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Gianni Rescigno
8° classificato al premio D.M. Turoldo, 1° edizione, - anno 2002
Gianni
Rescigno classe 1937, risiede a Santa Maria di Castellabate. Ha
pubblicato 14 raccolte poetiche: Credere (Gugnali, Modica, 1969);
Quest’elemosina (Todariana, Milano, 1972); Torri di silenzio
(EdiNord, Bolzano, 1976); I salici-I vitigni (A. Lalli,
Poggibonsi, 1983); Le ore dell’uomo (Forum, Forlì, 1985); Tutto
e niente (Genesi, Torino, 1987); Un passo lontano (Piovan,
Abano Terme, 1988); Il segno dell’uomo (Lorenzo, Torino, 1991);
Angeli di luna (Genesi, Torino, 1994); Un altro viaggio (Bastogi,
Foggia, 1995); Le strade di settembre (Bastogi, Foggia, 1997); Farfalla
(Bastogi, Foggia, 2000); Io e la Signora del Tempo (2001); Dove
il sole brucia le vigne (Genesi Ed., Torino). Quasi tutti i volumi
hanno la prefazione di Giorgio Bárberi Squarotti. Nel 2001 è uscito a
Torino, per i tipi della Genesi Editrice, un saggio critico sulla sua
trentennale attività poetica, dal titolo Gianni
Rescigno: dall’essere all’infinito, a firma di Marina
Caracciolo.
Nota ai testi
Tre poesie di Rescigno, ottimo poeta campano, che ricreano (come già in altro modo le poesie di Polvani) l'ambiente concreto e pregno di valori essenziali del contadino e del popolano meridionale, quella cultura e quella saggezza che lentamente stanno perdendosi, o forse solo trasformandosi, nelle nuove generazioni. Rescigno affronta questi argomenti con un tono riflessivo, in una dimensione proiettata alla trascendenza, a volte metafisica e rarefatta come nella seconda poesia, nella quale la durezza delle pietre e il silenzio delle cose immobili, che rappresentano il concreto del presente reduce dal passato, portando ancora come ne fosse impregnato, gesti e volti, storia. In questa immobilità apparente, il mistero del tempo diviene, in un certo senso si vela e si svela, in un continuo rimando al reale e all'irreale. Il divenire è anche il tema della prima poesia, che sottolinea la valenza simbolica dell'uomo, che nel suo essere racchiude il senso della storia, un provenire da per andare verso, in un flusso continuo, quasi che ogni cellula dell'uomo-simbolo sia una parte dell'antico, del per-sempre-passato che in un certo senso sempre vive pur nel cambiamento e nel decadimento. Il tutto si orienta e in un certo senso trova la sua spiegazione esistenziale nel tema della terza poesia, che non è strettamente religiosa, ma la celebrazione del senso antropologico della religione, come punto fermo e risposta finale a una domanda di senso. Rescigno affronta questi temi con un linguaggio sicuro, denso di simbolismi e di immagini e suggestioni (la luna che tremola nel pozzo, il grecale che "ha voce di cani", l'acqua che passa tra le mani, il nulla e la memoria, i venti che "battono" l'annunzio della fine, il soffio che ingravida, ecc.) che caricano la poesia di mistero, creano un'atmosfera magica e senza tempo, una dimensione onirica.
Finché memoria
Sono rimasto io solo ad ascoltare la tua storia che il sonno ogni notte mi racconta anche quando è la stagione degli alberi che soffrono e il grecale ha voce di cani che azzannano le ombre.
Soltanto io so che andavi al pozzo silenziosa e sfatta e vi scorgevi la luna tremolare prima che l'aurora fosse papavero e tramonto.
Bianco il tuo volto nella luce di ogni giorno e rivedo il peso dell'insonnia sulle palpebre l'acqua che ti passava tra le mani il vento che feriva e insanguinava l'olio che ungeva senza un filo di lamento.
Ti rivedo sulla terrazza da fiocchi di gennaio incoronata l'amore delle canzoni sulle labbra tra colori sciorinati e gonfi al vento.
Soltanto io madre sono l'eco della tua voce ancora errante sulla terra finché memoria non diventi niente.
Anime incompiute
Di qui ci dicono le pietre solo passate migliaia e migliaia d'anime. Nel paese antico agli usci delle vie dei piazzali e degli incroci i venti ancora battono l'annunzio della fine. Non è cambiata nessuna legge d'aria né di terra: si nasce dalla semina ed è il soffio che ingravida la pianta; il sole porta uccelli e arrossa l'uva; la sera ammanta i nidi sui carrubi. E' qui che aleggiano parole d'anime sudano amore-odio per affanni e per fatica e invocano Dio all'ora del silenzio. Qui anime incompiute passano e altre arrivano strappano all'oggi false promesse per domani sperano che si allunghi all'infinito il sogno del cammino della vita.
Il pane della sera
Tu dimentichi che s'incontrava Dio quando il sole col rosso c'incantava gli occhi
rispetto e timore in formicolio di sangue salutavamo il cielo al tocco di campana
raddrizzavamo la schiena curva sulla terra da cui si prendeva il pane della sera
pregare insieme a labbra chiuse era silenzio greve che ci faceva pietre
ma a Lui la mente s'orientava: era seduto sulla prima stella
le parole camminavano col cuore.
Una poesia per D. M. Turoldo (aggiunta posteriore all'edizione del premio)
Pubblichiamo volentieri, su richiesta dell'autore, questa poesia dedicata a D. M. Turoldo, il nostro "nume tutelare" del 2002. La poesia è tratta dalla raccolta Un altro viaggio, Bastogi, 1995.
Il Natale che sognavi (a David Maria Turoldo)
Ora che la morte per sempre alla vita t'ha congiunto qui continuiamo ad ascoltare le tue parole di dolore che ancora cercano pace dove tuona l'odio tra i bimbi che singhiozzano nomi di mamme mutilate e senza pietà si sbriciolano le case. Ancora continuiamo a pensare ai figli a cui si stenta di cancellare i sogni del futuro marchiandogli la vista con vampe di lupara o facendogli toccare potenza d'altri dei coll'incanto maligno della droga che insemina di rovi le stagioni
Ora che tu navighi su oceani di cieli che non conoscono tempeste sappi che non ancora abbiamo forza di tramutare quest'inferno in paradiso. Troppo lontano è il Natale che sognavi.
Nella foto: l'autore insieme a D.M. Turoldo, che all'occasione fungeva da presidente della giuria del premio "Città di Fermo", il 29.05.1987
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