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Rodolfo Vettorello
MARE D’INVERNO
Non geli la neve caduta stanotte sul tetto di casa. Non bruci più il ciocco sul fuoco. Non pianga la bimba allattata ad un seno da tempo asciugato. Non dondoli il ramo d'abete nell'aria che trema di brividi lunghi di bora. Non sia più biancastro di schiuma quel mare che mugghia da giorni e trasporta relitti alla spiaggia che amo percorrere a piedi il mattino cercando i ricordi di un mondo di fossili vite trascorse, conchiglie svuotate, bottiglie di vetro col tappo richiuso ma senza messaggi, dei piccoli pezzi di legno istoriati da mille tempeste ed erosi dal sale, barattoli vuoti e forme improbabili e strane di blocchi scavati di polistirolo. E frange verdastre, diffuse, di alghe, le chiome di mostri marini. E piccole boe galleggianti strappate agli ormeggi in porti lontani e tappi di sughero rossi e zoccoli in legno spaiati. Il mare si acquieta al mattino e la schiuma non lascia più a riva che un debole filo di bava. Cammino laddove la sabbia bagnata é più dura e compatta al passaggio dei piedi che lasciano appena una traccia. Le vite che passano a turno sul bordo del mare imprimono segni profondi quel tanto che il peso di vivere vuole. Si passa da sempre su spiagge deserte soltanto per essere certi di vivere ancora. Poi l'orma si colma pian piano dell'acqua che il mare trasporta da sempre col ritmo solenne d'un corpo infinito che dorme e respira. E l'acqua che bacia la riva erode pian piano le tracce di vite trascorse. La vita immortale del mare che frange cancella le impronte di tutte le vite trascorse sull'umida riva. Di tutto non resta nient'altro che l'ampia distesa di sabbia, l'immensa lavagna che porta per poco il disegno di un uomo, poi tutto ritorna infinito. Per molti il gelo di neve sul tetto di casa, per altri il fuoco di un ciocco, un seno che allatta e un brivido lungo di bora. E il mare d'inverno a mugghiare.
VORREI UN AMORE
Vorrei per me un amore, l'ultimo un amore che abbia sulle labbra come un sapore d'alba. Vorrei per me un amore sicuro come un masso nel ruscello e trepido come l'incerto fiore del soffione. Bello ed inquieto come un fanciullo scalzo, come un balzo verso un cielo impossibile e lontano, come la mano tesa da una nuvola, allegro come il canto dell'allodola, squillante come il riflesso chiaro di un diamante, forte come la furia d'un temporale estivo, vivo come il volo di un nugolo di vespe, acceso come vampa di sole a mezzogiorno. Voglio che arrivi e sia tiepido e fresco come fresca rugiada nel mattino e sia caldo e rovente come l'aria sotto i colonnati di città soffocate nell'arsura e sia leggero come il vento che soffia nei carrugi delle città di mare. Voglio, voglio, voglio... Vorrei per me un amore, l'ultimo come l'amore che mi è dato adesso. Voglio per me la sua certezza mite, la sua forza gentile, il suo coraggio d'essere un amore che fa sputare bile, che fa sciogliere il cuore di dolcezza e morire di rabbia e delusione, coerentemente, come fa un amore che sia così com’è, incongruente.
QUATTORDICI AGOSTO
Tornare in città per un giorno, a sfidare gli assurdi vapori d'agosto.
In un letto rimani a penare. Un Pinguino che soffia regala un piccolo fiato, un respiro artificiale. Distese d'azzurro le strade che paiono oceani appagati, pianori di specchio a riflettere cieli di fuoco.
Svaporano dentro calure d'inferno vapori d'asfalto. Il caldo solleva miraggi e nell'aria che trema balugina lieve una fata morgana.
La mano che sfiora e accarezza disseta le labbra di quella che ha sete di baci. Sorridi e non dici. La fronte imperlata somiglia a un prato di marzo, rugiada rappresa che squaglia. Dolore rovente, ma fino alla morte per ogni respiro é la vita che vive. La pena più forte si arrende vigliacca e posso fuggire, se dormi.
Rodolfo Vettorello, architetto, abita a Milano
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