Premio Turoldo 2007

            Pietro Baccino

                    

  

 

A vöi rivè cianîn

 

A vöi rivè cianîn an züma aŕ bŕic,

senté ch’u monta au su, ciapè ch’u brüxa:

l’è apena sunò in bót aŕ campanîn

e ŕa gent, stoia a tóŕa, a rešta an ca.

U n’j’è nisciûn an giŕ e i sotan via

gŕilére a déx, a zent, chi smijan pŕéie

špaŕoie da na fionda di matoti.

Ans’j’erbuŕi u tŕavaja in bancaŕè:

ŕ’amixa zioŕa a pasa ŕa só ištò

a fertè ŕ’j’oŕe d’resia rużinenta,

e a canta ŕa só vita an alegŕia.

L’ovia a se rpósa e i parpajôgni gioni

i van da sciuŕa a sciuŕa a cöj l’amé.

A j’ö šciancò in sciusciôn ch’u perd ŕa smenza

tŕa l’eŕba šquoxi seca da tajè

e a zéŕc tŕa föja e föja ŕa cucala

ch’a paŕiva da fiöi ai ögi nóšci

na pipa da fümè. Quanci agni i son

ch’a j’uma lasciò i zöi e l’inucenza:

tŕópi, mi a cŕed, e u’m pia in pó d’magon,

u senté u s’fa ciǜ gŕév e u manca u sciò.

Ma an ot, là suvŕa j’eŕbuŕi a se špórż

na gianca e scióca nivuŕa, ch’a conta

fóŕe dlicoie e lgére dŕice aŕ cö.

 

 

(Traduzione poetica)

Voglio giungere lentamente

 

Voglio giungere lentamente in cima alla collina,

sentiero che sale al sole e arenaria che brucia:

è appena suonata l’una al campanile

e la gente, seduta a tavola, resta in casa.

Non c’è nessuno in giro e saltano via

cavallette a dieci, a cento, che sembrano pietre

sparate da una fionda di bambini.

Sugli alberi lavora un falegname:

l’amica cicala passa la sua estate

a sfregare le ali di sega arrugginita

e canta la sua vita in allegria.

L’ape si riposa e le farfalle gialle

vanno da fiore a fiore a cogliere il miele.

Ho strappato un soffione che perde i semi

tra l’erba quasi secca da tagliare

e cerco tra foglia e foglia la galla

che sembrava da bambini agli occhi nostri

una pipa da fumare. Quanti anni sono

che abbiamo lasciato i giochi e l’innocenza:

troppi, io credo, e mi prende un po’ di tristezza,

il sentiero si fa più faticoso e manca il fiato.

Ma in alto, là sopra gli alberi si affaccia

una bianca e soffice nuvola, che racconta

favole delicate e leggere dirette al cuore.

 

 

 

La mia patria è lontana

 

La mia patria è lontana,

abbandonata nel tempo di guerra

in fuga nella notte

su un bragozzo per Pola e il mare scuro

ci cullava amichevole,

ignaro del livore intorno a noi.

Ho i natali su un’isola,

a mezza primavera salutata

senza tornarvi più

e solo nei frammenti

della memoria rivivo quei giorni

e mi sovviene il sapore mielato

degli acini densi di sole,

i fichi maturi reclini sul ramo

e l’aroma di salvia e rosmarino.

Era di maggio, quando mi han rubato

il futuro possibile e la casa,

la nonna che affacciata alla finestra

mi sorrideva dolce, il giardinetto

della magnolia dalle foglie lucide

e i pesci rossi nella vasca tonda.

E’ lontana nel tempo e nello spazio

quest’isola, che torna alla mente

quando accarezzo l’onda leggera

e ripenso alla tenue trasparenza

del mare che ho lasciato, alla ghiaia

di lucido calcare levigato,

alle reti approntate per la pesca.

E vedo ancora, con gli occhi d’allora,

i muri a secco e gli ulivi d’argento

nutriti dall’argilla, e nei recinti

pecore in cerca di un cibo povero.

E vedo il mulo, che i giorni di festa

ci portava alla chiesa, alla funzione,

e mio padre, di scorta, sorvegliava.

E poi non vedo più, perchè si bagna

di lacrime lo sguardo, e mi abbranca

l’animo il desiderio del ritorno.

 

 

 

Dammi, o Signore

 

Dammi, o Signore, un ponte

ch’io possa valicare le acque torbide

dell’anima smarrita,

dammi un bordone solido

che sostenga il mio passo alla ricerca

di una flebile luce,

dammi, ti prego, un cenno

che sciolga la paura del dolore

e mi conforti i giorni…

No, non per me, Signore,

ma per tutti i fratelli del pianeta,

per gli uomini, le donne,

tutti i bambini che chiedono il pane

e un abbraccio materno,

e i vecchi rattristati dalla vita:

regalaci, Signore, la speranza

e scalda il cuore della nostra fede.

Pietro Baccino abita a Savona