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Gabriele Bensio Grossi
QUIETE
Nubi e ombrosi colli puro il ciel come un opale che il turchino involve nel meriggio fatale; empion d'ardore i canti l'ultimo spirito mortale.
Più esitar non volli a volger lo sguardo al sole, luce che ti assolve luce sulle parole; scaldano i raggi santi l'anima libera e la prole.
Ricordi a pastelli tinsero dolci furori, l'aria che s'awolve tra rivoli e colorì, quando tra sogni amanti volano i battiti dei cuori.
E si fan più belli d'oro e porpora I ricami sul clelo che si evolve sul nostri panorami; subito feste e pianti sciolgono rapidi i legami.
Dalle eterne valli placido del vento il suono ogni angoscia scioglie, che fresca aulenza è II dono; sentono i cuori affranti vivido sorgere il perdono.
Prati a fiori gialli la notte in cui tutto tace sono tra rami e foglie mari d'amor fugace. Magici sacri istanti sempre poi destano la pace.
BETTA
Profumo del cielo, albe ridenti, fresco desìo del vesperì in fiore, sole d'autunno, e pascoli aulenti, tutto è silenzio davanti all'amore
che spersi i rancori ai pavidi venti, con nova speme e rinato vigore veste la notte di taciti intenti e l'alma in tumulto induce all'ardore.
Se qualche volta fu un lento sentire a farci obliare quello che siamo mai fu più certo l'etemo asserire
delle due sole parole che abbiamo per l'universo in un palpito dire: si che hai capito... son quelle... ti amo.
SCRUTANDO IL CIELO
E i dì repenti i mostra, e l'alma ogni giorno in fuoco, sempre movea la giostra fermandosi ogni tanto un poco... immobili mai il tempo ci trovò.
Quand'anche non fu facile, figlia d'amor creato, godemmo dello stato d'etema gioventù,
Ora che il cielo è bruno e stagliansi novi lidi su mari d'amor nessuno torna quel che ogni tanto vidi: immagine di rime morte invan.
Nulla fu infin più inutile d'aprir le fauci al fato, rimuover dal costato la lama dei perché.
Sperar che infin ritorni in tempi un po' più sereni quella magia dei giorni di sogni e di speranze pieni è piccola sciocca consolazion.
La soluzione facile presa con tanto impegno crudele lasciò un segno che sempre rimarrà
muto nel mio dolore che, simbolo d'odio arcano, mi squarcia senza rumore fissandosi sempre più invano sugli attimi che mi ricordan te.
Quel che c'è ora è invisibile e al tempo stesso eterno, dura più d'ogni inverno e un dì forse tornerà.
Faccio piazza pulita di tutti i pensieri strani, oggi brindo alla vita perché non so cosa il domani di magico in serbo per me avrà.
Ora che il cielo è libero da nubi e da rimorsi, lontan dai dì trascorsi
attendo l'avvenir.
Gabriele Bensio Grossi è ingegnere
e vive a Vigevano (PV) |