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Giuseppe Barba
SOTTO LA PIOGGIA…..
Senza guardare il volto di chi passa, da sotto il bordo basso dell’ombrello talvolta, quando piove, a un angolo di via, osservo pozze dove l’acqua crea il suo mondo: e lì, passi di gente, ognuno coi suoi guai, tra mille cerchi che fanno il girotondo.
E c’è un’anima in questo microcosmo, perché è così la vita, in fondo in fondo: concentrici anelli che crescon fino al nulla, ciascun con un mistero, un sogno, un pianto, un ricordo che ormai è malinconia, una chimera lunga il tempo d’un incanto.
Già, la vita: balletto inconcludente, futile danza, all’interno d’una pozza, di algidi e freddi, odiosamente uguali, indifferenti cerchi d’acque smosse che, pian piano, insozzano la via, alle folate ossessionanti del libeccio e al soffio amaro della nostalgia.
E vento e melma a me, deluso e stanco, acuiscono il fastidio della vita, facendomi bramare un po’ di sole che, sulla mia strada uggiosa di scialbe notti e troppi sogni infranti, asciughi scarpe intrise di fanghiglia e antiche lacrime salate di rimpianti.
QUANDO SARÀ…
Quando sarà, che avrò lasciato il corpo per volare, sarò in un ciuffo d’erba sulle dune, in sembianze di sussurro di maestrale, a volteggiare tra giunchi e tamerici, a flautare dolci nenie di risacca, a ritrovare i miei sogni più felici.
Cercami allora, amore, tra gli arabeschi di un volo di gabbiano, nello sciabordio di una paranza, nel profumo d’incenso in una chiesa, nelle corti incantate dell’infanzia. Cercami ovunque, in questa terra mia, nel tronco sofferente di un ulivo, tra zolle riarse che grondano dolore, tra le gocce di pioggia in un canneto, sul muschio che sentì gridare il cuore. Cercami nel bosco in cui sognammo: sarò nel canto delle gazze innamorate, fra i petali di un fiore calpestato, su quel viottolo, ovattato di silenzio, dov’ebbi amico un cane bastonato.
Cercami nel tuo pianto, e ci sarò: in ogni lacrima verrò a trovarti, per ogni lacrima ti verrò a baciare, sarò nel vento, o forse sarò il vento, cercami, amore: sarò lì… a volare.
FRONTIERA
Io, che ogni sera ascolto il mare e leggo il vento, posso dirvi che cos’è il paese mio. Nel vento, sapete, sortilegio eterno e padrone incontrastato della notte, son bisbigli di amanti, sussurri di risacca, respiri del mare e canti di sirene, risate di Dei pettegoli e beffardi, canzoni sguaiate di un derelitto ubriaco, felice perché prende a calci un’ombra e finalmente può aver l’ultima parola; c’è l’amarezza del giovin che rincasa e toglie la faccia allegra dello struscio, per indossare quella, antica, della fame; c’è il pianto eterno del pescatore triste, eroe nolente di ballate senza tempo su un uomo e la sua barca, sulla morte e il vento; ci son gerani caduti dai balconi coi sogni di mamme giovani già vecchie; spirali di esangue fumo disperso dai camini, forse ectoplasma di speranze morte; gocciolio di cenci appesi ad asciugare, vessilli di resa nella notte scura; promesse di chi si gioca la mia gente a dadi, lamenti di profeti inascoltati, le voglie di una bigotta mai sposata, sola, che rivuole gli anni regalati a Dio; sciacquio di remi di lampara errante, che come zingara cadenza il suo flamenco e invoca mesta il Cristo dei gitani….
Questo è il mio paese, dove passo i giorni e dove riposerò nella mia Notte: frontiera eterna fra il dolore e l’Eden, stanco avamposto fra dannazione e sogno. Chimere e mare son l’unica certezza. Tutto il resto, ma proprio tutto, è vento.
Giuseppe Barba è libero professionista e abita a Gallipoli (LE)
Splendide poesie, per contenuto e per forma. Apprezzo particolarmente la musicalità ricercata, le dolci assonanze, la misura del verso, la cura dell'effetto lirico. Tutto é estremamente armonioso e denuncia una puntigliosa ricerca formale e lessicale - Rodolfo Vettorello
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