Gennaro Grieco

6° classificato al premio D.M. Turoldo, 1° edizione, anno 2002  

  

    

  

  

  

  

  

  

  

 Nota bio-bibliografica

  

Gennaro Grieco è nato nel 1953 a Rionero in Vulture (PZ), ma da trent’anni vive e lavora a Torino, dove ha concluso gli studi laureandosi in Pedagogia (Indirizzo Sociologico). Risiede a Trana.

Poeta e narratore, è anche autore di saggi e interventi critici in rivista (Keraunia, Cultura e Società, La Procellaria, La Vallisa, Tempo sensibile, ecc.).  Ha suscitato sin dall’esordio l’attenzione della critica più qualificata ed è stato recensito anche all’estero, in particolare in Spagna e in Brasile, dove si sono occupate della sua opera le riviste culturali Comunicarte di Poços de Caldas e Artefatos di Blumenau.

In poesia ha pubblicato: I Percorsi del Sentimento (1991), Suggèsto (1993), premio “Teaterno” ‘94, Rivus Niger e scritture bastarde (1994), La vocazione e le idee (Venilia Editrice, 1995), pubblicazione-premio dell’ “Arquà Petrarca” ’95 e premio “Chiesetta del Monasterolo” ’97 per l’edito. Con prefazione di Dante Maffìa, è del 1997 il corposo volume Il Viaggio Virtuale (Venilia Editrice), opera della quale, peraltro, parti consistenti erano già apparse in svariate riviste e antologie: tra le altre, le sillogi Autocertificazione, pubblicazione-premio del “Keraunia Estate” ‘93 (Keraunia, n. 15, Brembio, 1994) e Se tentare di confondere l’aria (Comune di Ceprano, Antologia dei 5 vincitori del premio omonimo, 1994), nonché le poesie incluse nell’Antologia del XIV° premio “Brianza Inedito” (GR Edizioni, Collana “Il Lambro, 47”, diretta da Franco Cajani, Besana Brianza, 1996). Il Viaggio Virtuale include anche le raccolte Approssimazione dell’insorgenza, Millenovecentonovantatre, La linea o punti di fuocoacqua, già segnalate nei premi “Eugenio Montale” ‘94 e ‘95,  “Lorenzo Montano” ‘94, “Brianza Inedito” ‘95, “Assisi” ‘95. Numerosi i premi conseguiti con Il Viaggio Virtuale, ma di rilievo è la Segnalazione nella prestigiosa Sezione Editi dell’ “Eugenio Montale” ‘97.

Del 1998, nella collana Il Portone/Letteraria di Pisa, è il racconto Prova d’autore, pubblicazione-premio  “Il Portone” ’98 per la narrativa inedita.

Figura in opere collettanee, annuari, riviste specializzate. Da ultimo, in Parole e Forme per fine millennio, antologia prefata da Giorgio Bárberi Squarotti, Edizioni Ippogrifo, Torino, 1997; Memoria del vino, rassegna antologica di poesia sul vino dalla Grecia classica ai nostri giorni, comprendente i testi dei vincitori del Premio “Rabelais” ‘97, Blu di Prussia Editrice, Piacenza, 1997; Il fiore nel deserto, omaggio a Giacomo Leopardi nel bicentenario della nascita, antologia curata da Francesco De Napoli, Bastogi, Foggia, 1998

E-Mail: gen.grieco@tiscalinet.it 

Di Gennaro Grieco abbiamo diffusamente scritto su Poiein.  Si veda nel merito l'ultima nota critica, con i rimandi ipertestuali a note precedenti e a numerosi testi dell'autore.

  

Commento ai testi

 

Di questo autore abbiamo in passato sottolineato alcuni caratteri costanti nella sua poesia, che troviamo peraltro anche nelle tre che egli ci ha inviato per il concorso.  Rileviamo infatti, ancora una volta, il temperamento generoso dell'artista, la sua immediatezza e spontaneità colloquiale, il suo temperamento rude e insieme sensibilissimo.  Non ci diffondiamo pertanto in lunghe considerazioni, che sarebbero in gran parte una ripetizione di quanto già detto.

