Premio Turoldo 2007

            Paolo Oropallo

                    

  

 

 

Adamo

 

Padre cosa fu il frutto che ci tolse i sonni?

Di quale ingenuità o arroganza il morso,

quale fragranza nella polpa ingannatrice

non ci è dato sapere.

Giaci sotto il Golgota,

risposta muta a ciò che abbiamo perso

sparso nell’ossimoro di un teschio eppur vitale.

Distruggeremo ancora il mondo, eredi insensati,

per gustare il frutto?

Il seme inciso nel profondo dal fuoco perenne

germoglia fiori forzati e caduchi

in questa via del dolore

che ci lascia ansiosi sulla soglia dell’universo.

 

 

 

Il traghetto

 

- Vieni a remare con noi, vieni anche tu fratello

non stare sulla riva lasciati cullare

dallo sciacquio senza fretta della carena ossuta.

 

- No grazie vi seguo dalla sponda in bicicletta

 

- Vieni sulla barca invece, paga il biglietto

con rotonda moneta

e salta su questo mare giallo come miele

 

- Non voglio abbandonare questo sasso sicuro

…..e poi l’acqua è nera come pece!

 

- Cantiamo insieme mentre il timone sbanda

e il vento ci prende… voliamo, voliamo…

vieni si alza la randa.

 

- Cristo!Che fatica salire, che sonno!

No, non voglio venire.

 

- E’ bello sai, qui non hai cervello

non hai gambe né cuore e sei leggero

libero come un cavallo brado.

 

- Ragazzi non insistete, me ne rimango ancora un poco

qui, a cuocer nel mio brodo su questa terra

di auto e di altalene, di gas e di sirene,

di droga e di puttane,

di attori e di cornuti,

di calvi e di venduti,

di banche ed aereoplani,

di religiosi, di mani alzate,

di merda!

Qui dove passa il tempo con una cuffia in testa

e ogni giorno resta sempre meno in tasca,

qui dove anche un farabutto è un uomo.

 

- ….Suvvia lasciati andare, vieni con noi ti traghettiamo

dove ci si illumina d’amore e di pace,

dove siamo fratelli senza ore.

 

- Non fatemi bestemmiare, io resto a pedalare

anche se in salita, voglio giocare le mie carte

contro il muro ancora

e tirare in partita biglie di terracotta nel mucchio

per vedere se qualcuna si spacca contro lo scoglio ligure,

sentire,  annusare il mare mio di palme e di limoni.

 

- Questo è passato ….vieni!

 

- No!…cosa mi fate dire…voglio curvarmi sui banchi,

farmi bocciare trafitto dal primo amore

voglio camminare ancora piegato

e rimanere senza fiato dal male.

 

- Questo è passato…vieni!

 

- No perdio!Devo bruciare qui ancora

per ritrovare mio padre sacrificato dal gioco di una vita

tradita sin da bambino

- e gridargli : LAUREATO! Laureato!

 

- Questo è passato …vieni!

 

- Andate a farvi fottere, mi voglio sposare,

continuare questa razza di folli che popola il mondo

come se fossi l’unico a vivere, come se fossi il solo

dopo la catastrofe.

 

- Già fatto… e poi?

 

- Siete curiosi anche voi eh?… E poi… e poi

voglio fare ancora del sesso

mentre il sole scompare lo stesso e vedere la luna

sempre come prima nel cielo più blu, più blu

voglio amare e cadere in frantumi, vedere, viaggiare,

sentire, parlare per non piangere e …morire

 

- Morire?..vieni con noi fratello non hai più nulla da dire

o da sperare…

 

- Subdoli compagni di rotta alzate la vela

verso le cose note a voi soltanto,

io me ne vado pedalando sulla strada parallela,

masticando ignote scale mobili, sognando tappeti volanti

e forzieri e dolci labbra per vivere ancora un poco.

 

 

 

…E quando

  

…E quando guardi come in volo il mondo

ti accorgi del fluire silenzioso del tempo

e ti sazia e ti nutre questo cibo divino .

Scorgi l’unirsi dei poli radente le cime

e vedi l’uomo rincorrere la sua storia

sul filo di un equatore

che incontra sempre se stesso

lontano e sottile quasi perfetto .

 Non vorresti posarti su resti di steppe

e di mari e foreste violate, ma sosterai

leggero navigante per aprire porte e stanze

già abitate  da nascoste memorie.

Quale maledizione consuma questo pianeta

riesumando ossa e ferite,  anime e religioni…..

non era tutto detto, tutto fatto, 

tutto… già… tutto ?

Una fiamma perseguita e prosciuga la terra

 inaridendo opere,  pensieri  ed azioni

per sputare fotogrammi reiterati

con plotoni fanatici pronti ad armarsi

ed uccidere sempre per lo stesso Verbo

e la stessa sabbia.

...Ma quando guardi come in volo il mondo

gli alberi sono il mare e il mare una steppa

e la steppa un colore di lava e di neve

e il vento canta con una brezza lieve versi indolenti

e ti senti indulgente

come quell’uomo che vorresti incontrare.  

Paolo Oropallo è medico e abita a Pavia

 

Commenti

Appare come un mondo osservato, quello descritto da Paolo Oropallo. Osservato dall'esterno, nonostante emergano, in queste tre poesie, sforzo e voglia di esserci, di partecipare, di tentare un'azione indirizzata al cambiamento. L'analisi è lucida, spietata, definita, senza concessioni retoriche, a ricordarci quanto di noi stessi, sempre, possiamo (e dovremmo) spendere. - Luca Mingioni