Loriana Capecchi

  

  

  

   

Il tempo dei passi leggeri 

  

Se un cielo trascinava sopra il solco 

dentro scarpe di vento noi ragazzi 

dietro un volo di uccelli o nella neve 

di acacie offerte a strade di silenzio. 

Argilla eravamo

lucertola al sole 

folaga sullo specchio di ruscello 

beccando il sole frantumato in scaglie. 

  

Sì, noi sapevamo 

sommesso il rumore 

che il grano faceva crescendo.                   Nell'erba 

non visto il ramarro dall'occhio di vetro.

   

Volavano magre le gambe nel salto 

di fossi ed oltre un segno di campana 

            tracciata sulla pietra con i sassi 

rubati al fiume 

colorati 

tanti. 

Noi vita abitata e di lei non sapere 

null'altro che un'azzurra meraviglia 

di poggi ed infinita una campagna 

arresa a nubi e odori di lavanda. 

  

Frasi ricordo adesso di quel tempo

ch’ebbe leggeri passi e in seno al pozzo

                        melagrane di stelle da incrinare

una notte di fionde e di ragazzi

                        affacciati sull’orlo ad ascoltare

il tonfo della pietra scesa al fondo.

                            Urtava pareti la brocca nell’onda

                                                celando l’anguria

                            Ballava...

                                    Ballava...

 

  

  

Strade di fuga s’aprono in quest’aria

                                             di primavera.

            Cercano memorie

                     di una campagna arresa fatalmente

            all’onda di lavanda sui suoi colli.

 

Padre

oltre la soglia è il canto degli uccelli

      la folla dei papaveri nel vento

e fieni su cui grande il cielo scende.

  

      Per te queste nevi del mandorlo in fiore

               oziosi origàmi di nuvole bianche.

      Per te son le braci di lucciole quando

            salgono ai poggi silenzi di luna.

  

Sognavi padre il canto della pietra

      l’acqua che sfugge azzurra tra le dita

la terra che da sempre ti chiamava

      lei donna per offrirsi alle tue braccia.

  

               (Morì giovane ancora mio padre

                     stranito dentro un letto d’ospedale.

               A coprirlo non furono grani

                     ma un telo bianco vuoto di parole.

                           A rimpiangerlo furono rossi gerani

                           inutilmente arresi a un davanzale.

                     Nei campi l’onda verde dei trifogli.

               E noi pochi in silenzio.         Rimorso

                              l’ultima sigaretta a lui negata).

  

                     Adesso sei padre l’odore dell’erba

                                                      La terra assetata

                                                      talvolta nel sogno

la sagoma scura dell’uomo che torna

      dai campi portando negli occhi tramonti

e dentro le tasche ha l’odore del vento.

                                             Poggiata alle spalle

                                                      riposo di falce.

  

Solo una foto sul muro e uno sguardo

                                                                     di te

                                                                      padre

      dentro il vestito buono della festa

               per questa mia struggente nostalgìa

che sa di te una strada senza tempo

oltre apparenza di silenzi spinta.

  

  

 Ultimi della fila

  

Da radici di secoli umiliati

                     da un’onda lunga vieni

                                             di tormento

                           stranito barbone

                     re d’aria e di vento

tu vecchio che adesso sei voce di foglia

                     per dedali sbiancati di memoria

tu donna tradita

      da sola e il tuo ventre

un’ora a scontare d’amore

               tu niño de ruas di polvere e sole

/ un grido dentro gli occhi, non l’infanzia/

               e tu senza nome

                           emigrante

            precario latore di un sogno

                     incontro ad un cielo straniero

                           che ha bocche fameliche e tetti

                     ostili a un approdo di stelle.

  

Insieme venite dal cerchio del pianto

                     e giorni calcinati di parole

               per arenili intrisi di speranza

                                             verso una terra

                           posata a una lingua di mare

            laddove per ogni dolore

                     un canto c’è pure di culla

in cui il grido si stende e piano muore

      se il vuoto delle braccia trova amore.

   

   

   

Loriana Capecchi, insegnante, vive a Pistoia.

 

Commenti

 

Tre testi costruiti sulla parola della memoria, sul silenzio di passi spinti su «una strada senza tempo».  Testi di forte densità, in cui lo spessore dei ricordi si trasfigura in una riuscita forma intessuta di versi ad ampio respiro che scavano dentro e sospingono oltre, inducendo il lettore a porre il suo sguardo sull'erba e sul vento, sui volti e verso il cielo.  Maria Antonietta La Barbera.