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Antonio Rettino
Svegliarsi un mattino
Stanco di someggiar rassegnato del ceppo antico il seccume che ciascuno sulla groppa sopporta, cadere in letargo come un ghiro che dorme sei mesi sepolto al greve tepor della sua tana in molle pigrizia ravvolto e risvegliarsi in un mattino incantato della primavera al limpido canto gemmato il tronco intristito di vigorose fogliuzze novelle, strapparsi di dosso esultante mille e mill'anni di scorie, fanciullo nel mondo fanciullo svelare la magia nel fiato del vento nella nebbia di fantasmi vivente nella pioggia che cade ridente sulle selve sul mare sui monti, trepidando della morte al mistero.
Aridità
Mi porto appresso da sempre un pianto mai pianto. Come una roccia riarsa di labile argilla s'è franto il mio cuore. Neanche ai tuoi piedi, Signore, si scioglie quel pianto
Tristezza
Sfiora la brezza la pungente ortica l'onda nella foschia pigra gorgoglia bivacca l'ombra sulla roccia opaca geme zampogna tra le canne e i tigli.
Monta nel cuore la tristezza antica che fu dei prischi padri e poi dei figli e fu del Nazareno, uomo che invoca solo tra gli olivi con il suo travaglio.
É la tristezza che incupisce a sera quando ti chiedi come hai speso il giorno e t'accorgi deluso che non torna il conto
ma non riesci a capir dov'è l'errore che ti arrovella che ti fa scontento pretesto all'uomo di mestizia eterno.
Antonio Rettino vive a Roma
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