Salvatore Cangiani

  

  

  

  

  

  

Nel chiostro

  

Potevi anche volere

che per sempre

mi ammalassi di Te

roso in segreto

dal tuo tarlo implacabile.

Coi frati

esuberanze giovani murate

dietro l'uscio di un chiostro.

Nessun'altra

furtiva tenerezza, non un bacio

se non verso l'affresco in dissolvenza

d'una Madonna nella polverosa

penombra d'una lampada.

Sfiorire

dentro l'eco d'un sandalo

nei vuoti

corridoi del silenzio.

Avrei lottato

per Te contro il sopruso

dei miei sensi tiranni

contro l'orda

dei miei barbari affetti.

Del mio riarso vivere avrei fatto

la tua polvere santa.

 

  

Al varco

 

Con Te si è sempre al varco.

Tra la vigna

di questi amari grappoli e la valle

fumosa di leggende

sei il diaframma

su cui si spezza l'onda

lunga del sopraffiato.

E sarà come

precipitare a un condominio d'esuli

dove accende ghirlande di chiarori

l'arcangelo dei morti.

O sarà nostra

l'informe identità che ci rivuole

sciame confuso d'atomi dannati

ad altre aggregazioni

provvisorie e dolenti d'altri dubbi

se sia l'essere o il nulla.

Credere è questo

sfiorarti sulla soglia

del nostro poco vivere inchiodato

alla pietà e all'errore.

Ed il tuo amore

è quello che più strazia.

   

    

In riva al lago

    

Incontrarti laggiù dove il tramonto

si frantuma in riflessi di conchiglie

sulla riva del lago

e sopra l'onda è già l'ultima luce

un pulviscolo d'oro.

   

Nella notte

dei bagliori elettronici

della pupilla grigia del computer

hanno atteso segnali

fosforescenti d'altre dannazioni

hanno tentato disperati approdi

le nostre solitudini stivate

nel villaggio globale.

         

Incontrarti laggiù

uomo tra gli uomini

solo per ascoltare i tuoi silenzi.

Udire in noi

sbrecciarsi il muro d'ansia

antico di millenni all'imperiosa

folgore del tuo sguardo

teso sull'acqua smossa dal profondo

fermo nel turbinio delle galassie.

       

Ritrovarci

nell'orma tua sui prati di trifoglio

dove sedevi all'ombra del carrubo

a ristorare

la fatica d'amarci

semiaperte le labbra alla rugiada.

     

Attardarci così dentro il tepore

del tuo silenzio dove

i cieli dilatavano armonie

d'angeli sconosciuti.

Il plenilunio

alto sul lago nel cerchio

dei casolari spenti. 

                             E tu che dici

"Passiamo all'altra riva".

      

Salvatore Cangiani, insegnante, vive a Sorrento (Na)

     

Commento

   

Tre liriche che si avvicinano alle preghiere turoldiane.  Il rapporto con il Trascendente viene vissuto personalisticamente, da Essere a Essere, così come Turoldo faceva nelle sue liriche, anche se qui a volte abbiamo un tono un po' retorico, un linguaggio dove a volte gli accenti drammatici sono un po' troppo marcati se messi i relazione al contenuto delle poesie.  Nella prima ad esempio, abbiamo un certo contrasto fra l'atmosfera evocata: "un furtivo bacio alla Madonna, l'eco d'un sandalo nel chiostro, ecc.", immagini tutto sommato di calma e tranquillità e quel "roso in segreto", quel "barbari affetti", quel "riarso vivere").  Però le poesie sono apprezzabili per la modalità di approccio, appunto col Trascendente, che recuperano la dimensione dialogale.