Premio Turoldo 2007
Maria Gisella Catuogno


Ottobre
Ottobre ha la dolcezza di un tramonto
pacato, di miele soffuso e d’arancio,
e dei grappoli scordati sulla vite
che appassiscono al sole lenti lenti
e profumano l’aria di vendemmie antiche
quando si pigiava l’uva, da ragazzi,
a piedi nudi nel mosto, a gara,
eccitati come a una gran festa.
Ottobre ha il colore dei ciclamini
di bosco, quelli piccolini, che spuntano
sui cigli delle strade dove l’umido
indugia e il sole è tiepida carezza,
che ti pungono di tenerezza il cuore
per quell’indaco tenue, innocente
come bucato steso ad asciugare
su campi di lavanda all’orizzonte.
Un mazzetto me ne portò d’autunno
un innamorato ed erano più belli
d’un fascio di rose rosse, senza spine.
Ottobre ha il sapore dei fichi d’una volta
che si mangiavano, dolci, appena còlti,
arrampicati all’albero, felici,
come sul ramo fringuelli canterini.
Ottobre ha il suono dello sciabordìo
dell’acqua sui fianchi della barca
quando mio padre andava a totanare*
nello specchio d’acqua davanti a casa nostra
e io l’aspettavo al vetro e l’appannavo
mai sazia dell’attesa, trepidante
e mamma preparava la padella sul fuoco
quando s’udiva, lontano, il suo richiamo.
*) pescare calamari(da noi “totani”)
Io vi amerei
Figli, se anche non foste miei figli,
io vi amerei per la vostra giovinezza
ardente e inquieta
e per quella voglia di sfidare il mondo
che v’accende lo sguardo e le emozioni.
V’amerei per quel riso che incanta
e che ha ancora l’innocenza dell’infanzia:
polla d’acqua sorgiva, mi rammenta,
e schiuma di mare quando soffia maestrale;
e per le bufere di cui siete capaci
quando la vita più vi incalza e preme:
allora fuggono i passeri dal ramo
s’oscura il sole e piove grandine
di rabbia e di tormento.
V’amerei per la fatica di crescere
che vale scalare vette impervie
e navigare il furore degli oceani;
per quel modo che avete
di chiedere scusa:
un lungo abbraccio, in silenzio,
e tutto è come prima;
e per l’onestà che v’alberga nel cuore:
campo di spighe dorate di grano
fiore di pesco a primavera
cristallo di cielo spazzato dal libeccio.
Preghiera di maggio
E’ nella levità azzurrina
di questo cielo di maggio
appena uscito dall’umido
di pioggia che ti cerco;
e nell’allodola che canta
l’approdo dell’alba alle sue rive
dopo la traversata inquieta della notte;
ti cerco nel corallo della rosa
che si è schiusa in giardino
accanto al salice discreto
e nelle ali esitanti
della farfalla che ha scambiato
per fiore la mia mano.
Ti cerco, o dio senza volto e senza tempo,
perché non so negarti né accettarti
perché sono come barca alla deriva
nella burrasca infinita della vita;
e non trovo risposta al dolore
al pianto, al lutto, alla violenza
e all’esilio perpetuo della gioia
da occhi stanchi di sguardi e di promesse.
La primavera preme
come chicco di grano nella spiga
sotto la sferza di fuoco dell’estate;
intorno è festa di gelsomini e zàgare
a ubriacare di nettare gli insetti
a riempire di bisbigli e nuove piume
i nidi intrecciati di recente
a riportare lucciole irrequiete
a punteggiare il buio di lustrini
nei campi profumati della sera.
Il male non si addice a questi giorni
dorati di sole, nostalgia d’infanzia,
voglia di languore e tenera speranza:
regalaci una tregua, mio Signore,
facci riempire di pane gioia e fratellanza
i canestri della nostra fatica quotidiana
e intreccia come la trama dell’ordito
le nostre mani avare di carezze;
ispiraci la fiducia nel domani,
e l’intensità di certi tuoi tramonti
nel vivere oggi la parte che ci spetta.

Maria Gisella Catuogno
abita a Portoferraio e insegna italiano nelle scuole superiori
Commenti
Questi versi hanno la dolcezza di un
narrare pacato, che scolpisce nitide immagini senza mai ripiegarsi in
oscurità ed involuzioni. Giungere ad un'effusione lirica così spontanea
richiede un accordo intimo, molto riuscito, fra sentimenti e linguaggio.
- Felice