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Alfredo Rienzi
3° classificato al premio D. M. Turoldo, 1° edizione - anno 2002
[Lettera] [...] Le riflessioni che proponi sono di assoluto valore e, non disabituato a pensare, credo, mi confortano certe corrispondenze, anche se vivo in modo completamente diverso dal tuo il mio "impegno" nel mondo, soprattutto con un raggio di poche decine di metri.. La lettura dei testi poetici che passi (sì, in effetti, non lo scopro oggi ma oggi me lo confermo: lo schermo da un effetto meno profondo, più dinamico, a volte un po' subreale, con i pro ed i contro: è uno stato di porsi e di essere preso su cui in effetti c'è da tararsi..) mi ha oltremodo fermentato, così ho passato un periodo di buona creatività e sistemazione dei testi. Non sono molto prolifico, soprattutto considero raramente un testo concluso, per questo invidio, per esempio a Ciofi, la continua produzione. Non ho letto tutti i testi del Turoldo, ma, tra quelli più convicenti ho trovato quelli di Ferramosca e di de Vos. Ciofi, che ben conosco, continua ad intrigarmi, anche e sopratutto, forse, per la diversità del suo verso dal mio (a volte mi confesso: per il suo coraggio...). Vorrei contribuire con qualche commento, ma contrariamente a quel che mi scrivi, ho difficoltà notevoli di presa immediata del testo. [...] Ti allego la nota bio-biblio che potrai utilizzare modificandola come credi. Se puoi lascia anche la mia e-mail.
Abbracci. Alfredo
NOTIZIA BIO-BIBLIOGRAFICA
Alfredo Rienzi, nato a Venosa nel 1959, risiede dal 1963 a Torino, dove esercita la professione di Medico. Ha pubblicato: Pianeta truccato, elusioni! (Torino, 1989) Contemplando segni, silloge poetica vincitrice del X Premio “Montale”, in Sette poeti del Premio Montale, (Scheiwiller, Milano, 1993); Oltrelinee (Dell’Orso, Alessandria, 1994), poesie, Premio Città di Torino 1996, segnalato al XIV Premio Montale.;
L’ultimo volume di poesie, Simmetrie (Joker, Novi L., 2000, con prefazione di Franco Pappalardo La Rosa e nota di Mario Marchisio) è stato segnalato al XVIII Premio Montale Recensioni e note critiche su Simmetrie sono apparse, tra l’altro, in La Clessidra, Hebenon, Poiein, Poetry wave in www.waves.loffredo.it Su Poiein inoltre sono state pubblicate 3 poesie inedite sotto l'unico titolo Per legge di causa ed effetto. E’ pubblicato, tra le altre, nelle seguenti antologie: L’addomesticamento del bue (Il grappolo, Salerno, 1991); Opere d’inchiostro 1991-1995 (Assessorato alla Gioventù, Torino, 1995); Parole e forme per il terzo millennio, (Ed. Ippogrifo, Torino, 1997); Antologie de poezie piemontezâ - Poeti piemontesi contemporanei, Pref. di Elio Gioanola (Ed. Studia, Cluj-Napoca, Romania, 1998); Florilegio per il terzo millennio (Campanotto, Udine 1999) Ha tradotto per il Centro per lo Studio delle Letterature e delle Culture delle Aree Emergenti dell’Università degli Studi di Torino testi da OEvre poétique di L. S. Senghor, tuttora inediti..
Nota ai testi del Premio Turoldo
Di questo poeta, già da tempo presentato su Poiein, e che a sua volta ci ha fatto conoscere altri poeti come Giorgio Fàvaro e Gabriela Fantato, abbiamo subito apprezzato l'autorevolezza e la musicalità del verso; un verso lungo, che si snoda su una monodia salmodiale nella quale compaiono accenti e omofonie, in quel "discettare a voce bassa", che lo rendono rituale, che lo volgono all'evocazione, al tono magico-religioso. Qualcuno ha già sottolineato (credo l'ottimo Pappalardo La Rosa) il carattere onirico delle immagini e delle atmosfere suscitate dalla poesia di Rienzi, e questo è ben evidente anche nelle tre poesie del premio Turoldo. Noi però vi troviamo anche questa monodia, come di canto antico e lontano (gregoriano?), una specie di ritmo irregolare che può essere il gorgoglio dell'acqua di un torrente di montagna, coi suo sussulti, le sue simmetrie, dismetrie, la sua pena serena. Una questione di tono dunque, sapientemente posta, oltre che una questione di ritmo che, nel verso lungo, perde ogni concitazione e animosità per distendersi in un colloquio fuori dal tempo - come fuori dal tempo o a prescindere dal tempo è il contenuto di questa poesia, che non esiterei a definire sapienziale, molto vicina per certi aspetti alla poesia antichissima dei mesopotamici e degli egizi; o forse a certi testi induisti delle origini - ovviamente con un modo di scrivere calato nella mentalità di oggi. Non si tratta di straniamento: i contenuti infatti sono riconoscibili, a volte in modo drammatico (la terza poesia è addirittura quasi esplicita, nella sua metafora), pur nelle loro allusioni - scelta che evidentemente deriva da una personale convinzione dell'autore sulla relazione poesia-mondo. Si tratta pertanto di una poesia della realtà, che ci parla della realtà, che assorbe dalla realtà non tanto l'evento ma il sentimento, la pena, quell'indefinibile-a-parole che pure la sensibilità dell'artista coglie e vuole rendere non dunque in parole dirette, intrusive, ma in un alone che lo avvolge - onirico, magico, rituale, pregno di un indicibile sentimento olistico, di immedesimazione con il tutto. (si veda anche il primo commento riportato dopo i testi, inviatoci dal critico Mauro Ferrari)
(la pietà e l’inverno)
Questa è la via dei colonnati in marmo dei portali intarsiati, dei gargoiles senza occhi che sogghignano dove s’arrocca la pietà e l’inverno. C’è sempre qualcuno a mezzo tra il corpo e l’ombra, appeso a un nome che non torna, il passo è meno che un cammino lento, un trascinarsi muto di qua dall’argine delle begonie, dal nostro discettare a voce bassa: i feriti, i derubati del sonno, i sanguinanti sopra e sotto pelle nella notte lo scarno sogno è larva e lottano sonno e veglia morso a morso: un rito che non sai come chiamare, si direbbe un morire senza sbocco e compimento: un dolore senza male e lamento.
