Francesco De Girolamo

  

  

  

  

  

  

 Paradigma

  

Ho tra le mani il segno che Ti chiesi

quando avevo perduto sguardo e voce:

un raggio e un'ombra tesi su una croce,

e le mani ed i piedi ancora illesi.

  

Tu hai abitato invano il mio silenzio

quando non eri più nella mia casa:

non era più la mia, per quanto invasa

d'ogni traccia di Te che avesse senso.

  

E Tu non eri che follia lucente

che suggeriva all'anima accecata

di attraversare quella morte data

per dono, nell'alba imminente.

  

Non eri più la via, per quanto certa

fosse la strada che mi conduceva

dove la luce, corpo si faceva,

su per l'ascesa faticosa ed erta.

  

Tu, Desiderio dei presentimenti,

apparso e poi svanito chissà come;

Tu, Negazione dei miei pentimenti

e Pentimento d'ogni negazione.

  

Non ho che Te per riafferrare il tutto

nella Tua concrezione d'apparenza,

in volti e luci che nella Tua essenza

hanno sgorgato il sangue senza lutto.

   

E lacerato il velo del tuo gioco:

ciò che sembrava gelo ed era fuoco:

ciò che sembrava il nulla ed era il cielo:

ciò che sembrava il cielo ed era il frutto

dell'albero del tempo chiuso in poco

più di una stanza in cui tre cuori soli

vinsero la partita, il giro e il gioco.

  

  

Fuori dominio

  

Nel mio silenzio attendo la risposta

che nessuna domanda ha mai invocato.

Io la udii quando niente distoglieva

il mio senso più tardo ed annebbiato,

quello che alla parola è assoggettato,

dal dominio del segno dell'idea.

  

E' l'unica incertezza che mi resta:

è lei che prende me, per interposta

speranza che si schiuda la mia sola

risorsa di capire, già prima di sentire,

fino in fondo, l'offesa che consola.

O forse una carezza per ferire.

  

  

 Vele 

   

Radiose come guizzi di comete,

dolci nel sangue come antico miele,

le Tue parole, verso noi, segrete.

Non sarà amaro più il sorso di fiele,

offerto, allora, a scherno della sete,

se le Tue vesti diverranno vele.

  

Francesco De Girolamo, tarantino, vive a Roma.

  

Commento

  

Di buona fattura queste tre composizioni, di cui la prima potrebbe essere un "inno".  La poesie che si ispira a temi religiosi, specialmente le preghiere tout court, come queste, non sono semplici.  C'è, è vero, un vissuto personale che emerge, anche nell'"inno" di cui si diceva, ma poi ci sono tanti costrutti teologici e dottrinali che segnano una specie di "limen" dal è difficile prescindere.  La difficoltà della scrittura, che a volte ci sembra anche qui di subodorare, in un certo senso grava sul testo.  Ossia, c'è come uno iato fra il precetto "dogmatico" della religione e il sentire personale.  Ma, d'altra parte, è proprio quel "quid" di personale che salva il poeta dal rischio di mettere la teologia dogmatica in versi.  Qui il poeta cerca di evitare questi pericoli lavorando di immagini e fantasia, di allusioni, cercando di evitare di cadere nei tranelli predetti.  E il risultato ci sembra raggiunto.