Premio Turoldo 2007

            Emilia Fragomeni

                    

 

 

ECHI DI RICORDI

 

Lungo i gradini delle vigna antica

spigolerò frammenti di ricordi ,

incisi nella trasparenza del tempo,

partenze, ripartenze, anni infranti.

 

Risalirò la corrente del silenzio,

col sole che dardeggia nell’aria

atona d’autunno, inseguendo

soffi di teneri sogni.

 

E incontrerò te, nonno, i tuoi pensieri,

la tua fede cresciuta tra i filari.

Ti scorgerò nella luce settembrina

a dissodare zolle con fatica.

 

Ritroverò la mia terra lontana,

dove torno a cercarmi appena posso,

i giorni dolci sotto i pampini ombrosi,

le nostre passeggiate tra i sentieri.

 

Ritornerò all’ombra del silenzio,

dove la vite disegna meraviglie

e il vento ha un dialogo d’amore

coi pampini e i chicchi bruni e d’oro.

 

E tornerò per danzare col vento

e scivolare sulle tue ginocchia,

cullando  desiderio di carezze

e nostalgia di colori d’ambra.

 

Risentirò il profumo dell’autunno,

tra geometrie di campi,

scricchiolii di foglie e sinfonie

d’un mistero rosso o bianco,

che carezza l’olfatto e riempie calici

di sogni, frammentati in clessidre

di speranza  e dolci danze di ricordi.

 

Sarà una libagione ai miei antenati,

con quel greco spillato in controluce,

che sa ancora parlare d’amore,

d’amicizia e di speranza.

 

 

 

NEL SILENZIO...

 

Se il mio cammino rende nebbia il tempo,

se il cuore è muro d’ombre e di cristallo,

se il gioco è morte che grida i suoi misfatti

e soli di pietra sfaldano ali di sogni,

Tu indica nuove vie al mio andare,

che attingano alle fonti dell’amore!

Porgimi una parola che consoli!

Non massacrarmi l’anima col silenzio!

Se echi di memorie sopite oggi

      annientano l’anima scucita

e scie di speranze offese piegano

il corpo come canna al vento,

ritorni la Tua voce, nel groviglio

del tempo, a mitigare il freddo acerbo,

      il fermento d’ombre senza requie

ed il silenzio che trapassa ogni certezza.

Se, genuflessa, Ti chiedo di dipanare

il filo del mistero inafferrabile,

che scaraventa l’anima nell’abisso

del dubbio, Tu parlami di tratti di cielo,

sospesi tra anelli di lucenti approdi!

Da’ una risposta alla mia paura,

che s’arroccò nel tempo!

Non hai risposto ancora!

E già graffia l’anima la terra.

Ma io Ti cerco nei sussurri d’alba,

nelle ferite dei crepuscoli rossi,

nei mormorii dei fili d’erba e del vento,

nell’armonia di ginestre e di gerani,

nel segno della croce nella notte

 e in ogni  luce che conduca al cielo.

Com’era bello, prima, sentirTi sempre accanto,

accarezzare il morbido Tuo sguardo

e farsi trascinare da intensi palpiti d’amore!

Ma ora impallidiscono le ore,

il mondo si  tramuta nell’attesa,

la vita s’è fatta silenziosa.

Perduto sembra ormai il dolce sogno.

Resta solo una flebile fiammella,

lampada accesa di consacrazione.           

      L’ombra di Te in me si fa “passione”,

attesa che trema di speranza,

acqua di fede che disseta ogni spina,

canto disperato di chi non ha più sogni,

fragilità tra le Tue mani, atrocità del nulla,

      su quest’abisso di mistero,

che potrebbe chiamarsi “Redenzione”,

ma che ora è soltanto disperazione

per non sapere se il domani sarà

una “morte” o una “Resurrezione”.

 

 

 

PREDONI DI SOGNI

 

Noi stiamo qui, a scindere l’erba

“buona” dai ciuffi di gramigna;

a parlare di giochi di potere

che frustrano mentalità sbucciate

di valori antichi.

 

E intanto riflessi scarlatti di violenze

illuminano ormai le nostre notti.

 

Oggi abbiamo solo stagioni di lacrime

e silenzi, che rotolano pensieri

nel rifugio dei ricordi  e bruciano

sentieri di futura speranza.

Preme l’angoscia all’ombra

dei giganti, che spengono parole

e opprimono l’illusione del domani.

 

Nel fumo della pira, che profuma

del “sacro” bergamotto, si fa diafana 

anche la voce che sillaba antiche litanie,

virgole di parole naufragate tra  predoni

di sogni.

 

Tremore e crudo inganno è il fuoco

del pensiero.

E l’anima, scorticata dentro da lame

di miserie, non sente più preghiere,  

nè sussurri d’orgoglio.

Nulla l’appaga, nulla la conquista,

se non quell’incessante ritornello:

“Senza fine il dolore?

Eterna l’angoscia?”

 

Sventolano ancora nel grembo

rammendati i semi della nostra identità.

Tentano una timida danza, veli del passato,

accantonati fra le ombre del tempo.

Ma sono solo... amare filastrocche,

sillabe di lamenti, che pulsano

ribellioni su “sinfonie” assordanti,

accordate su note di soprusi.

Sono pollini di vento,

che non insemina più grani

d’utopici sogni.

 

Sono petali fragili, che cadono

nel vaso arruginito di indifferenze,

prepotenze e contrastanti attriti,

lungo minuscole scie di sogni

e fragorose beffe di risvegli...

 Emilia Fragomeni è docente di Lettere Classiche e abita a Genova