Premio Turoldo 2007

            Gabriele Bensio Grossi

                    

 

 

  

QUIETE

 

Nubi e ombrosi colli

puro il ciel come un opale

che il turchino involve

nel meriggio fatale;

empion d'ardore i canti

l'ultimo spirito mortale.

 

Più esitar non volli

a volger lo sguardo al sole,

luce che ti assolve

luce sulle parole;

scaldano i raggi santi

l'anima libera e la prole.

 

Ricordi a pastelli

tinsero dolci furori,

l'aria che s'awolve

tra rivoli e colorì,

quando tra sogni amanti

volano i battiti dei cuori.

 

E si fan più belli

d'oro e porpora I ricami

sul clelo che si evolve

sul nostri panorami;

subito feste e pianti

sciolgono rapidi i legami.

 

Dalle eterne valli

placido del vento il suono

ogni angoscia scioglie,

che fresca aulenza è II dono;

sentono i cuori affranti

vivido sorgere il perdono.

 

Prati a fiori gialli

la notte in cui tutto tace

sono tra rami e foglie

mari d'amor fugace.

Magici sacri istanti

sempre poi destano la pace.

 

 

 

BETTA

 

Profumo del cielo, albe ridenti,

fresco desìo del vesperì in fiore,

sole d'autunno, e pascoli aulenti,

tutto è silenzio davanti all'amore

 

che spersi i rancori ai pavidi venti,

con nova speme e rinato vigore

veste la notte di taciti intenti

e l'alma in tumulto induce all'ardore.

 

Se qualche volta fu un lento sentire

a farci obliare quello che siamo

mai fu più certo l'etemo asserire

 

delle due sole parole che abbiamo

per l'universo in un palpito dire:

si che hai capito... son quelle... ti amo.

 

 

 

SCRUTANDO IL CIELO

 

E i dì repenti i mostra,

e l'alma ogni giorno in fuoco,

sempre movea la giostra

fermandosi ogni tanto un poco...

immobili

mai il tempo ci trovò.

 

Quand'anche non fu facile,

figlia d'amor creato,

godemmo dello stato

d'etema gioventù,

 

Ora che il cielo è bruno

e stagliansi novi lidi

su mari d'amor nessuno

torna quel che ogni tanto vidi:

immagine

di rime morte invan.

 

Nulla fu infin più inutile

d'aprir le fauci al fato,

rimuover dal costato

la lama dei perché.

 

Sperar che infin ritorni

in tempi un po' più sereni

quella magia dei giorni

di sogni e di speranze pieni

è piccola

sciocca consolazion.

 

La soluzione facile

presa con tanto impegno

crudele lasciò un segno

che sempre rimarrà

 

muto nel mio dolore

che, simbolo d'odio arcano,

mi squarcia senza rumore

fissandosi sempre più invano

sugli attimi

che mi ricordan te.

 

Quel che c'è ora è invisibile

e al tempo stesso eterno,

dura più d'ogni inverno

e un dì forse tornerà.

 

Faccio piazza pulita

di tutti i pensieri strani,

oggi brindo alla vita

perché non so cosa il domani

di magico

in serbo per me avrà.

 

Ora che il cielo è libero

da nubi e da rimorsi,

lontan dai dì trascorsi

attendo l'avvenir.

Gabriele Bensio Grossi è ingegnere e vive a Vigevano (PV)