Premio Turoldo 2007

            Vincenzo Lisciani Petrini

                    

 

 

DUE SONETTI A FRANCESCA

 1.

 

Poiché l’angelo scese negli occhi del sofferente

le mani posasti sulla ferita amata, ed il giorno,

muto tra le mura antiche, apparve in benedizione

al cuore sommerso di notti. Quanto potè soffrire?

 

Dunque, amica, ti esorto alla danza, che ti porti leggera

nei misurati passi dell’eterno, precisi come rintocchi

di campane mattutine. Le stelle, immerse nel cielo

che azzurra, attenderanno pazienti la lieve notte d’incanti!

 

A te sono le bellezze di ciò che vedi e ciò che non vedi,

cambiando il suo sembrare, ti parla come un grande spirito.

Da te nasce acqua nella terrestre forma del pianto che uomo

non conosce. Ed il tuo capire sconvolge la pena stessa.

 

Non nascondere l’amore dell’amicizia, il balsamo sulla

carne rotta, l’acqua tornata dal gelo in mano agli assetati.

 

 

 

2.

Esultare, gioire, cantare, lodare il cielo e la terra

per ogni cosa che sorride come schiuma d’onda,

come oro negli scrigni, luce sognata nel freddo delle

taverne anguste sbattendo al banco il boccale vuoto!

 

Amica, è il canto a spirare nobile come la musica che

il mare possiede nel suo immenso polmone d’abisso:

la sua froge soffia e mi scuote a cercare solo la Grandezza.

Presto anche tu ne ascolterai la voce e ne prenderai la strada.

 

La benedizione dei passanti allora si cercherà per portare

con noi le loro arrese speranze. Così: in giro lontani, sempre

alla ricerca d’una verità già posseduta, che non c’abbandoni

come una rondine impaurita, scacciata via dal nido.

 

Ma occorre il coraggio per ciò che anticamente conobbi e feci presto

a togliermi, ed ora in te vedo la veste che richiedo in dono.

 

 

 

LA VECCHIA

 

I giovani non sanno cos’è la terra,

non la conoscono, diceva la vecchietta.

Non sanno come sia amara.

Capivi che l’aria che quella si tirava dietro le

si aggrumava tutta nelle rughe e nella voce

sporca, d’una lingua ancor più amara.

 

A vederla, ora, lontana dalla terra arata,

su una panchina ad aspettare i mezzi, mette rispetto.

Grassa – ha gambe gonfie come tronchi imbevuti.

Ha un bastone per reggersi e parole per maledire,

una schiena spezzata con atrocità.

 

Si fa fatica a pensarla giovane

in un qualche tempo. Certa gente sembra

aver solamente lavorato in tutti i suoi anni e retto

una candela la sera delle feste.

Per lei non passa quasi nulla dei mesi e degli anni

e i giovani, continua a ripetere,

non conoscono più nessuna terra.

 

 (QUESTA POESIA E’ STATA PUBBLICATA SULLA RIVISTA CULTURALE BIMESTRALE  NUOVA UMANITA’ NEL NUMERO DI GENNAIO-FEBBRAIO 2007)

Vincenzo Lisciani Petrini, 23 anni di Teramo, è diplomato in pianoforte ed è laureando in lettere classiche a Chieti