Giuseppe Tirotto

                          

    

 

 

Incipit

 

Sfuma la luna nella luce fresca,

un po’ e albeggia.

Le notizie gettate sul sedile

urlano di rugiada, sguscia dalla

gomma la strada incontro

al nuovo giorno, ordinario

eppur diverso, ondeggia l’inverno

pigramente nei brividi di sale.

 

Amo tagliare il terso

crepuscolo sorgivo, amo il rivo

deserto dove scorrono e muoiono

luci e pensieri. E sembra ieri,

ed è una vita che navigo al buio,

che lascio stanze amiche

entrando in altre sconosciute,

illuso di rivivere

verdi sapori, quando il calendario

era da spiumare e tra le foglie

spiccavano le pesche come soli.

 

 

 

Amarti

 

Amarti. Delirio e fatica.

Inseguirti nel cerchio dei pensieri,

inseguire la vita

sulle gambe frenetiche che celi

ai miei desideri. Trepide

aste di compasso

che mi tengono a distanza,

la stessa disegnata all'infinito

da quel "sei il mio migliore amico",

quanto di più atroce per chi ama.

 

Amarti, sintesi perfette

tra tenerezze

che risalgono gli abissi

e i precipizi dove

l'anima perde il raggio

del cerchio che non chiude.

 

Sei la mina che inanella

perimetri di spine, spingendoti

oltre il confine di dolore

d’attraversare, la punta

del compasso è nel mio cuore.

 

 

 

Casa di mamma

 

Cosa sarà l'apprettu chi mi spigni

a casa? A chissa mea avveru, certi

volti, candu mi vogliu intindì eu?

 

La vèrgula i la corti no puddadda,

l'àndito longu, l'appusenti umbrosi

chi intengu avviarassi

i lu filu di lugi chi l'arreggu,

ma chena sabè chisti sinagoghi

di silenzi ca' l'altri fiari accendi

l'attivià torra l'odori

di sicuresa chi sempri m'ha daddu

casa mea, màssimu

s'urrulàvani fora li timpesti.

 

Raffi di piùari, mimori, lampizzà

di prisenzi, d'assenzi, sobbrattuttu.

 

I lu muddori un trà trà pari

pisassi da la càmmara trappera,

puru pa' noi  "undicuscimmu",

nommu e loggu sacrali undi mamma,

aggrunchjadda cumenti una vistali,

billesa e piccinnìa si frazzava

i lu pidali d'una Necchi antigga

chi mesa a li minori divintava

in dì di festa manna. Tutti semmu

passaddi in chissa impruisadda

bancaredda, noi criadduri,

candu forti pumpava lu pidali

trasginendi currìa e li ghjogghi

d'agghi in un alza e fala

chi ad un cori

attruppugliaddu assumigliava.

 

S'è arresu infini straccu lu pidali,

e casa mea, chi avviarà m’illudu,

ma no ghinda la rodda a l'incuntrariu,

agghjummiddaddu è lu filu

a la spoletta, spiremmu

chi alumancu no si strippia.

  

          (lingua: Varietà Sardo-Corsa parlata a Castelsardo (SS)

 

 (TRADUZIONE DELLA 3° POESIA)

 

La casa della madre

 

Cosa sarà la smania che mi spinge

a casa? A quella mia davvero, certe

volte, quando mi voglio ritrovare?

 

La pergola nel patio non potata,

l'andito lungo, le stanze nell'ombra

che avverto ridestarsi

nel barlume di luce che gli reco,

però ignorano queste sinagoghe

di silenzi quali altri lumi accende

il ritornare a gustare l'odore

di sicurezza che sempre m'ha dato

casa mia, specie

se ululavano fuori le tempeste.

 

Graffi di polvere, memorie, sprazzi

di presenze, d'assenze, soprattutto.

 

Nei silenzi un trà trà pare

si levi dalla stanza sartoria,

pure per noi  "undicuscimmu",                            "dove cuciamo",

nome e luogo sacrale dove mamma,

curva e raccolta come una vestale,

bellezza e giovinezza consumava

sopra il pedale d'una Necchi antica

che tavolo ai bambini diventava

in giorni di gran festa. Tutti siamo

passati in quella tavola

inconsueta, noi più piccini,

quando forte pompava quel pedale

trascinando correggia e il gioco

d'aghi in un saliscendi

che ad un cuore

fibrillato somigliava.

