Premio Turoldo 2007

            Maria Cristina Di Dio

                    

 

 

M A D R E

 

Al vespro  era il nostro appuntamento

Colori di sangue e odori d’acqua

che anche d’estate

al tramonto

scende bruma sui tuoi colli

 

Quell’ora che rimane tua

Che si perde al vento delle cose

al blu stinto di un pezzo di cielo

al fiore verde dei poderi

all’anima mia appesa a quei colori

 

Era la tua testa bianca essenza

di una storia tra milioni

eppure monolite solitario

eterno

ad inchiodare l’agra futilità del tempo

 

Era il tuo respiro stanco

le parole

le mani chiare e usate

Era un discorso a volte anche muto

Svestito. Eppure colmo come

una cesta di pane

sui banchi di un  mercato

Lasciavo il quotidiano frammentato

di faccende e pensieri

Ti trovavo assorta e bianca

nel rosso che sempre  bagnava la soglia

Nella piaga d’una testarda memoria

nel fruscio delle tue rose

nell’odore di te

Ti ritrovavo nel tuo saper vedere

un filo di luna

all’ombra dei fantasmi

 

Al vespro era il nostro appuntamento

 

M’aspettavi con l’ansia di una madre

ma sazia. Già legata  al destino

 

Il mio  cuore di catrame

La paura di scoprire la ruga profonda

La fine di una storia nel congedo

di tramonti dove già tetro annaspava

l’ultimo respiro del giorno.

 

 

 

ALTRI CIELI

 

Onde arruffate l’una sull’altra, pensieri di limoni

e menta su impronte guizzanti oltre il vetro

Fari come lucciole nel polso frenetico

del tempo, su e giù, per il ventre di cieli  

rari e stinti.

 

Questa città

col sapore di vita senza capo né coda

 

Altri sapori, altri cieli

accompagnavano viottoli tra lava, muri d’erbe

e mare e cicale nel muschio del ricordo

e un canto uguale, lungo quanto il viottolo

scorrendo tra  montagna e riva

 

Case buttate lì, giusto

per chiudere una porta

 

L’impronta scavata di un cuscino

l’agro odore del seme tra  lenzuola sfatte

Un tetto copriva le necessità delle cose

Sentinella, dove slargava il mare mai chiuso

al silenzio, al sonno

 

E l’uomo d’acqua e  campi

aveva in bocca il sale del mare e della terra

e una canzone di stelle e di sirene da cantare

ubriaco nel rosso midollo della sera

 

nell’odore di neve

nella castagna calda e vino

nel respiro del gelo e poi

E poi 

ad aspettare il sole.

 

 

 

IL  CAMPO  MINATO

 

Non è così lontana quella striscia

di terra ad ovest

Un letto rosso,  brullo

L’alfabeto di un gioco

Una palla sgonfia. Giallastra nel giallo

delle stoppie

L’eco dei canti, dei sapori d’infanzia

 

Una madre che non c’è

Ossa forse,  tra  ossa d’un massacro

o abulica, forse, nell’abulia del dolore

Nel pozzo dell’assuefazione

Una madre per caso

Antro

Buco

L’uomo senza faccia

Solo l’aspro della bava

nell’obliosa lordura del crine

 

Una madre che non c’è.

Da dimenticare

per una scintilla di gioco

bianco

gioioso

come sapore di latte

appena munto.

Quel ridere e correre

 

Poi….

Maria Cristina Di Dio vive a Calascibetta (EN)

 

Commenti

Tre poesie legate e contraddistinte dal filo della memoria. La dimensione personale, quella comunitaria e quella universale, espresse richiamando i sensi (olfatto e gusto, soprattutto) come filtri di conoscenza e comprensione. Maria Cristina Di Dio afferra la memoria e la scuote: per non dimenticare chi si è amato, per rievocare l'infanzia, per gridare allo scandalo perenne della guerra. - Luca Mingioni