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Pietro Baccino
A vöi rivè cianîn
A vöi rivè cianîn an züma aŕ bŕic, senté ch’u monta au su, ciapè ch’u brüxa: l’è apena sunò in bót aŕ campanîn e ŕa gent, stoia a tóŕa, a rešta an ca. U n’j’è nisciûn an giŕ e i sotan via gŕilére a déx, a zent, chi smijan pŕéie špaŕoie da na fionda di matoti. Ans’j’erbuŕi u tŕavaja in bancaŕè: ŕ’amixa zioŕa a pasa ŕa só ištò a fertè ŕ’j’oŕe d’resia rużinenta, e a canta ŕa só vita an alegŕia. L’ovia a se rpósa e i parpajôgni gioni i van da sciuŕa a sciuŕa a cöj l’amé. A j’ö šciancò in sciusciôn ch’u perd ŕa smenza tŕa l’eŕba šquoxi seca da tajè e a zéŕc tŕa föja e föja ŕa cucala ch’a paŕiva da fiöi ai ögi nóšci na pipa da fümè. Quanci agni i son ch’a j’uma lasciò i zöi e l’inucenza: tŕópi, mi a cŕed, e u’m pia in pó d’magon, u senté u s’fa ciǜ gŕév e u manca u sciò. Ma an ot, là suvŕa j’eŕbuŕi a se špórż na gianca e scióca nivuŕa, ch’a conta fóŕe dlicoie e lgére dŕice aŕ cö.
(Traduzione poetica) Voglio giungere lentamente
Voglio giungere lentamente in cima alla collina, sentiero che sale al sole e arenaria che brucia: è appena suonata l’una al campanile e la gente, seduta a tavola, resta in casa. Non c’è nessuno in giro e saltano via cavallette a dieci, a cento, che sembrano pietre sparate da una fionda di bambini. Sugli alberi lavora un falegname: l’amica cicala passa la sua estate a sfregare le ali di sega arrugginita e canta la sua vita in allegria. L’ape si riposa e le farfalle gialle vanno da fiore a fiore a cogliere il miele. Ho strappato un soffione che perde i semi tra l’erba quasi secca da tagliare e cerco tra foglia e foglia la galla che sembrava da bambini agli occhi nostri una pipa da fumare. Quanti anni sono che abbiamo lasciato i giochi e l’innocenza: troppi, io credo, e mi prende un po’ di tristezza, il sentiero si fa più faticoso e manca il fiato. Ma in alto, là sopra gli alberi si affaccia una bianca e soffice nuvola, che racconta favole delicate e leggere dirette al cuore.
La mia patria è lontana
La mia patria è lontana, abbandonata nel tempo di guerra in fuga nella notte su un bragozzo per Pola e il mare scuro ci cullava amichevole, ignaro del livore intorno a noi. Ho i natali su un’isola, a mezza primavera salutata senza tornarvi più e solo nei frammenti della memoria rivivo quei giorni e mi sovviene il sapore mielato degli acini densi di sole, i fichi maturi reclini sul ramo e l’aroma di salvia e rosmarino. Era di maggio, quando mi han rubato il futuro possibile e la casa, la nonna che affacciata alla finestra mi sorrideva dolce, il giardinetto della magnolia dalle foglie lucide e i pesci rossi nella vasca tonda. E’ lontana nel tempo e nello spazio quest’isola, che torna alla mente quando accarezzo l’onda leggera e ripenso alla tenue trasparenza del mare che ho lasciato, alla ghiaia di lucido calcare levigato, alle reti approntate per la pesca. E vedo ancora, con gli occhi d’allora, i muri a secco e gli ulivi d’argento nutriti dall’argilla, e nei recinti pecore in cerca di un cibo povero. E vedo il mulo, che i giorni di festa ci portava alla chiesa, alla funzione, e mio padre, di scorta, sorvegliava. E poi non vedo più, perchè si bagna di lacrime lo sguardo, e mi abbranca l’animo il desiderio del ritorno.
Dammi, o Signore
Dammi, o Signore, un ponte ch’io possa valicare le acque torbide dell’anima smarrita, dammi un bordone solido che sostenga il mio passo alla ricerca di una flebile luce, dammi, ti prego, un cenno che sciolga la paura del dolore e mi conforti i giorni… No, non per me, Signore, ma per tutti i fratelli del pianeta, per gli uomini, le donne, tutti i bambini che chiedono il pane e un abbraccio materno, e i vecchi rattristati dalla vita: regalaci, Signore, la speranza e scalda il cuore della nostra fede.
Pietro Baccino abita a Savona |