(chiedi uno spazio e un tempo certi al suono)
Chiedi uno spazio e un tempo certi al suono della voce, anche se sai che è trama e sostanza inconsistente, alla parola che distilli vitrea da quali esplosi atomi, una via per reticoli di solchi ed incisure tra la pelle e faglie sotterranee dove serpeggia il sangue, un verbo che non giaccia come creta nell’impasto di sonni senza vita
ora nella mia cella non c’è spazio non c’è fessura aguzza che le mani ci lasci avvicinare e filtrare quella luce indecifrabile e inquieta in mezzo agli occhi ma posso crearti un luogo lontano da ogni luogo mio pallido compagno, visitatore insonne, per camminare scalzi e senza passi sulla cresta del giorno un luogo che non sia neppure un luogo dove ogni verso resti impronunciato e lampeggi per me e per me solo, si consumi nella sua stessa fiamma e fino a un altro sonno non risorga.
La questione del nibbio
Resta incerta la questione del nibbio quando immobile nell’aria governa le brezze che scorrono tra le piume con ali distese che non mostrano né spasmo né dolore e si fa simbolo: croce imperfetta ed anello dell’immanente morte.
Si dice che il rapace fermo in cielo assuma posa come di spirito santo nelle icone pentecostali sul capo del Cristo del Verrocchio mentre il Battista innesca il suo destino.
Il dilemma è proprio in questo offrirsi paradosso del predatore in veste di bianca e santissima colomba o, all’inverso, nell’atteggiarsi ardito, inebriato e forse commosso della palomba (condannata a un volo battuto ed insistente, miracolata per divina scelta e per un simbolismo di maniera), nella suprema posa del falcone.
Ma spesso i ruoli cambiano con le occasioni e tra vittima e preda si stringono alleanze insospettabili: un vicendevole amore dilata l’ostia esigua del dare per avere: io le ho viste bene, arvicole e lepri, squittire e porgersi in luce incidente, chiamare l’angolo giusto alla vista del rapace, scegliersi il carnefice, farsi dono esiziale, nell’attimo estremo amarne l’artiglio e, non trascurabile fattore per le creature di terra, desiderarne il volo.
Alfredo Rienzi è uno dei (non molti) poeti più giovani che sappia osare al di là di una poesia minimalista e, di contro, una poesia liricamente alta ma stridula e retorica. Questo comporta non solo una gamma tematica alta e forte (diciamo in sintonia con la lezione più alta del novecento europeo - Yeats, Rilke, Eliot, Montale) ma soprattutto, sulla pagina, la capacità di strutturare queste idee in immagini e ritmi espressivi sempre accattivanti. I tre testi presentati sono assolutamente emblematici. Si prenda la pietà e l'inverno: dal dittico iniziale il discorso (davvero forte, ricco, complesso) si sviluppa in equilibrio fra dato visuale, immagine e sua elaborazione ideativa, calata in un ritmo agile ma potente. Il secondo testo muove invece da una ben definita area di riflessione teorica e filosofica, ma riesce subito a creare un proprio ritmo immaginativo ("faglie / sotterranee dove serpeggia il sangue", in cui l'enjambement crea la necessaria tensione fra verso e sintassi). Altissimo il terzo testo, probabilmente il migliore. Il falco di Montale, di Yeats, di Hughes (e di altri ancora) diventa il correlativo oggettivo per il rispecchiarsi di destini fra la vittima e il predatore. Di più: il testo giunge a un punto profondissimo in cui i due contendenti si specchiano l'uno nell'altro, incrociando desideri e terrori. Mauro Ferrari
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