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Paolo Polvani
10° classificato al premio D. M. Turoldo, 1° edizione - anno 2002
Notizia bui-bibliografica
Paolo Polvani è nato nel '51 a Barletta, dove vive. Laureato in giurisprudenza, svolge la funzione di quadro direttivo presso un istituto di credito. Ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Nuvole balene, edizioni all'antico mercato saraceno, Treviso 1989; Alfabeto delle pietre, edizioni della Fenice, Senigallia 1999, con presentazione di Raffaele Crovi; La via del pane, Oceano edizioni, Sanremo 1999. Hanno pubblicato sue poesie le seguenti riviste: Steve, La corte, Anterem, L'immaginazione, L'area di Broca, La vallisa, Contrappunto, Portofranco, Quinta Generazione, Offerta speciale. Ha pubblicato sulle seguenti antologie: Poeti della Puglia, Forum ediz. 1979; e per le Edizioni del Laboratorio di Modena su : Il corso della poesia; La casa; I nomi del fuoco; Novantacinque. Ha partecipato a letture di poesia in diverse città e organizza letture pubbliche. Ha vinto numerosi concorsi di poesia.
Commento ai testi
E' evidente l'attaccamento alla terra che Paolo Polvani esprime nei suoi testi, in quel suo linguaggio schietto e concreto che costruisce un verso essenziale, privo di fronzoli, pulito, dove il senso del discorso è affidato non tanto a proclami o messaggi elaborati e complessi, ma all'evidenza stessa delle cose raccontate, alle contraddizioni che il poeta coglie (specie nella prima poesia), rendendole nel tono tipico della gente semplice, vicina alla terra. La parola "terra", come a sottolineare questo aspetto, compare già dai primi versi della composizione (versi disarmanti nella loro semplice forza espressiva). Non tentazioni di lirismo, ma realtà detta a voce ferma, non grida, non proteste o proclami, ma voce sicura, denuncia ferma (la fame, il freddo, la dignità non per tutti, la disumanità della vita metropolitana...), non accuse a chi e per che cosa, ma la semplice drammaticità dell'evidenza. E anche nei toni distesi, come nella bella ode finale al vino biondo del signor Peschechera, un po' affettuosamente ironica e giocosa, si trova questo senso del concreto e del semplice quotidiano che si eleva nella sua nitidezza e nella sua precisione a rappresentazione di un sostrato popolare e contadino che ha una sua poesia grande e spontanea, incarnata nel gesto più che nelle parole, lontana dalle costruzioni culturali in perenne movimento e ferma a valori antichi, essenziali. E' in quest'ultima composizione, molto riuscita e molto coesa, che l'autore dà il meglio di sé, riuscendo a rendere in un unico ispiratissimo canto, allo stesso tempo immagini realistiche (la signora Rosa), vividissime e sentimenti forti, storia, memoria, cultura, ideali sociali e politici, il senso insomma di una vita, quella del signor Peschechera, nella sua irripetibile unicità e preziosità, che è grande insegnamento e distillato sapienziale (simboleggiato dal vino che, in alcuni versi, sembra quasi incarnare la figura così umana del vecchio Peschechera).
Pane
Pane si dice m’buru in uno dei dialetti della terra ma viaggia nella direzione della stessa fame e fame ha tanti nomi nei dialetti della terra ma fame è la stessa fame e porta lo stesso vuoto nello sguardo e la stessa attesa.
Anche l’occhio ha nomi diversi ma lo sguardo che vede il sole è lo stesso sguardo e il sole lo stesso sole.
E la morte che viene a prenderci senza bussare porta lo stesso gelo e morte ha molti nomi e gelo ha molti nomi.
E il sorriso col quale quietamente un uomo festeggia il giorno.
Milano a metro
Ci tuffiamo nei libri, nuotiamo nelle mutevoli correnti di un quotidiano, mettiamo un’estrema cura nell’evitare di guardarci nel fragore della metropolitana.
Ci rannicchiamo dentro un piccolo e ostinato sé.
Io vedo le melagrane nelle pupille delle ragazze. Vedo campi di melanzane nei paesaggi di certe anziane casalinghe. Vedo i saluti di certe operaie con lo sguardo buono.
Vedo piccoli angeli tendere la mano con semplicità.
Ode al vino biondo del signor Peschechera Vincenzo
Ottanta autunni nuotano, signor Peschechera Vincenzo, nei riflessi caldi del tuo vino biondo, ottanta luminose scie disseminate lungo l’orbita solare, pulviscolo di gesti, di stagioni.
Io guardo il cielo. Il bicchiere respira immobile l’aria dell’attesa, vi si concentra la calma della notte. Nel tuo vino si condensa l’asprigno delle rughe che il tempo in silenzio, lentamente, ti ha tatuato sulla faccia. Ci vedo i tuoi migliori anni di contadino. Il tuo italiano rozzo, frammentario, recalcitrante, tortuoso, approssimato per eccesso. Il tuo vino è limpido.
Vedo la signora Rosa vacillare lungo le scale in compagnia della sua artrosi; le parla come si parla a un cucciolo insolente, minaccia di lasciarlo digiuno fuori della porta. Ma poi con scarto repentino supplica di lasciarla stare, solo per poco, almeno per le scale. Questo vedo nel giallo obliquo del tuo vino.
Gli anni del sindacato. La sofferta gioia del partito. La tessera storica e i figli che non hanno l’epica nel sangue e trovano patetica la commozione e anche l’Internazionale. Nel tuo vino la parola compagno naviga asprigna, è sole che struscia la zolla della vigna, eco che ti accompagna e ti riscalda.
Signor Peschechera Vincenzo nel tuo vino risplende una dimessa morte. Gli hai consegnato le mani rassegnate, come ottobre si rassegna incalzato dal suo fratello sprucido. Le mani pazienti come la vigna che non sorride più.
Domina il vino un’allegria aspra, un sorriso sguincio perché bisogna saper sorridere alla morte, perché molte rinascite congiunge il vino.
E tu, signor vino biondo che risplendi di ottanta luminosi autunni, delle sue rughe, della dentiera custodita nel cassetto con i ritagli, le fotografie, spediscigli un breve arrivederci.
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