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SINO ALLA FINE… ED OLTRE
Fino all’incendio della terra i fuochi si faranno aspri e più aspri i minuti nel dondolare veloce delle fiamme e d’una campana in fondo al campo, nel passaggio del fumo ed il fumo della malva che brucia del coraggio e del chiosco appena socchiuso.
Sino alla pena d’una guerra che s’impolvera di bimbi che non hanno più volto e la traccia rigata nella voce d’un tocco d’arpa rapito ai sospiri e alla miseria di pane raffermo. Melma come gusci di cocci di uova scucite alla fame di sempre.
Fino allo sfogliare d’alberi dove l’abito di pochi che s’accucciano è la pena dei molti che tremano. E si sente il passaggio del terrore fattosi uomo come l’ombra delle foglie asperse tra le zolle e la memoria. E si ascolta l’odore convulso dei morti a rigagnolo di vampe di steli di fumo.
Sino alle fiamme estese sui volti senza più tempo d’un balcone sconnesso, nel pensiero di silenzi e di fughe e di nuovi rintocchi e la ricerca di cadaveri sui prati, nelle chiese e nelle case, nei sotterranei e in quei pianti ostinati.
Fino ai treni che colano sui binari di scintille d’urto del caldo rovente, dalla voce del padre che forza il dolore negli occhi dei bimbi così grandi alla voce della madre che dirada a chiusa sulle labbra dei bimbi così piccoli, sull’asfalto che si tace fra le luci oramai dipinte d’una più dolce lontana memoria.
PIANOFORTE DI VENTO
Tic e tac d’un feroce partire da quel forte costante rimorso, tac e tic d’un pianoforte d’orizzonte monotono, disegno che non ha segno e che ci prende e ci fa più dolci della melodiosa tragedia che ci riappare.
E se nella notte, in questa notte s’immagina il tuo volto ancora, si celerà il turbinio senza vento nella pura canzone concessa, stanca notte che proviene dai giorni, da quei giorni che ti sono stati vicini e faticosi come le mie angosce.
Ora s’alzano a guardar la mole delle verità che non sappiamo, le preghiere risolute, i pianti, le mani posate sulle guance ed i conti che non arrivano e le saline del mare e le piogge primaverili che battono sul ciglio dei delicati marmi di casa nostra.
Forte e piano sull’oblio che ci sfugge è di quei momenti il solo dolce volto che m’accompagna a quel bellissimo tic tac del tuo pianoforte lontano, che da questa sera s’accampa alla vampa di nobili sogni persi sull’ormeggio della nostre partenze.
Ma se un giorno ci diranno che sono scomparso, se un giorno ci diranno che sei scomparsa, un non so che di pianto rimarrà remoto fra le dita e ci accoglierà nel tremore del sonno, a tarda sera.
NITORE D’IMPULSI
Sei la sola coscienza che parla tra i confini del gusto così angusto, ed il bimbo che corre ed il sibilo rotto del gatto assonnato; sei il rimorso del respiro ubriaco, la cenere delle notti d’inverno e la nenia raccolta nel tempo al chiamar delle culle che stridono. Sei la palla ovale giocata più volte, la ballata dei dodici mesi e il rumore di cocci di vetro dei bicchieri toccati su in alto. Sei il passo ritorto rivolto alle scale, e la fuga dall’oggi al ritorno per cercar nel trambusto una ciglia che oramai s’assottiglia del giorno.
Maurizio Falasca è insegnante di italiano e storia e abita a Torino |