Premio Turoldo 2007

            Annamaria Ferramosca

                    

  

 

                    un’aria di foresta mi batte sulle guance

sto volando

a braccia distese esploro un sogno

siamo voci in stormo

come in cammino su un sentiero d’aria

con la conchiglia la veste monacale

                    la sera irradia pulsazioni di canto

 

sto scrivendo

dalla mia stanza dell’incertezza

nel bagliore tenue dello schermo

nella riduzione a emoticons 

della materia condivisa del corpo

sostituzione avara di carezze-parole sulla pelle      pelle

che almeno scorticasse

della superbia della competizione

della frazione ormai plasmatica del male

oh quanti siamo in astinenza

e la dose d’amore intravista

è sostanza immigrante flusso peligroso

ibrido frutto - era mela divina -

a marcire negli angoli  

( sorvolo l’area desertica con  le oasi antropiche

della distanza     anche l’area temperata antropofaga

a macchie urbane )

 

sto scrivendo

della mia illusione sulle fondamenta

molle cemento in lenta subsidenza del desiderio

quel sentirmi lambire da lingue-incendio      lingue

sonore che si parlano, poi

solo scintille    buio

forse un risveglio limpido per-voce, ancora      voce

canto battesimale, onda piena di madre

scalderà d’accoglienza  sangue cellule     cellule

fuse d’amore    cresceranno forse

nel timore di spegnersi

nella tragedia che ancora accade

l’odio l’incendio il trasporto dei padri sulle spalle

Enea in cammino fino all’Antartide

 

sto guardando

la foresta  giù che lampeggia

il verde corpo disteso beneaugurante

a vegliare sui flussi naturali sui nuovi nati

di carne e silicio    potrebbero sublimando svanire

o forse tornare a correre sulla pianura     salvarsi

di diluvio in diluvio

 

 

 

II

 

                                                                                Ma nei sentieri non si torna indietro.

                                                                               Altre ali fuggiranno

                                                                               dalle paglie della cova,

                                                                              perché lungo il perire dei tempi

                                                                             l’alba è nuova , è nuova.

                                                                                                        Rocco Scotellaro

 

Pregheremo per l’acqua e per il sole

muti, senza avvertire

su quali corde in gola

vibra un nuovo silenzio

 

Forse risponderà l’acqua

con furore diluviale

( vi sarà folla a stringersi sugli argini

o perfino la follia dell’assenza ? )

 

Forse risponderà il sole

con albe nuove, nuove

diradando il tracciato tra barbagli e nebbia ?

Non riconosceresti la capretta lucana

le mandrie all’addiaccio - muso al cielo –

mugghiano di domande

Servirà tenere la mano sul cuore, ancora

perché non ce lo rubino?

 

Da tempo siamo entrati nel grande gioco dove

l’enigma vince per cumuli d’ossa

- la pista è senza attrito, cosparsa di petrolio

e volontaria cenere dispersa -

la voce che materializzava i cerchi  muta

il ritmo sprofondato nei pozzi

rimane una pietà di terra che trattiene

per noi un’ultima acqua ultimi semi

 

Un’alba ferro-livida affila

lame di luce su una terrantartide

Germoglieranno ancora  il fango il ghiaccio?

 

 

 

III

Techne

   ( come si scolpisce un santo )

 

Centrali le mani nel cercare

la chiave d’una porta  materica

mentre indietreggia l’aria e accade

il pigreco dell’attesa

sbozzato profilo di padremadre

pietra di accumulato amore eviscerata

forma improvvisa che respira

                                         altro occhio

 

Energia palpabile di roccia, vibrata

da nodi antichissimi, disfatti

febbrili polso e dita

segnano l’aria di voli di brusii

soffiano dall’incavo nebbiolina marmorea

come mano di madre che deterge

del latte il mento del neonato

                                    

Centrale, il santo Kevin 

sasso addensato in beatitudine

nella fissità illimite obbediente

parolapietra di venerazione

a braccia tese il santo Kevin

col palmo aperto fuori dalla finestra

a far da nido al merlo che vi si era posato

                                       fino alla schiusa

Annamaria Ferramosca vive a Roma