Premio Turoldo 2007

            Giovanni Caso

                    

 

 

APPENA DIETRO IL SASSO DELLA SOGLIA

 

E scalzi vi ricordo dietro il sole

e le ginocchia rosse per la corsa

quando stillava un miele sulle labbra

il grappolo maturo. Ed era immenso

ai nostri occhi il cielo sulle case.

Segni di serpi e rovi sul sentiero,

foglie intrecciate per cappelli alteri,

fionde di pruno.

 

Ed era il respirare

del giorno in un fraseggio di cicale,

scrigni dorati le stagioni e i mesi

caldi di vento come è caldo il cuore

dei melograni. Ed era spiga ardente

la luna che svettava in cima al mondo.

 

Ho ritrovato in fondo al lungo viaggio

lo spirito redento di quell’ora,

le brezze dei meriggi, il lungo abbraccio

dei tralci inteneriti dal libeccio.

La luce che s’affaccia dal balcone

è bianca come allora.

 

Ah quante attese

appena dietro il sasso della soglia,

i fiori sulle logge saracene,

il tuffo d’una rondine nel cuore

e quel bisbiglio, sparso dal geranio,

per un istante, prima di dormire.

 

  

 

NON C’ERAN CATENACCI

  

Non c’eran catenacci alla tua porta,

la casa aperta al vento, ed io vi entravo

strappando giorni ai salici del tempo,

tu ti avvolgevi in scialli di preghiere,

le labbra cocci d’anfora, lo sguardo

d’erba e vitigni.

 

E cosa sussurravi

inginocchiata accanto al tuo silenzio,

cosa intrecciavi con le mani stanche?

Io ti portavo un cesto di parole

a puntellar la tua malinconia,

dentro non v’era più nessuna voce.

 

Ed era solitudine il tuo luogo

come ad usanza antica, ed era bella

l’attesa d’un arrivo, in una danza

di briciole sul petto, rimasugli

per passeri e formiche. E per un attimo

vidi il tuo cielo.

 

S’è dissolto ormai

anche l’odore della carbonella

che disseccava l’umido dei muri.

Resiste il vento, sempre più ostinato,

come cercasse gli occhi e le ferite

delle tue mani crocifisse in grembo.

 

 

 

QUESTA MIA VITA

 

Per ombre luci abissi ho attraversato

questa mia vita di sussurri e gridi,

ombra io stesso, e luce, e vento in fuga

per rovi, ortiche, sangue di papaveri,

lasciando impronte di dolore e gioia,

sentendo a pelle il nascere dei giorni,

vivendo di pensieri in un impasto

di cellule, tremando quando un fiore

mi ha accarezzato l’anima.

 

Ho viaggiato

dentro un fuoco di sogni i cosmi e i cieli,

oltre i confini della notte ho visto

spalancarsi universi incandescenti

e respirato brezze di galassie

ancora ignote. Eppure mi è mistero

questo cuore che pulsa e mai riposa

e il sangue che mi batte nelle vene

e il pianto che mi brucia.

 

Andrò avanti

come una barca spinta tra due rive

estreme, dentro un mare che separa

il grido della nascita e il morire.

E mi farò silenzio in quel silenzio

che tutto avvolge e illumina, e che spinge

lune di vento a approdi d’infinito.

Giovanni Caso è un ex colonnello in pensione e abita a Siano (SA)