ma anche, e soprattutto, una coscienza della propria esistenza, una certezza del proprio valore eterno. - Giorgio e Paola Bertella