|
La scena corale
annodàti, sciolti, riallacciati siamo gli estremi della solita fune con cui ci dondoliamo le risposte dopo esserci impiccati alle domande nei primi vagiti di un mattino storto piegato dal tempo come quell’uomo che vedo ogni sera indugiare nel saluto di lei che rincasa come vela nel porto. La stessa noncuranza, la stessa fierezza inconsapevole, che ammala ogni orfano ogni uomo il cui destino fa cilecca, e non sai mai a chi dar la colpa se a lui o a lei, a chi non compie non chiude il cerchio che circola vita che rinchiude vita, che è morte ed altro. Quella fune che ci lascia a vista quella fune che ci accompagna e striscia è d’inciampo, è d’incanto, per chi osserva i vagabondi legati: spettacolo da tre soldi. Mettiamo in scena una storia più grande di due: siamo simbolo, siamo capro espiatorio avvertimento che minaccia il divertimento: anche a voi la scelta, fra cappio o dondolo.
Creatura
Tutto ebbe inizio nel tuo seno in fermento per un recapito oscuro
un antico liuto il tuo corpo di meraviglie non potevo che suonarlo come cosa sacra guidato dalle tue stesse dita occhiute
vigilanti i miei squilibri sull’arco delle ciglia non temere, è solo il troppo blu degli occhi annuncio di quella grande onda che attendevo
pensavo il mare mi restituisse l’immagine non lo credevo un travaso di Dio la sua accoglienza si spiega con l’arcano dell’acqua
mi fu detto: percorri il sentiero dei padri, e a notti frugai tra cervelli fottuti da droghe pesanti o leggere, è sempre merda in cui affogano la più bella età fragile prima che giunga una migliore età forte
è che ginocchia pronte a piegarsi cerca la mala cricca degli avidi e dei furbi
il cinismo redime il cinismo deprime non ho ancora deciso in un senso ma la creazione non ama gli indugi pretende ora l’atto che snoda così ho sciolto gli ormeggi
che ne dici? è giunto il tempo di richiamare gli spiriti esiliati? A lungo mi ha compresso più l’attesa della sua venuta, anzi mi ha espanso, mi ha installato nel centro esatto della vita
Accadde così che a quattro zampe cominciammo ad esplorare noi stessi noi tre vorticosi a quattro zampe in un girotondo di spiriti rinati fino a fondersi nel nucleo, familiare antica parola tornata dall’esilio.
inquilino dal Caso sfrattato
qui si parla di un tizio prossimo allo sfratto, quello per cui non c’è proroga che tenga per cui si finisce a meditare il gesto risoluto
qualcosa che ne lasciasse almeno un brandello un brandello di parola da sventolare a maggio quando la gente torna a scrutare le scritture per sapere dove andare in vacanza
c’è ancora abbastanza fuoco nel camino – disse aiutalo che io l’aiuto e, nonostante il vento, aiutalo, sarà l’incendio per cui trasmigro
e me ne andrò ad abitare le stanze abbandonate da una famiglia sempre più bella da scomparsa come gli amori che non sai afferrare a giugno
poi viene luglio ed e già tempo di far legna, per ingannare il tempo ho scolpito un dado
l’altro giorno l’ho gettato nel camino redivivo che speravo me lo ridesse spoglio dei numeri volevo azzardare uno zero prossimo all’infinito
peccato che al tavolo ci fosse un baro più bravo.
Danilo Breschi è docente universitario e vive a Figline Valdarno (FI)
Queste poesie di Danilo Breschi, ruotano sul concetto di familiarità, di focolare domestico: definiscono ed amplificano con precisione alcune delle dinamiche dell'affettività, con piena consapevolezza sulla valenza positiva nonostante immagini dure, con rispetto per l'unicità della soggettività interiore.
|