Oreste Bonvicini

 

 

 

 

  

 

 

 

Nota bio-bibliografica

  

Oreste Bonvicini è nato ad Alessandria il 21 febbraio 1958. Ha pubblicato due sillogi poetiche: “Cibernetica” nel 2000 e “Il granaio di Nalut” nel 2001. Testi poetici in prosa sono presenti sui sit web www.edizionijoker.com alle pagine della rivista on-line Frontiere e www.graffinrete.com antologia poetica on-line e Dismisura, rivista letteraria. Vive in provincia di Alessandria, esercitando professione tecnica presso la P.A.

 

 

Commento ai testi

  

Oreste Bonvicini è un poeta già conosciuto alcuni anni or sono e poi, come per altri, perso di vista e ritrovato con piacere.  Di lui mi piaceva, allora, la grande carica di umanità in alcune poesie, e anche questa caratteristica la ritrovo nei testi inviati al premio.  Da una breve e recente corrispondenza con l'autore, ho scoperto che queste tre liriche fanno parte di una silloge e allora ho chiesto che mi venissero mandare anche le altre poesie, che qui metterò dopo le tre canoniche del premio, perché il lettore possa meglio giudicarne l'insieme, e anche per evitare una seconda pagina che dovrebbe poi collegarsi a questa, rendendo l'insieme di non agevole lettura.

Il poeta intende far rivivere, in queste liriche, gli anni "di piombo", della P 38, delle Brigate Rosse, delle rivolte nelle carceri, delle scene violente in piazza, dell'uccisione di Aldo Moro: un'età che personalmente ho vissuto nel fervore della giovinezza, inizialmente un po' in disparte ma sempre con gli occhi bene aperti.  Lo sguardo che Bonvicini ricostruisce è quello di chi in qualche modo è coinvolto, che legge avidamente ogni piccolo segno della cronaca, lo interpreta, ne trae delle conclusioni, delle intuizioni - l'intuizione della fine di un'epoca non tanto storica, quanto personale: la fine di una passione politica e ideologica e insieme l'inizio della maturità, della disillusione, della normalizzazione o restaurazione (riflusso, questa era la parola in voga alla fine degli anni '70 e all'inizio degli anni '80, proprio per indicare questo fenomeno).

Se da un punto di vista politico-ideologico termina un sogno, o forse un'utopia, dal punto di vista biologico e psicologico termina la prima giovinezza, o forse una propaggine lunga dell'adolescenza che, per certi aspetti, era in quegli anni mantenuta più a lungo negli slanci, nel sogno, anche negli atteggiamenti comuni fra giovani, fra amici (quel senso del gruppo, quel vedersi a tutti i costi, discutere, illudersi, deludersi...).  Oggi i nostri adolescenti sono certo più scafati già molto prima della giovinezza, li vediamo più realisti, più disincantati, e certo più ansiosi e inquieti per il futuro - perché sanno in che razza di mondo-gabbia dovranno vivere.  Maturano forse prima e restano acerbi per altri aspetti, ma non ci interessa discuterne qui, ora.

Se questo è il quadro che Bonvicini cerca di ricostruire, non è pertanto da intendere come una ricostruzione, la sua, socio-storica in veste di poesia, ma una ricostruzione psicologica, un ritornare indietro, nel tempo odierno della confusione e dello smarrimento, nel tentativo di ri-costruire un percorso, ri-trovare un qualche punto fermo, per ripensare il futuro.  E' per il futuro che egli torna al passato, in un atteggiamento certo un po' nostalgico, ma non per fermarsi.  Un atteggiamento simile lo abbiamo trovato in certi versi di Sulle rive dell'epoca, di Gianni D'Elia, un poeta che il nostro autore conosce molto bene e apprezza.

Si potrà pertanto rimproverare a questi testi di essere imprigionati in un tempo storico, nel senso che i più giovani forse non potranno mai coglierne il significato profondo, appunto perché bisogna "esserci passati" in queste esperienze, per ricavare da essi tutto lo spessore che li sorreggono.  E forse si potrà dire che, in ultima analisi, non sono altro che messaggi da un tempo che non è più, chiuso per sempre - è vero che, in questo senso, per comprenderli bisogna prima "fare mente locale", ossia ricostruire l'ambientazione storica, la storia delle emozioni e dei sentimenti che si agitavano nella società di allora.  Ma, vivaddio, non è poi così difficile e, tutto sommato, non ci farebbe neppure male.  A chi, come chi scrive, ha vissuto questi tempi, i testi sono però di presa immediata; si potrà o non si potrà essere d'accordo sul modo di affrontare i temi, ma non si potrà negare che i versi sono densi di poesia, se non altro di sentimenti traumatizzati, di amarezza e insieme di rimpianto (e più per la giovinezza che se n'è andata, che per gli eventi descritti).  Poi, certo, la poesia politica e civile non è mai di moda, questo lo si metta in conto.

