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9° classificata al premio D.M. Turoldo, 1° edizione - anno 2002
Notizia bio-bibliografica
Angela Moggia è nata il 14.02.1944 e abita a Chiavari. E' laureata in Matrie Letterarie e Pedagogia. Ha pubblicato Il filo rosso della vita (Colombo, Chiavari, 1993) e Ruderi assorti (Tigullio Bacherontius, S. Maria Ligure, 1997). Ha collaborato per tre anni con il quotidiano Avvenire ed è socia fondatrice dell'Associazione Culturale "Agave". Suoi scritti sono apparsi su Liguria, Arte stampa, Silanis (Battipaglia). Ha conseguito numerosi primi premi e riconoscimenti in concorsi letterari, fra i quali il premio Montesacro (indetto dal quotidiano "Il Tempo") nel 1986.
Commento ai testi
Canto chiaro e positivo, questo di Angela Moggia, che si snoda su registri tranquilli e pensosi, in una discorsività complice e suadente. Non per questo si scade nel pittorico, nella poesia di maniera, nel chiacchiericcio in versi. La prima poesia, ad esempio, rammenta quella turoldiana povera avvolta nei cartoni, una delle prime poesie del frate: anche Il clochard e il poeta ha ben presente questa dimensione, semplicemente detta o denunciata come nella poesia di Turoldo. E anche qui, come nella poesia turoldiana, i toni non sono mai drammatici e, anzi, quasi leggeri, ma l'evidenza rimane, drammatica di per se stessa e non in virtù di espedienti letterari. Anche la seconda poesia, che ha il piglio di un'ode oraziana e certo non drammatica come la prima, ha il fascino della pensosità e delle leggerezza, che dialogano fra loro sul registro di una giocosità che contrasta con il tono della formalità e della ritualità dell'invito, conferendo alla composizione un guizzo tutto particolare di notevole effetto. Più "impegnata" invece la terza composizione, difficile nel suo genere perché lì la ritualità non può interagire con la giocosità. Il registro è serio ma tuttavia la poeta non scade mai nel retorico, tono troppo alto e nasale.
Il clochard e il poeta
A volte, vorrei essere il clochard che morde la vita, mela e panino, alla mensa dei frati Cappuccini, il vecchio clochard che si trascina di viale in viale, fino a sera, e se ne va a dormire nella sua casa di cartoni, gli occhi fissi negli occhi ardenti delle stelle...
A volte vorrei essere il poeta che ascolta la bellezza cinguettata degli alberi, e respira la bellezza profumata dei giardini, il poeta che trae dalla custodia preziosa dei giorni, il suo tesoro, ricco di cose nuove e cose antiche: (nevicava di là dalla finestra: contemplavo il paese in bianco e nero. Ora maggio è lo scrigno generoso della vita che si racconta, dentro il suo vento odoroso).
Invito in via Perissinotti
Se fermi qui i tuoi passi, e la lunga stanchezza, incontrerai, dentro il verdòre di questa conca, il tempo per sillabare un libro d'erba e di luce. Qui, la voragine invita al tuffo del coraggio: non puoi aggrappare la tua paura. Strano uccello di paese, devi planare sui rami freschi, d'una stagione che, nell'aria, culla fragili foglie, e scava, dentro l'ombra, recessi calmi di silenzio. Qui, lievitano canti da pensieri lenti fra veglia e sogno: (non so indicarti il confine che li separa). Se imboccherai questo sentiero, tu cerca fra siepe e siepe, ascolta la voce assonnata che sale su dall'acqua della valle, cogline fresca stilla nella mano confidente, e il profumo di questo settembre, nelle sere corteggiate dagli alti fuochi dei cirri... Affonda nell'istante fulgido, poi prosegui, nel suo viatico. Rileggi su questo frontespizio, il buon augurio. Da mani òrafe ti sarà consegnato lo scrigno delle tue gioie, accanto al pane dei giorni. Porta tutto con te, anche la polvere di questo tuo soggiorno. E torna, su sentieri di memoria, a posare la vita sul grande cuscino verde.
Ricordo a Padre D.M. Turoldo in memoria
Serata d'agosto sull'antica piazza di Toirano. la tua voce possente come rochestra, raccontava san Benedetto, Patrono d'Europa, ricordato nel premio di poesia "San Pietro in Varatella", l'otto agosto millenovecentottanta... Le tue mani mi porgevano la targa in ceramica, con lo stemma dell'antico ligure paese delle Grotte... Come dimenticare, padre David, i tuoi occhi che sapevano "vedere" ciò che spesso non vedono i nostri occhi impuri? Come dimenticare i tuoi occhi che guardavano stupiti la Festa quotidiana, l'eterna Novità che ogni giorni Si racconta freschissima, nel filo d'erba... Come dimenticare le parole create dalla semplice sapienza del tuo cuore, che ravvisava, raccontava in ogni cosa, Dio?
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