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Giancarlo Interlandi
NON CHIEDERTI MAI LA RAGIONE
Non chiederti – figlio - mai la ragione del solco tracciato dal millenario aratro del tempo. Non ci è dato sapere Ma a un’ora improvvisa del giorno ci sono cicale che ancora ci assalgono ancora ci sono farfalle che scuotono l’aria Ci sono dolcezze nascoste che ancora tendono agguati C’è sempre una primavera che giace sotto le crepe di muri ingialliti Non tutta l’infanzia è finita Ci sono chicchi di grano e fasci di viole nell’anima ci sono lacrime azzurre che ancora brillano d’albe Non tutti i sogni di gloria si sono dissolti Ci sono giorni che durano eterni e smeraldi nascosti nel mare e mani di padri e di madri ch’eternamente s’intrecciano al sole C’è sempre un vento che porta sussulti nell’anima Ed è d’un eterno stupore che il cuore si colma vivendo Se solo volessi tu-figlio- il mondo sarebbe perfetto.
I PIRATI DEI MARI DEL SUD
Tornano a volte con le scimitarre sguainate e un ghigno dipinto sul volto quei leggendari pirati dei mari del sud Vengono fuori inattesi dal fumo azzurro d’antiche lucerne malate dal tremebondo confine del mondo corroso di passi E si resta di sasso a scrutarli Ma alzi la mano fra noi chi quei pirati non li ha nemmeno una volta sognati e chi pirata non è stato lui stesso nel cuore per il solo gusto di vincere o perdere almeno una volta E dov’è allora il limite giusto fra il bene ed il male fra la luce e l’ombra che incombono ancora sul mondo Pirati si è tutti nel mar della vita Chi più chi meno ha sottratto qualcosa dalla stiva del mondo e ha fatto un torto ai suoi simili persino a volte ai fratelli E più pirata di tutti è stato mio nonno che ha scritto per me un’altra storia e m’ha raccontato una fiaba ogni notte per cancellarmi dal cuore un’angoscia E alla fine ci manca sempre un qualcosa nel conto dei giorni che ancora ci avanzano Ci manca l’incanto d’un sogno che abbiamo rubato all’infanzia.
ENIGMA
Odi il tempo che passa odi passi leggeri d’infanzia tonfi pesanti come di piedi di vecchi ansimanti. Ogni giorno che nasce è una nuova speranza ogni giorno che muore è un nuovo baratro che si spalanca e un gallo canta ai confini dell’ultima sera E il dubbio rimane Ma forse qualcuno sa dirci chi siamo Non tu potrai dirmi parole mia dolce fanciulla che ho amato non tu mia cicala d’infanzia persa nel nulla d’un canto eterno di fiabe non tu mio ricordo nutrito di pena e di rabbia non tu madre mia addormentata per sempre nell’ombra Ed altro ancora germoglia dalla curva amara degli anni Ma forse qualcuno ritorna da quell’ultimo passo fatale a confidarci il segreto dell’oltre Eppure noi siamo e non sappiamo che amare perché così è fatto il cuore dell’uomo Ma mai nessuno risponde mai nessuno ci chiama Un orologio solo eternamente rimbomba nel vuoto.
Giancarlo Interlandi, ingegnere meccanico, abita ad Acitrezza (CT) |