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Il tempo dei passi leggeri
Se un cielo trascinava sopra il solco dentro scarpe di vento noi ragazzi dietro un volo di uccelli o nella neve di acacie offerte a strade di silenzio. Argilla eravamo lucertola al sole folaga sullo specchio di ruscello beccando il sole frantumato in scaglie.
Sì, noi sapevamo sommesso il rumore che il grano faceva crescendo. Nell'erba non visto il ramarro dall'occhio di vetro.
Volavano magre le gambe nel salto di fossi ed oltre un segno di campana tracciata sulla pietra con i sassi rubati al fiume colorati tanti. Noi vita abitata e di lei non sapere null'altro che un'azzurra meraviglia di poggi ed infinita una campagna arresa a nubi e odori di lavanda.
Frasi ricordo adesso di quel tempo ch’ebbe leggeri passi e in seno al pozzo melagrane di stelle da incrinare una notte di fionde e di ragazzi affacciati sull’orlo ad ascoltare il tonfo della pietra scesa al fondo. Urtava pareti la brocca nell’onda celando l’anguria Ballava... Ballava...
Strade di fuga s’aprono in quest’aria di primavera. Cercano memorie di una campagna arresa fatalmente all’onda di lavanda sui suoi colli.
Padre oltre la soglia è il canto degli uccelli la folla dei papaveri nel vento e fieni su cui grande il cielo scende.
Per te queste nevi del mandorlo in fiore oziosi origàmi di nuvole bianche. Per te son le braci di lucciole quando salgono ai poggi silenzi di luna.
Sognavi padre il canto della pietra l’acqua che sfugge azzurra tra le dita la terra che da sempre ti chiamava lei donna per offrirsi alle tue braccia.
(Morì giovane ancora mio padre stranito dentro un letto d’ospedale. A coprirlo non furono grani ma un telo bianco vuoto di parole. A rimpiangerlo furono rossi gerani inutilmente arresi a un davanzale. Nei campi l’onda verde dei trifogli. E noi pochi in silenzio. Rimorso l’ultima sigaretta a lui negata).
Adesso sei padre l’odore dell’erba La terra assetata talvolta nel sogno la sagoma scura dell’uomo che torna dai campi portando negli occhi tramonti e dentro le tasche ha l’odore del vento. Poggiata alle spalle riposo di falce.
Solo una foto sul muro e uno sguardo di te padre dentro il vestito buono della festa per questa mia struggente nostalgìa che sa di te una strada senza tempo oltre apparenza di silenzi spinta.
Ultimi della fila
Da radici di secoli umiliati da un’onda lunga vieni di tormento stranito barbone re d’aria e di vento tu vecchio che adesso sei voce di foglia per dedali sbiancati di memoria tu donna tradita da sola e il tuo ventre un’ora a scontare d’amore tu niño de ruas di polvere e sole / un grido dentro gli occhi, non l’infanzia/ e tu senza nome emigrante precario latore di un sogno incontro ad un cielo straniero che ha bocche fameliche e tetti ostili a un approdo di stelle.
Insieme venite dal cerchio del pianto e giorni calcinati di parole per arenili intrisi di speranza verso una terra posata a una lingua di mare laddove per ogni dolore un canto c’è pure di culla in cui il grido si stende e piano muore se il vuoto delle braccia trova amore.
Loriana Capecchi, insegnante, vive a Pistoia.
Tre testi costruiti sulla parola della memoria, sul silenzio di passi spinti su «una strada senza tempo». Testi di forte densità, in cui lo spessore dei ricordi si trasfigura in una riuscita forma intessuta di versi ad ampio respiro che scavano dentro e sospingono oltre, inducendo il lettore a porre il suo sguardo sull'erba e sul vento, sui volti e verso il cielo. Maria Antonietta La Barbera.
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