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Maria Cristina Di Dio
M A D R E
Al vespro era il nostro appuntamento Colori di sangue e odori d’acqua che anche d’estate al tramonto scende bruma sui tuoi colli
Quell’ora che rimane tua Che si perde al vento delle cose al blu stinto di un pezzo di cielo al fiore verde dei poderi all’anima mia appesa a quei colori
Era la tua testa bianca essenza di una storia tra milioni eppure monolite solitario eterno ad inchiodare l’agra futilità del tempo
Era il tuo respiro stanco le parole le mani chiare e usate Era un discorso a volte anche muto Svestito. Eppure colmo come una cesta di pane sui banchi di un mercato Lasciavo il quotidiano frammentato di faccende e pensieri Ti trovavo assorta e bianca nel rosso che sempre bagnava la soglia Nella piaga d’una testarda memoria nel fruscio delle tue rose nell’odore di te Ti ritrovavo nel tuo saper vedere un filo di luna all’ombra dei fantasmi
Al vespro era il nostro appuntamento
M’aspettavi con l’ansia di una madre ma sazia. Già legata al destino
Il mio cuore di catrame La paura di scoprire la ruga profonda La fine di una storia nel congedo di tramonti dove già tetro annaspava l’ultimo respiro del giorno.
ALTRI CIELI
Onde arruffate l’una sull’altra, pensieri di limoni e menta su impronte guizzanti oltre il vetro Fari come lucciole nel polso frenetico del tempo, su e giù, per il ventre di cieli rari e stinti.
Questa città col sapore di vita senza capo né coda
Altri sapori, altri cieli accompagnavano viottoli tra lava, muri d’erbe e mare e cicale nel muschio del ricordo e un canto uguale, lungo quanto il viottolo scorrendo tra montagna e riva
Case buttate lì, giusto per chiudere una porta
L’impronta scavata di un cuscino l’agro odore del seme tra lenzuola sfatte Un tetto copriva le necessità delle cose Sentinella, dove slargava il mare mai chiuso al silenzio, al sonno
E l’uomo d’acqua e campi aveva in bocca il sale del mare e della terra e una canzone di stelle e di sirene da cantare ubriaco nel rosso midollo della sera
nell’odore di neve nella castagna calda e vino nel respiro del gelo e poi E poi ad aspettare il sole.
IL CAMPO MINATO
Non è così lontana quella striscia di terra ad ovest Un letto rosso, brullo L’alfabeto di un gioco Una palla sgonfia. Giallastra nel giallo delle stoppie L’eco dei canti, dei sapori d’infanzia
Una madre che non c’è Ossa forse, tra ossa d’un massacro o abulica, forse, nell’abulia del dolore Nel pozzo dell’assuefazione Una madre per caso Antro Buco L’uomo senza faccia Solo l’aspro della bava nell’obliosa lordura del crine
Una madre che non c’è. Da dimenticare per una scintilla di gioco bianco gioioso come sapore di latte appena munto. Quel ridere e correre
Poi….
Maria Cristina Di Dio vive a Calascibetta (EN)
Tre poesie legate e contraddistinte dal filo della memoria. La dimensione personale, quella comunitaria e quella universale, espresse richiamando i sensi (olfatto e gusto, soprattutto) come filtri di conoscenza e comprensione. Maria Cristina Di Dio afferra la memoria e la scuote: per non dimenticare chi si è amato, per rievocare l'infanzia, per gridare allo scandalo perenne della guerra. - Luca Mingioni
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