Premio Turoldo 2007

            Maurizio Falasca

                    

 

 

SINO ALLA FINE… ED OLTRE

 

Fino all’incendio della terra

i fuochi si faranno aspri

e più aspri i minuti

nel dondolare veloce delle fiamme

e d’una campana in fondo al campo,

nel passaggio del fumo ed il fumo

della malva che brucia del coraggio

e del chiosco appena socchiuso.

 

Sino alla pena d’una guerra

che s’impolvera

di bimbi che non hanno più volto

e la traccia rigata nella voce

d’un tocco d’arpa rapito ai sospiri

e alla miseria di pane raffermo.

Melma come gusci di cocci di uova

scucite alla fame di sempre.

 

Fino allo sfogliare d’alberi dove l’abito

di pochi che s’accucciano è la pena

dei molti che tremano.

E si sente il passaggio del terrore

fattosi uomo come l’ombra delle foglie

asperse tra le zolle e la memoria.

E si ascolta l’odore convulso dei morti

a rigagnolo di vampe di steli di fumo.

 

Sino alle fiamme estese sui volti

senza più tempo

d’un balcone sconnesso,

nel pensiero di silenzi

e di fughe e di nuovi rintocchi

e la ricerca di cadaveri sui prati,

nelle chiese e nelle case,

nei sotterranei  e in quei pianti ostinati.

 

Fino ai treni che colano sui binari

di scintille d’urto del caldo rovente,

dalla voce del padre che forza il dolore

negli occhi dei bimbi così grandi

alla voce della madre che dirada

a chiusa sulle labbra dei bimbi così piccoli,

sull’asfalto che si tace fra le luci oramai

dipinte d’una più dolce lontana memoria.

 

 

 

PIANOFORTE DI VENTO

 

Tic e tac d’un feroce partire

da quel forte costante

rimorso, tac e tic d’un pianoforte

d’orizzonte monotono, disegno

che non ha segno e che ci prende

e ci fa più dolci della melodiosa

tragedia che ci riappare.

 

E se nella notte, in questa notte

s’immagina il tuo volto ancora,

si celerà il turbinio senza

vento nella pura canzone concessa,

stanca notte che proviene dai giorni,

da quei giorni che ti sono stati vicini

e faticosi come le mie angosce.

 

Ora s’alzano a guardar la mole

delle verità che non sappiamo,

le preghiere risolute, i pianti, le mani

posate sulle guance ed i conti che

non arrivano e le saline del mare e le piogge

primaverili che battono sul ciglio

dei delicati marmi di casa nostra.

 

Forte e piano sull’oblio che ci sfugge

è di quei momenti il solo dolce volto

che m’accompagna a quel bellissimo

tic tac del tuo pianoforte lontano,

che da questa sera s’accampa

alla vampa di nobili sogni persi

sull’ormeggio della nostre partenze.

 

Ma se un giorno ci diranno

che sono scomparso,

se un giorno ci diranno

che sei scomparsa,

un non so che di pianto rimarrà

remoto fra le dita e ci accoglierà

nel tremore del sonno, a tarda sera.

 

 

 

NITORE D’IMPULSI

 

Sei la sola coscienza che parla

tra i confini del gusto così angusto,

ed il bimbo che corre ed il sibilo

rotto del gatto assonnato;

sei il rimorso del respiro ubriaco,

la cenere delle notti d’inverno

e la nenia raccolta nel tempo

al chiamar delle culle che stridono.

Sei la palla ovale giocata più volte,

la ballata dei dodici mesi

e il rumore di cocci di vetro

dei bicchieri toccati su in alto.

Sei il passo ritorto rivolto alle scale,

e la fuga dall’oggi al ritorno

per cercar nel trambusto una ciglia

che oramai s’assottiglia del giorno. 

Maurizio Falasca è insegnante di italiano e storia e abita a Torino