 

S’è arrestato poi stanco il pedale,

e casa mia, che animare m’illudo,

ma non gira la ruota all'incontrario,

avvoltolato è il filo

alla spoletta, speriamo

almeno non si spezzi.

 

    

Giuseppe Tirotto vive e insegna a Castelsardo (SS)

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Poeta bilingue, Giuseppe Tirotto indovina ogni volta  il passo e chiude i testi con metafore semplici e luminose (“illuso di rivivere/verdi sapori, quando il calendario / era da spiumare e tra le foglie/ spiccavano le pesche come soli.”) o un po’ complesse ma originali (“Sei la mina che inanella/ perimetri di spine, spingendoti/ oltre il confine di dolore/ d’attraversare, la punta/ del compasso è nel mio cuore.”). Incipit ha echi dannunziani (“Amo tagliare il terso/crepusco sorgivo, amo il rivo/ deserto dove scorrono e muoiono/ luci e pensieri . E sembra ieri,…”) mentre Amarti è geometrica, attraversata  dal dolore ( “la punta del compasso” ) in agguato dentro ogni amore. Tirotto ama molto la rima interna e una contestualizzazione narrativa dei versi. In Casa di mamma, proposta nel dolce e familiare dialetto castellanese,  il simbolo scelto è la vecchia macchina da cucire sul cui pedale la mamma non spinge più e nella quale è rimasto per sempre avvoltolato il filo alla spoletta:  il risultato è una poesia di rassegnata malinconia nella quale non è difficile riconoscersi.  Antonio Fiori

 

Una realtà impregnata di struggente nostalgia per tutto quello che era il nostro ieri, per il passare inesorabile del tempo, i ricordi dell’infanzia, di quel sogno sfuggente che tanto aneliamo, ma che inesorabilmente ci sfugge: ‘E sembra ieri,/ed è una vita che navigo al buio,/che lascio stanze amiche/entrando in altre sconosciute,/illuso di rivivere/verdi sapori'. 

 

I testi di Giuseppe Tirotto sono sempre costellati da immagini vive, da metafore originali e di grande impatto che riescono a catturarci e ad incantarci ogni volta attraverso i cinque sensi.  Una realtà poetica spesso raccolta in una luce soffusa e dai colori pastello, eppure viva, a tratti quasi palpabile.  Daniela Raimondi

 

“Le notizie gettate sul sedile/urlano di rugiada”, “…ondeggia l’inverno/pigramente nei brividi di sale”, ”…La pergola del patio non potata,/l’andito lungo, le stanze nell’ombra/che vedo ridestarsi/nel barlume di luce che gli reco,/però ignorano queste sinagoghe/di silenzi quali altri lumi accende/il ritornare a gustare l’odore/di sicurezza che sempre m’ha dato/casa mia…” C’è nella poesia di Giuseppe Tirotto - poeta e narratore assai noto in Sardegna, vincitore di numerosi premi anche in ambito nazionale e internazionale - quello scarto marcato che differenzia tradizionalmente il linguaggio poetico da quello convenzionale; ma anche da quello venuto a compromessi, nel novecento, con la lingua parlata. C’è una perizia antica nei suoi versi e nelle immagini vivide e radiose che si fanno sostanza poetica, e che s’imprimono in chi legge. Anche nell’ultima poesia - scritta nella variante linguistica parlata a Castelsardo (tra il sardo-corso e il sardo –logudorese) ci sembra di udire il ticchettio della macchina da cucire, le urla dei bambini, intorno, e il cortile disadorno col vuoto sacrale di adesso, dove non si spengono gli echi ed i ricordi di chi ci ha vissuto.  Giovanni Nuscis

 

Sia "Incipit" che "Amarti" e che "Casa di mamma" di Giuseppe Tirotto sono composizioni radicate sul già avvenuto, interpretato con gli occhi adulti di adesso. Crepuscolare, solitario, è l'ego più intimo che si staglia dai versi, come quei sentimenti trattenuti poco prima dell'esplosione. Ma nonostante la malinconia delle cose passate è chiara la serenità d'animo, proposta quasi come orgoglio, anche se con la punta di un compasso conficcata nel cuore. Luca Mingioni