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Emilia Fragomeni
ECHI DI RICORDI
Lungo i gradini delle vigna antica spigolerò frammenti di ricordi , incisi nella trasparenza del tempo, partenze, ripartenze, anni infranti.
Risalirò la corrente del silenzio, col sole che dardeggia nell’aria atona d’autunno, inseguendo soffi di teneri sogni.
E incontrerò te, nonno, i tuoi pensieri, la tua fede cresciuta tra i filari. Ti scorgerò nella luce settembrina a dissodare zolle con fatica.
Ritroverò la mia terra lontana, dove torno a cercarmi appena posso, i giorni dolci sotto i pampini ombrosi, le nostre passeggiate tra i sentieri.
Ritornerò all’ombra del silenzio, dove la vite disegna meraviglie e il vento ha un dialogo d’amore coi pampini e i chicchi bruni e d’oro.
E tornerò per danzare col vento e scivolare sulle tue ginocchia, cullando desiderio di carezze e nostalgia di colori d’ambra.
Risentirò il profumo dell’autunno, tra geometrie di campi, scricchiolii di foglie e sinfonie d’un mistero rosso o bianco, che carezza l’olfatto e riempie calici di sogni, frammentati in clessidre di speranza e dolci danze di ricordi.
Sarà una libagione ai miei antenati, con quel greco spillato in controluce, che sa ancora parlare d’amore, d’amicizia e di speranza.
NEL SILENZIO...
Se il mio cammino rende nebbia il tempo, se il cuore è muro d’ombre e di cristallo, se il gioco è morte che grida i suoi misfatti e soli di pietra sfaldano ali di sogni, Tu indica nuove vie al mio andare, che attingano alle fonti dell’amore! Porgimi una parola che consoli! Non massacrarmi l’anima col silenzio! Se echi di memorie sopite oggi annientano l’anima scucita e scie di speranze offese piegano il corpo come canna al vento, ritorni la Tua voce, nel groviglio del tempo, a mitigare il freddo acerbo, il fermento d’ombre senza requie ed il silenzio che trapassa ogni certezza. Se, genuflessa, Ti chiedo di dipanare il filo del mistero inafferrabile, che scaraventa l’anima nell’abisso del dubbio, Tu parlami di tratti di cielo, sospesi tra anelli di lucenti approdi! Da’ una risposta alla mia paura, che s’arroccò nel tempo! Non hai risposto ancora! E già graffia l’anima la terra. Ma io Ti cerco nei sussurri d’alba, nelle ferite dei crepuscoli rossi, nei mormorii dei fili d’erba e del vento, nell’armonia di ginestre e di gerani, nel segno della croce nella notte e in ogni luce che conduca al cielo. Com’era bello, prima, sentirTi sempre accanto, accarezzare il morbido Tuo sguardo e farsi trascinare da intensi palpiti d’amore! Ma ora impallidiscono le ore, il mondo si tramuta nell’attesa, la vita s’è fatta silenziosa. Perduto sembra ormai il dolce sogno. Resta solo una flebile fiammella, lampada accesa di consacrazione. L’ombra di Te in me si fa “passione”, attesa che trema di speranza, acqua di fede che disseta ogni spina, canto disperato di chi non ha più sogni, fragilità tra le Tue mani, atrocità del nulla, su quest’abisso di mistero, che potrebbe chiamarsi “Redenzione”, ma che ora è soltanto disperazione per non sapere se il domani sarà una “morte” o una “Resurrezione”.
PREDONI DI SOGNI
Noi stiamo qui, a scindere l’erba “buona” dai ciuffi di gramigna; a parlare di giochi di potere che frustrano mentalità sbucciate di valori antichi.
E intanto riflessi scarlatti di violenze illuminano ormai le nostre notti.
Oggi abbiamo solo stagioni di lacrime e silenzi, che rotolano pensieri nel rifugio dei ricordi e bruciano sentieri di futura speranza. Preme l’angoscia all’ombra dei giganti, che spengono parole e opprimono l’illusione del domani.
Nel fumo della pira, che profuma del “sacro” bergamotto, si fa diafana anche la voce che sillaba antiche litanie, virgole di parole naufragate tra predoni di sogni.
Tremore e crudo inganno è il fuoco del pensiero. E l’anima, scorticata dentro da lame di miserie, non sente più preghiere, nè sussurri d’orgoglio. Nulla l’appaga, nulla la conquista, se non quell’incessante ritornello: “Senza fine il dolore? Eterna l’angoscia?”
Sventolano ancora nel grembo rammendati i semi della nostra identità. Tentano una timida danza, veli del passato, accantonati fra le ombre del tempo. Ma sono solo... amare filastrocche, sillabe di lamenti, che pulsano ribellioni su “sinfonie” assordanti, accordate su note di soprusi. Sono pollini di vento, che non insemina più grani d’utopici sogni.
Sono petali fragili, che cadono nel vaso arruginito di indifferenze, prepotenze e contrastanti attriti, lungo minuscole scie di sogni e fragorose beffe di risvegli...
Emilia Fragomeni è docente di Lettere Classiche e abita a Genova |