Lina Salvi

  

  

 

  

  

  

  

  

Lina Salvi è nata nel 1960 a Torre Annunziata (Na) e vive dal 1962 a Lecco.  Ha partecipato alla rassegna "Festival di Poesia per Giovani Autori" presso l'Associazione Archivi del '900, giugno 2001, a cura di Gabriela Fantato e G. Majorino.  Ha pubblicato inediti su Il foglio clandestino (n. 41 del settembre 2001), La mosca di Milano (n. 8 del dicembre 2001), Annuario poetico edito da Lietocollelibri, nel 2001, 2002, 2003, nel numero 2/2002 della rivista Clessidra (da noi commentata su queste pagine riportanmdo anche una poesia molto bella dell'autrice) e sulla rivista on-line Frontiere, ambedue delle Edizioni Joker  ( http://www.edizionijoker.com/index1.htm ) - su quest'ultima appare la pregevole silloge di Lina Salvi, apparsa anche su La Clessidra.

  

   

Commento ai testi

   

Curiosamente l' "anonimo" che ha inviato la breve nota critica a questi testi (breve, "per non darci consigli", dice lui - simpatico) vede in questa poesia una nota di "umiltà".  In un certo senso condividiamo questa lettura, ma la rapportiamo non tanto a una qualità morale (che tutto sommato non ha grande rilevanza in poesia) ma a una particolare e consapevole concezione della poesia di Lina Salvi.  La nostra nota sarà però, in un certo senso, influenzata,  ma piuttosto dai testi che abbiamo letto su La Clessidra, nella quale la poeta a nostro avviso, forse perché in quell'occasione ha avuto modo di essere più completa, si rivela a un livello sicuramente più alto.  E questo ovviamente non ha influito sulla nostra segnalazione, anche perché abbiamo letto le poesie della rivista a classifica già chiusa.

Lina Salvi insomma è una poeta che non può essere giudicata disponendo di soli tre testi (e, d'altra parte, nell'organizzazione di un concorso bisogna in qualche modo trovare un riferimento, una misura) peraltro brevi, come nel suo stile.

Del suo modo di scrivere però possiamo dire alcune cose, che il lettore può verificare anche nelle tre poesie qui trascritte.

Innanzittutto la grande pulizia del verso: un verso molto curato, essenziale, che non si dilunga in elementi secondari.  Si potrà obiettare che, già nei primissimi versi della prima poesia, troviamo due ripetizioni ("sul silenzio" e "a ridosso"), ma facciamo osservare che, appunto per la particolare concisione dello stile, queste ripetizioni assumono una valenza ritmica e descrittiva e insieme ipersegnica in funzione al contenuto del testo; insomma, è voluta dall'autrice perché non volendola avrebbe impoverito il significato della lirica.  Questa concisione non è però soltanto il frutto di una particolare pur abile scelta fra i significati disponibili nella lingua (e quindi grande cura del lessico) ma è anche costruzione di significati inediti, ottenuti con accostamenti arditi di vocaboli, con la stessa cura del pittore mischia i colori per trovare la giusta tinta.  Mi riferisco non tanto ad espressioni come "Finestre sbarrate", che già è così scultorea, quasi onomatopeica, ma a particolari versi come "a ridosso dell'ordine", "a ridosso della linearità", lo spazio "di vitalità e di gloria", il libeccio che "non soffia medicamenti", "chioso una tela a brandelli", e così di seguito.  Sono tutte espressioni ottenute da un qualcosa di mischiato, spesso di segno contrapposto (come tela/brandello), che conferiscono al verso come un lampo di allusione, e stilisticamente una coesione interna adamantina.  E nello stesso tempo sono espressioni fulminee, un concentrato espressivo di grande rigore stilistico.

Eppure a volte è un verso che sembra quasi discorsivo, sommesso (da qui forse l'osservazione relativa alla "umiltà"), che non ha pretese di tono alto ma che invece lo è, usando parole semplici, quotidiane, ordinarie.  E' senza dubbio, questa, un'operazione linguistica di notevole portata e insieme una poetica originalissima perché, non dimentichiamolo, qui ci sono contenuti molto densi e c'è uno stile molto coeso, deciso, sicuro.  E questo, si noti, senza inseguire per nulla alcun accorgimento fonoprosodico, né ritmico né fonico: ci sembra quello di Lina Salvi un verso spontaneo, misurato sulla lunghezza del respiro del corpo, sull'intensità di sentimenti ed emozioni, a volte piano, a volte come spezzato.  Una poeta insomma, che ci intriga e che, al di là dell'occasione del Premio Turoldo, cercheremo di seguire con attenzione.

    

  

  

      IV

  

Le finestre sbarrate

sul silenzio del lago

sul silenzio delle case

pareva irreale

a ridosso dell'ordine

a ridosso della linearità

il tramare delle fucine

mi parve il segno

uno spazio battuto

di vitalità e di gloria

  Solo le montagne

apparivano dominare

l'inganno dei corpi

che potessero un giorno

  

promesse ammirarle

  

  

(città sotterranea)

  

Il libeccio sulle croci

non soffia medicamenti

non assorbe la terra.

l'anima domanda.

   

Appoggio

nel singhiozzo

il ritmo corto,

incolto, del pensiero.

  

Sentirò

il profumo

di cose buone,

del dopo, del mai

sentirò la pena

  

sulle croci espiando

beccheggia,

il corpo.

  

  

vaso

  

l'annullarsi tra i muri

consacra una tregua senza luce

chioso una tela di brandelli

  

quel coraggio del privarsi

del negarsi ad una stella

l'avanti del declino

  

inseguo spazi di radiosità

incarno privazioni      

  

Commenti

  

Trovo questo testo molto interessante e pieno di spunti sui quale fare considerazioni.  Si percepisce facilmente nelle sue poesie molta umiltà che si può ritrovare solo in grandi del passato.  ma non volendo forviare il vostro giudizio non vi darò ulteriori consigli che vi possano trarre in inganno.  Anonimo