  

 

 

The sands of time were eroded  by

the river of constant change

(Firth of fift da Selling England by the pound, Genesis, 1973)

    

ANNI '70 (trittico)

    

    

 Anni di piombo

      

Un altro marzo,

ricordi?

le notti buie e fredde

e le raffiche di mitra.

Anni di piombo

con le sirene spiegate

a rincorrersi nel nulla

negli occhi di uomini

che avranno brillato d'angoscia e  pianto

dopo l'inutile massacro.

    

Per noi tempo d'illusioni,

non di paure.

Pochi nomi, gli amici per la pelle,

i pantaloni stretti in vita

le maglie attillate e corte,

vivendo le prime avventure

nell'anno più asciutto della storia.

    

Poi una R4

ci destò quella mattina

come uno schiaffo in pieno volto.

Incustodita in periferia

muta e destinata a rimanere insoluta

con il suo bagaglio di omicidio di stato.

      

     

  La rivolta

      

Anna tornando in bicicletta

gridava sommessa

- sono tutti morti! -

chi sull'asfalto delle corti

chi sotto il lavello

ripiegato come ala d'uccello

nel sangue della rivolta

nel silenzio delle urla

tra segni come invocazioni

incisi

sulle pareti imbrattate e sporche.

     

L'assedio

nel correre delle ore

di pochi giorni sotto un cielo livido

spezzato dall'assalto di un colonnello

deflagrato poi sulla sua auto,

in una notte d'estate

 incolore.

    

Freddo.

    

   

Ricordi

     

Di certe scritte

apparse

con la doppia V sovrapposta

fotocopie poi affisse

agli angoli delle vie del centro.

Tornavo allora

nel rapido volgere del giorno a sera.

RAVVEDETEVI

dicevano sentenziando sacri testi.

    

Gocciolava l'inchiostro nero

sotto la sferza della pioggia

e il graffiare dei vetri

a lato di una pubblicità oscena

la scadenza di una tassa iniqua

e l'ordinanza per le targhe alterne.

    

Tutto sulla parete di calce spenta.

    

    

  

Poesie fuori concorso

   

   

Il settantasette

   

Mi fermarono in strada

                              e trattenuto

mi domandarono dove io fossi

giovedì diciassette del febbraio

millenovecentosettantasette.

   

Al lavoro -risposi- al lavoro

per un tozzo di pane, sicuro

il mio posto a tempo indeterminato

                                    hic et nunc

del fottuto consumismo imperante

tra echi di Chopin, vino, rabbia

e gioia per l'ultimo rigurgito

dell'illusione comunista.

  

  

In piazza

  

“Aprile il mese più crudele”

giungeva  monito parafrasando Eliot

a/traverso l'etere liberato

della prime radio libere

nel linguaggio svincolato.

   

“Entra nelle case e ci parla direttamente”

diceva una canzona cult

della cultura emergente:

libertà era nel desiderio

di spartire con la vita, finalmente

non solo lavoro e fatica

obiettivo centralizzante

        della teoria internazionalista,

ma le voci in diretta

“della vita che si compie”.

Il tempo per noi

corrotto dagli eventi:

la morte in diretta

e la nostalgia mai sopita

della gioventù sfuggita.

    

  

Commenti dei lettori

  

Nella poesia, tanti lettori cercano "emozioni", qualcosa di shoccante, di nuovo-a-tutti-i-costi o altro artificio.  Bonvicini, quasi dimessamente ma con un linguaggio rude, che vuole graffiare il cemento armato dell'oblìo (questo sì "a tutti i costi"), tipico della nostra epoca, riporta alla memoria fatti ed avvenimenti custoditi gelosamente, ripensati, traumaticamente ancora attivi nell'inconscio (collettivo?), attraverso un linguaggio di alto contenuto simbolico e immagini ad alto contenuto associativo.  Aldo Schiavetti