Lo specifico di queste tre poesie, dal punto di vista dell'ambientazione, è il palcoscenico.  Sono in effetti dei monologhi (anche).  Ma sono dei monologhi speciali, prima di tutto perché sono concepiti come presa di posizione rispetto a delle problematiche (l'integrità individuale vs/ la massificazione, la dissociazione dal reale - simboleggiata dal "fumo" -, lo sfinimento insomma di fronte alla complessità dell'esistenza) che non vengono esplicitate come oggetto, quasi, di cui parlare, ma vengono trascinate nel testo dall'evocazione, dal riferirsi a, dall'ergersi dell'Io come alternativa e presa di posizione etica.

Forse qua e là, come anche altre volte in Grieco, il sentire prende la mano e la parola è quasi sopraffatta dall'ansia e dal sentimento (subito ad esempio nella prima poesia, quel "vivo", ripetuto per tre volte di seguito) e la poesia assume i toni della catarsi, degli atteggiamenti un po' retorici e troppo drammatizzati, ed è questo un elemento che forse dovrebbe essere più controllato.  Così come ci pare a volte che il testo si dilunghi troppo in ridondanze, magari servendosi di diverse metafore - pur riconoscendo per quest'ultimo aspetto, che proprio la specificità del testo, come si è detto a metà fra la poesia e il monologo teatrale, giustifica appieno la scelta stilistica.

I pregi di questi tre testi stanno invece nella ricerca di un verso adatto al contesto (molto forte e molto ritmato, rafforzato da omofonìe vicinissime, nello stesso verso, e rime interne), alla carica emotiva e all'esuberanza dei sentimenti che agitano il poeta.  Un altro punto di forza e anche l'eleganza e la proprietà del linguaggio, questo sì controllato e alto, senza forzature, pur tentando l'ammicco, il colloquio, il parlato.

E' un poeta un po' sui generis, Grieco, tentato a volte dallo sperimentalismo, intelligente e colto e insieme irrequieto, al quale riconosciamo un parlare fermo e di carattere, una generosità d'animo e non comune forza comunicativa.

 

 

            Intanto

mettete a verbale che sono vivo. Vivo.

Vivo con il potere di decidere la giornata, cambiarla in solido;

darle una rivelazione volendo incommensurabile,

come il vento di un recalcitrante marzo che in pianura

briga di spianare a piacimento, a suo arrogante scialo;

come l’aria estemporanea del devastante ingorgo

nella suburra dello stremo,

o il fiotto incontenibile che senza meno ci sommerge se,

se ci concediamo la nobiltà

del raro pensiero.

            Con il potere. A volte, me ne avvalgo. Per questo

ho fama di scorza dura   - e io stesso ci credo, non crediate!

Perché potere è volere!            - sseee!, e volere è volare...

     e puoi giurare che sbatti, per dirla con una chicca da guitti...

è che, insomma,

se uno è vivo deve poter volere.            Che vivo, se no?

            Altre volte, mi lascio andare.

Alla fonte calma della rivelazione non c’è assillo.

E càpita, càpita. Càpita di cogliere in lunga teoria di mani   o,

a voler essere precisini, di chinarsi a labbra piene.

Come sull’albero di fichi:  vi si sale senza moneta

   - e lo so, lo so che non ci avete pensato; ed è ovvio,

     è ovvio che sia per via delle comodità che offre

     l’immancabile Mercato.

            Ma,

vuoi mettere? Alla fonte della rivelazione non mordi il freno.

Semmai, chi ancora lo tiene. E ti trovi, ti senti.            Ti senti

di vivere senza l’inaudita scena            - e la pena -

dell’abominevole misura

da ostentare.

  

            Dunque, dicevo,

mi sorprende alle nove di sera quest’uccelletto canterino

che distoglie. Che dico?, commuove.

