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Giovanni Caso
APPENA DIETRO IL SASSO DELLA SOGLIA
E scalzi vi ricordo dietro il sole e le ginocchia rosse per la corsa quando stillava un miele sulle labbra il grappolo maturo. Ed era immenso ai nostri occhi il cielo sulle case. Segni di serpi e rovi sul sentiero, foglie intrecciate per cappelli alteri, fionde di pruno.
Ed era il respirare del giorno in un fraseggio di cicale, scrigni dorati le stagioni e i mesi caldi di vento come è caldo il cuore dei melograni. Ed era spiga ardente la luna che svettava in cima al mondo.
Ho ritrovato in fondo al lungo viaggio lo spirito redento di quell’ora, le brezze dei meriggi, il lungo abbraccio dei tralci inteneriti dal libeccio. La luce che s’affaccia dal balcone è bianca come allora.
Ah quante attese appena dietro il sasso della soglia, i fiori sulle logge saracene, il tuffo d’una rondine nel cuore e quel bisbiglio, sparso dal geranio, per un istante, prima di dormire.
NON C’ERAN CATENACCI
Non c’eran catenacci alla tua porta, la casa aperta al vento, ed io vi entravo strappando giorni ai salici del tempo, tu ti avvolgevi in scialli di preghiere, le labbra cocci d’anfora, lo sguardo d’erba e vitigni.
E cosa sussurravi inginocchiata accanto al tuo silenzio, cosa intrecciavi con le mani stanche? Io ti portavo un cesto di parole a puntellar la tua malinconia, dentro non v’era più nessuna voce.
Ed era solitudine il tuo luogo come ad usanza antica, ed era bella l’attesa d’un arrivo, in una danza di briciole sul petto, rimasugli per passeri e formiche. E per un attimo vidi il tuo cielo.
S’è dissolto ormai anche l’odore della carbonella che disseccava l’umido dei muri. Resiste il vento, sempre più ostinato, come cercasse gli occhi e le ferite delle tue mani crocifisse in grembo.
QUESTA MIA VITA
Per ombre luci abissi ho attraversato questa mia vita di sussurri e gridi, ombra io stesso, e luce, e vento in fuga per rovi, ortiche, sangue di papaveri, lasciando impronte di dolore e gioia, sentendo a pelle il nascere dei giorni, vivendo di pensieri in un impasto di cellule, tremando quando un fiore mi ha accarezzato l’anima.
Ho viaggiato dentro un fuoco di sogni i cosmi e i cieli, oltre i confini della notte ho visto spalancarsi universi incandescenti e respirato brezze di galassie ancora ignote. Eppure mi è mistero questo cuore che pulsa e mai riposa e il sangue che mi batte nelle vene e il pianto che mi brucia.
Andrò avanti come una barca spinta tra due rive estreme, dentro un mare che separa il grido della nascita e il morire. E mi farò silenzio in quel silenzio che tutto avvolge e illumina, e che spinge lune di vento a approdi d’infinito.
Giovanni Caso è un ex colonnello in pensione e abita a Siano (SA) |