Premio Turoldo 2007

            Rodolfo Vettorello

                    

 

 

 

MARE D’INVERNO

 

Non geli la neve caduta

stanotte sul tetto di casa.

Non bruci più il ciocco sul fuoco.

Non pianga la bimba allattata

ad un seno da tempo asciugato.

Non dondoli il ramo d'abete nell'aria

che trema di brividi lunghi di bora.

Non sia più biancastro di schiuma quel mare

che mugghia da giorni e trasporta relitti

alla spiaggia che amo percorrere a piedi il mattino

cercando i ricordi di un mondo di fossili vite

trascorse, conchiglie svuotate,

bottiglie di vetro col tappo richiuso ma senza messaggi,

dei piccoli pezzi di legno istoriati

da mille tempeste ed erosi dal sale, barattoli vuoti

e forme improbabili e strane di blocchi scavati

di polistirolo. E frange verdastre, diffuse,

di alghe, le chiome di mostri marini.

E piccole boe galleggianti strappate agli ormeggi

in porti lontani e tappi di sughero rossi

e zoccoli in legno spaiati.

Il mare si acquieta al mattino e la schiuma

non lascia più a riva che un debole filo di bava.

Cammino laddove la sabbia bagnata

é più dura e compatta al passaggio dei piedi

che lasciano appena una traccia.

Le vite che passano a turno sul bordo del mare

imprimono segni profondi quel tanto

che il peso di vivere vuole.

Si passa da sempre su spiagge deserte soltanto

per essere certi di vivere ancora.

Poi l'orma si colma pian piano dell'acqua

che il mare trasporta da sempre

col ritmo solenne d'un corpo infinito

che dorme e respira.

E l'acqua che bacia la riva

erode pian piano le tracce di vite trascorse.

La vita immortale del mare che frange

cancella le impronte

di tutte le vite trascorse sull'umida riva.

Di tutto non resta nient'altro

che l'ampia distesa di sabbia, l'immensa

lavagna che porta per poco il disegno di un uomo,

poi tutto ritorna infinito.

Per molti

il gelo di neve sul tetto di casa,

per altri

il fuoco di un ciocco, un seno che allatta

e un brivido lungo di bora.

E il mare d'inverno a mugghiare.

 

 

 

VORREI UN AMORE

 

Vorrei per me un amore, l'ultimo

un amore

che abbia sulle labbra

come un sapore d'alba.

Vorrei per me un amore

sicuro come un masso nel ruscello

e trepido

come l'incerto fiore del soffione.

Bello ed inquieto

come un fanciullo scalzo,

come un balzo

verso un cielo impossibile e lontano,

come la mano tesa da una nuvola,

allegro

come il canto dell'allodola,

squillante

come il riflesso chiaro di un diamante,

forte

come la furia

d'un temporale estivo,

vivo

come il volo di un nugolo di vespe,

acceso

come vampa di sole a mezzogiorno.

Voglio che arrivi

e sia tiepido e fresco

come fresca rugiada nel mattino

e sia caldo e rovente

come l'aria sotto i colonnati

di città soffocate nell'arsura

e sia leggero

come il vento che soffia nei carrugi

delle città di mare.

Voglio, voglio, voglio...

Vorrei per me un amore, l'ultimo

come l'amore che mi è dato adesso.

Voglio per me la sua certezza mite,

la sua forza gentile,

il suo coraggio d'essere un amore

che fa sputare bile,

che fa sciogliere il cuore di dolcezza

e morire di rabbia e delusione,

coerentemente,

come fa un amore

che sia così com’è,

incongruente.

 

 

 

QUATTORDICI AGOSTO

 

Tornare in città per un giorno,

a sfidare

gli assurdi vapori d'agosto.

 

In un letto

rimani a penare.

Un Pinguino che soffia regala

un piccolo fiato, un respiro

artificiale.

Distese d'azzurro le strade

che paiono oceani appagati,

pianori di specchio

a riflettere cieli di fuoco.

 

Svaporano dentro 

calure d'inferno

vapori d'asfalto.

Il caldo solleva miraggi

e nell'aria che trema

balugina lieve

una fata morgana.

 

La mano che sfiora e accarezza

disseta le labbra

di quella che ha sete di baci.

Sorridi e non dici.

La fronte imperlata somiglia

a un prato di marzo,

rugiada rappresa

che squaglia.

Dolore rovente,

ma fino alla morte

per ogni respiro

é la vita che vive.

La pena più forte si arrende

vigliacca

e posso fuggire,

se dormi.

  

Rodolfo Vettorello, architetto, abita a Milano