è tempo di nidi, di felicità   - se ci concediamo la nobiltà.

Nella pienezza viscerale di un ventisette maggio è tempo,

sì,

è tempo lungamente di amori. Per ognuno che sia.         E

   - io stesso ci credo, non crediate! -         ne abbiamo facoltà.

 

(Se ci concediamo la nobiltà, 27 maggio 1995)

 

  

 

            è incetta di fumo.

Real pappa e vin santo.            Gran sollucchero.            Inebriante.

            Surroga i deposti istinti, il fiato... che.

Che consente il passo.

Se per acerrimo retrogusto vomito avviene,   è  a notte fonda.

Scontato è lo storno di occhi e di ogni quanto d’incomodo.

            Lo si cattura in esili minuzzoli, in svolazzi.

O in flaccide ampolle e lo si addobba bello

su scaffali passati ad ogni sorta di vaglio:  consulti filosofici,

e persino col sociologo della televisione.  L’ultima decisione,

per l’altezza, la si coniuga col verbo del marketing... che.

Che non si sa cosa sia   - non è vero -   ma chi lo pratica giura

di essere il nuovo dio in terra.                        E del resto

come negargli ragioni... se.

Se è incetta di fumo che niente costa e rende che la metà basta.

            Per effetti da sballo agitare bene l’ampolla.

Verdi praterie sul far del giorno col calore che sbalza e,

e c’è chi vede

finanche i cavalli.                        - Ci si sente in sella.

O l’ambiguo piacere dell’ibrido, il piatto grigio, l’amanicheo

nel limbo dell’indistinto.                        - Disincanto e levità,

     incorporeo farsi.  Dissipazione.

            Quello che vuoi.            Pure il crampo maschio,

il pugno per digiuno

come dell’acqua dura sulla bocca dello stomaco... che.

Che se poi per acre vicenda vomito avviene,   è  a notte fonda;

col repentino ripiegarsi in avanti, il progressivo rimpicciolirsi

fra le spire carezzevoli, avvolgenti.                        - Questione tragica

     di solitudine, amico;  esorcismi dell’anima per una coperta.

O la sensazionale sensazione, l’onnipotenza del taglio d’aria,

del facile affettamento muovendo fra i gassosi flutti. Quello... che.

Che vuoi   - non è vero.

            Anche raccolta di punti.            Premi di fedeltà

ai mestatori fumiganti   e a chi lecca la colla e incasella, compila

e spedisce affrancando alla casella postale delle ampolle.

            è incetta.  Quasi aggiotaggio.

Il medico si adopera; compiacente dice... che.

Che è per insospettabili appigli.             E tranquilli: nessuno muore.

Sarà!                          Comunque diradi,            per soffio residuale,

resta un cerchio alla testa   - non è vero.

 

(Il fumo rende che la metà basta, 7 luglio 1995)

  

  

Consapevole di tanta considerazione

di nuovo vi partecipo

la mania – oh sconveniente vocazione!

 

Certo insiste, la ritrovata bussola,

dice cantagliela al dio dei morituri, non

vedi che mostra i denti?

– la sera della notte che si approssima

è una lunga spianata e ti faranno

gioco le ombre, non ti vedrà nessuno –;

dice salverai le tue cose e i fiori

e i cani staranno al fresco, non vedi

che aria e i capi d’imputazione?; dice

è una pioggia che lava, la giustizia,

e non se ne può più di targhe alterne.

  

(Dice cantagliela al dio dei morituri, 22 gennaio 2002)

  

 

Commenti pervenuti

Animo nobile, passionale, a tratti forse un po' retorico, ma, si sente, uno che ha una sua vena poetica, sicura e che riflette molto su quello che scrive.  Tensione etica forte, come in Ciofi, ansia di libertà e di giustizia.  Dal punto di vista metrico, un buon ritmo, incalzante forse un po' difficile da reggere, qua e là.                       Luigi Marchina