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Estratto da L’androide, (parte IV, opera in versi inedita)
piano piano apparecchio il plenilunio del sensazionale, accolgo col garbo sfatiscente il perversìo in irrazionalità del dare e dell’avere di librante memoria omerica, e per il sapente parlottìo di professori in camice-piovra superlativizzante mi accorgo che mi scavo la bara nell’anima sorprendome in occasione devolutivante e per pauli secundi mi avviene percossando il mistero sempreterno che non farò nulla di buono con la letteratura, ingabbiandomi con una storia insegnatami micidialmente mentale: mi mancano anni in cui non svuoterò l’incapacitare il nemico che è uno con me, rassicurantemi in che la luce non è tutta sicura, se il nero la forma ed è sinistro, perché non si fa morale nella sua destrezza di domarsi al di là dei sogni, compartorendo col suo sonno di cosa. una sequenza d’osannanti postvisioni finente col fare odiare il generatore perché non si vede la smorfia liricizzante “duin’ the speakin’ smell”[1]: citarsi s’accorda all’idea che sei comunque comprensibile, anche solo appendendo il collo a una pagina invisibile e soffocarsi per la prepotenza di voler comandare il mondo dall’interno della sua suggestione. per chi almeno una volta ha sorvolato il suicidio alzarsi al mattino è un affare di grande stile. per una virtualità che ti chiama vivo o morto mi sento in debito con gli scatafasci dei giusti ed è per questo che m’invade il sospetto che c’è una certezza funzionale in tutta ‘sta onnipotenza di comunicazione possessiva. credete allo stomaco che vi labirinta dal mondo e può liberarvi dalla via prima, presa per scacco nello sbocco minimo dell’empatia: siamo eredi di un tempo in avvallo di una politica di semprepurtroppo curabilissima malattia.
Fabrizio Allione è stato vincitore lo scorso anno per la sezione "under 25". Vive a Rondissone (TO)
Commenti pervenuti
Piacerebbe ad Enrico Ghezzi, questo vorticoso sussultare di visioni, che Fabrizio Allione propone con un finto disordine, ogni tanto schiarendo l'autonarrazione, come una lampada al neon difettosa, che illumina quando meno te l'aspetti. Magari Carmelo Bene avrebbe saputo declamare la poesia, amplificandone lo stridore interiore. Luca Mingioni |