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Adamo
Padre cosa fu il frutto che ci tolse i sonni? Di quale ingenuità o arroganza il morso, quale fragranza nella polpa ingannatrice non ci è dato sapere. Giaci sotto il Golgota, risposta muta a ciò che abbiamo perso sparso nell’ossimoro di un teschio eppur vitale. Distruggeremo ancora il mondo, eredi insensati, per gustare il frutto? Il seme inciso nel profondo dal fuoco perenne germoglia fiori forzati e caduchi in questa via del dolore che ci lascia ansiosi sulla soglia dell’universo.
Il traghetto
- Vieni a remare con noi, vieni anche tu fratello non stare sulla riva lasciati cullare dallo sciacquio senza fretta della carena ossuta.
- No grazie vi seguo dalla sponda in bicicletta
- Vieni sulla barca invece, paga il biglietto con rotonda moneta e salta su questo mare giallo come miele
- Non voglio abbandonare questo sasso sicuro …..e poi l’acqua è nera come pece!
- Cantiamo insieme mentre il timone sbanda e il vento ci prende… voliamo, voliamo… vieni si alza la randa.
- Cristo!Che fatica salire, che sonno! No, non voglio venire.
- E’ bello sai, qui non hai cervello non hai gambe né cuore e sei leggero libero come un cavallo brado.
- Ragazzi non insistete, me ne rimango ancora un poco qui, a cuocer nel mio brodo su questa terra di auto e di altalene, di gas e di sirene, di droga e di puttane, di attori e di cornuti, di calvi e di venduti, di banche ed aereoplani, di religiosi, di mani alzate, di merda! Qui dove passa il tempo con una cuffia in testa e ogni giorno resta sempre meno in tasca, qui dove anche un farabutto è un uomo.
- ….Suvvia lasciati andare, vieni con noi ti traghettiamo dove ci si illumina d’amore e di pace, dove siamo fratelli senza ore.
- Non fatemi bestemmiare, io resto a pedalare anche se in salita, voglio giocare le mie carte contro il muro ancora e tirare in partita biglie di terracotta nel mucchio per vedere se qualcuna si spacca contro lo scoglio ligure, sentire, annusare il mare mio di palme e di limoni.
- Questo è passato ….vieni!
- No!…cosa mi fate dire…voglio curvarmi sui banchi, farmi bocciare trafitto dal primo amore voglio camminare ancora piegato e rimanere senza fiato dal male.
- Questo è passato…vieni!
- No perdio!Devo bruciare qui ancora per ritrovare mio padre sacrificato dal gioco di una vita tradita sin da bambino - e gridargli : LAUREATO! Laureato!
- Questo è passato …vieni!
- Andate a farvi fottere, mi voglio sposare, continuare questa razza di folli che popola il mondo come se fossi l’unico a vivere, come se fossi il solo dopo la catastrofe.
- Già fatto… e poi?
- Siete curiosi anche voi eh?… E poi… e poi voglio fare ancora del sesso mentre il sole scompare lo stesso e vedere la luna sempre come prima nel cielo più blu, più blu voglio amare e cadere in frantumi, vedere, viaggiare, sentire, parlare per non piangere e …morire
- Morire?..vieni con noi fratello non hai più nulla da dire o da sperare…
- Subdoli compagni di rotta alzate la vela verso le cose note a voi soltanto, io me ne vado pedalando sulla strada parallela, masticando ignote scale mobili, sognando tappeti volanti e forzieri e dolci labbra per vivere ancora un poco.
…E quando
…E quando guardi come in volo il mondo ti accorgi del fluire silenzioso del tempo e ti sazia e ti nutre questo cibo divino . Scorgi l’unirsi dei poli radente le cime e vedi l’uomo rincorrere la sua storia sul filo di un equatore che incontra sempre se stesso lontano e sottile quasi perfetto . Non vorresti posarti su resti di steppe e di mari e foreste violate, ma sosterai leggero navigante per aprire porte e stanze già abitate da nascoste memorie. Quale maledizione consuma questo pianeta riesumando ossa e ferite, anime e religioni….. non era tutto detto, tutto fatto, tutto… già… tutto ? Una fiamma perseguita e prosciuga la terra inaridendo opere, pensieri ed azioni per sputare fotogrammi reiterati con plotoni fanatici pronti ad armarsi ed uccidere sempre per lo stesso Verbo e la stessa sabbia. ...Ma quando guardi come in volo il mondo gli alberi sono il mare e il mare una steppa e la steppa un colore di lava e di neve e il vento canta con una brezza lieve versi indolenti e ti senti indulgente come quell’uomo che vorresti incontrare.
Paolo Oropallo è medico e abita a Pavia
Appare come un mondo osservato, quello descritto da Paolo Oropallo. Osservato dall'esterno, nonostante emergano, in queste tre poesie, sforzo e voglia di esserci, di partecipare, di tentare un'azione indirizzata al cambiamento. L'analisi è lucida, spietata, definita, senza concessioni retoriche, a ricordarci quanto di noi stessi, sempre, possiamo (e dovremmo) spendere. - Luca Mingioni
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