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Francesco Papapicco
LA STORIA DI VITTORIO
Quando la ruota lurida l’ha pressato piano sulla tempia, alla fila di fianco è parso un bimbo tenero che perso l’equilibrio al bastone, ancora benigno vuol giocare al dottore. E’ Vittorio, lo scimunito rinchiuso da lustri di vita nelle gabbie impervie d’un vago raziocinio, mentre risale la china e riverisce il paesino. La paresi l’ha trafitto in mezzo, dice che di tutti è il campione di salto alla fune ma del traffico lento d’un furgone in retromarcia non s’intende e ci finisce con gli arti sotto. Sorride prono al gioco che l’ha tolto un giorno, qualunque tra mille, dal manicomio per sempre.
CINQUANTA LIRE
Un bimbo e le sue cinquanta lire nuove, non vuole dissiparle nei gelati come gli altri. Vuole i marciapiedi sui quali lasciò i denti, quella fessura nel muro dove una notte intera pianse per un cucciolo infilatosi maldestro, vuole le vacanze d’inverno come la casa al mare e il soppalco d’argento, la falegnameria all’angolo dove Maria gli mostrò il bene fra le gambe, vuole la via dell’arco sotto il quale rovesciò il tegame del fornaio, quel riccio di mare che al tallone prestò una miriade di spine. Un bimbo e le sue cinquanta lire nuove, vuole spenderne metà per comprare la madre con cui sulla consolle a Dio ripeteva una preghiera, e con l’altra per un’ora ritornare quel bimbo.
UN CALCIO IN CULO
Perché mi cedi il comodo solco dei tuoi piedi rotti, perché navighi su stagni melmosi mentr’io risalgo brillantemente l’acqua di viziosi sciacquii? Ho da imparare un lavoro serio, non pretendere che non spenda ma non crollare più alla pietà per me. Me ne vergogno, padre mio devoto, e ogni tanto si stacca una dignità di dosso. Eppure non si contano le meravigliose schiuse del protettivo culto, leggermente liso in viso mi custodisci ancora come fossi piccolo. Devo andare via perché invece a stento sono già cresciuto, padre te lo chiedo con cupo rammarico: dammi un calcio in culo.
Francesco Papapicco, n. nel 1970, abita a Bitonto
Commento
Tre belle composizioni queste di Papapicco, segnate da una poesia schietta e di spessore, che ha il pregio di unire la drammaticità dei temi a un linguaggio anti-retorico e immediato, denso però di empatia e partecipazione. La scelta dell'autore è la rappresentazione di tre mondi di emarginazione o comunque di pena interiore: lo "scemo del villaggio", il bambino (che ci sembra abbia caratteri autobiografici), il disoccupato. La tecnica è quella del dramma: l'essenza del dramma è l'impossibilità di agire in un altro modo. Qui non vi è azione, a parte forse nella prima poesia, però i caratteri del dramma (in senso classico) ci sono, come componente insita nella quotidianità. La scelta del linguaggio è il colloquio, il monologo rivolto ad altri; solo nella terza poesia questo "altro" è esplicitato ma, in fin dei conti, può anche qui essere inteso in senso generale, ossia come lettore: il messaggio dunque indirizzato esplicitamente al lettore. La dimensione è quindi comunicativa in senso forte. Sono caratteri di buona poesia, che merita attenta considerazione
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