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I un’aria di foresta mi batte sulle guance sto volando a braccia distese esploro un sogno siamo voci in stormo come in cammino su un sentiero d’aria con la conchiglia la veste monacale la sera irradia pulsazioni di canto
sto scrivendo dalla mia stanza dell’incertezza nel bagliore tenue dello schermo nella riduzione a emoticons della materia condivisa del corpo sostituzione avara di carezze-parole sulla pelle pelle che almeno scorticasse della superbia della competizione della frazione ormai plasmatica del male oh quanti siamo in astinenza e la dose d’amore intravista è sostanza immigrante flusso peligroso ibrido frutto - era mela divina - a marcire negli angoli ( sorvolo l’area desertica con le oasi antropiche della distanza anche l’area temperata antropofaga a macchie urbane )
sto scrivendo della mia illusione sulle fondamenta molle cemento in lenta subsidenza del desiderio quel sentirmi lambire da lingue-incendio lingue sonore che si parlano, poi solo scintille buio forse un risveglio limpido per-voce, ancora voce canto battesimale, onda piena di madre scalderà d’accoglienza sangue cellule cellule fuse d’amore cresceranno forse nel timore di spegnersi nella tragedia che ancora accade l’odio l’incendio il trasporto dei padri sulle spalle Enea in cammino fino all’Antartide
sto guardando la foresta giù che lampeggia il verde corpo disteso beneaugurante a vegliare sui flussi naturali sui nuovi nati di carne e silicio potrebbero sublimando svanire o forse tornare a correre sulla pianura salvarsi di diluvio in diluvio
II
Ma nei sentieri non si torna indietro. Altre ali fuggiranno dalle paglie della cova, perché lungo il perire dei tempi l’alba è nuova , è nuova. Rocco Scotellaro
Pregheremo per l’acqua e per il sole muti, senza avvertire su quali corde in gola vibra un nuovo silenzio
Forse risponderà l’acqua con furore diluviale ( vi sarà folla a stringersi sugli argini o perfino la follia dell’assenza ? )
Forse risponderà il sole con albe nuove, nuove diradando il tracciato tra barbagli e nebbia ? Non riconosceresti la capretta lucana le mandrie all’addiaccio - muso al cielo – mugghiano di domande Servirà tenere la mano sul cuore, ancora perché non ce lo rubino?
Da tempo siamo entrati nel grande gioco dove l’enigma vince per cumuli d’ossa - la pista è senza attrito, cosparsa di petrolio e volontaria cenere dispersa - la voce che materializzava i cerchi muta il ritmo sprofondato nei pozzi rimane una pietà di terra che trattiene per noi un’ultima acqua ultimi semi
Un’alba ferro-livida affila lame di luce su una terrantartide Germoglieranno ancora il fango il ghiaccio?
III Techne ( come si scolpisce un santo )
Centrali le mani nel cercare la chiave d’una porta materica mentre indietreggia l’aria e accade il pigreco dell’attesa sbozzato profilo di padremadre pietra di accumulato amore eviscerata forma improvvisa che respira altro occhio
Energia palpabile di roccia, vibrata da nodi antichissimi, disfatti febbrili polso e dita segnano l’aria di voli di brusii soffiano dall’incavo nebbiolina marmorea come mano di madre che deterge del latte il mento del neonato
Centrale, il santo Kevin sasso addensato in beatitudine nella fissità illimite obbediente parolapietra di venerazione a braccia tese il santo Kevin col palmo aperto fuori dalla finestra a far da nido al merlo che vi si era posato fino alla schiusa
Annamaria Ferramosca vive a Roma |