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Premio Turoldo 2008 - 6° edizione
Stefano Amorese

Lingua-Glossa
A
G.L.
Dimmi come indurre
la Lingua alla Verità
piegarla alla
fermezza che mi è labile e carente lacuna inverosimile
se commisurata ad un
immaginario calligramma
di quel che stento a
esporre con tenacia riverso nella dipendenza del Tempo e dello Spazio
che tu sappia
confidarmi come contrarre il muscolo latente nella mia faringe
per quella grazia
efficace che mi occorre in quest’uffizio che cerco d’imparare
invece di girare
intorno alla mia voce che ancora sembra sostenermi con fatica
che costringe a
soffocarmi dentro per mia imperizia la prosodia del canto
e deglutire la pasta
di fior di farina l’erba officinale la sfoglia dello stupefacente
assecondando
unicamente le mie ultime Volontà non sottomesse
al compito più
ìmprobo circonvicino all’Erebo nel traversarne il guado
da dove sono giunto
per un’istanza di soccorso
senza mai retrorso
rivoltarmi nell’Etere a guardare
la parabola
discendente del bolide dal cielo
impatto sulla roccia
di quarzo e d’ossidiana
e serbare per me
solo l’accenno alla parola conclusiva che sia fra tutte necessaria
perché abbia tu la
facoltà di rivelarmi come slegarmi dal sottile tratto del frenulo linguale
per unirmi a quello
della lettera alfabetica
educarmi al gusto
della fonia della vocale senza urlare troppo di fronte al sole fulgido
d’estate
o per non battere
forte intirizzito i denti al freddo raddoppio delle consonanti
come insegnarmi
ascese e ricadute le mosse segrete del Maestro Tao
e forgiare il mio
metallo vile all’idioma per edurmi dal vulcano all’agorà
per proferire con
larga ampiezza dell’accento e della gamma
di una profezia
profana o di un’epifania
e suggerirmi in
quale modo abbattere il muro dell’ortodossia con la sua puntuta spada
espiantare il
neuroma dei cloni la peste dei ruffiani
flettermi così nel
Verbo perché una sola sillaba sia la freccia per quell’arco manifesto
volgere al Senso e
senza dislalia nell’intendermi coi lessici e nell’uso quotidiano dei
caratteri
nel suggere a sorsi
il flusso del Pensiero
dipanarmi dalle
spire dell’Anaconda che mi sibila e sussurra nell’Ipnosi
trasfondere la vena
nera della penna nel rosso del rivolo sanguigno che mi scorre
degustare dai
lapilli il sapore amaro dell’inchiostro che mi lacrima
e si replica nel
miracolo di una Composizione
scuotere il Sistro
al suono della cetra ed essere compreso nella Circonferenza del Silenzio
presente parimenti
nell’ascolto dell’Orante e del suo allofono
schiarirmi la gola
per tradurre il codice e il cifrario addurre alle scritture cuneiformi
nel seguitare oltre
il segmento del Disegno di una Neo-Filosofia
perché non debba più
languire la miseria e leccarmi le ferite
è così che mi
obbligo ad essere Lingua enunciato fonema disarticolato
pur se le parole si
sono affastellate sulla Glossa e mi sbavano di continuo dalla bocca
posandosi come
lamine cadenti dal solaio altre volte come petali sullo scrittoio
… cassa di risonanza
che mi percuoto sul petto e sulle guance
… malgrado sia
l’artefice e la preda del mio demone beffardo
che presiede in
superficie… alla guida del mio ego.
L’Oratore
da L’Oratore
di Giampiero Pepe
(olio su tela 90x70)

Mi preme sulle
tempie una promessa inadempiuta
che m’imposi nella
fatica inusitata di non desistere alla chiosa
sull’ascissa flessa
che si compie nel tempo irregolare della sincope
che mantenni alla
cadenza e alla battuta percossa dei mazzuoli
fra gli stuoli di
fantasmi intransigenti
fui preda di un
torpore cupo di ricordi nebulosi
per un’anamnesi che
m’illusi d’essere
per la nevrosi di un
verso che non sono, e mai riuscito a scrivere
e pur senza avere
mente ne dissimulo il timore
nella tempra che
sembra illimpidirsi alla penombra, nello strato multiforme dei colori
nella cromìa in
contrasto che dilania
… un’altra mia
coscienza prende forma
come se fosse stata
già inumata all’inviluppo della benda
sulla testa nascosta
e restia dall’apparire
all’occhio
indiscreto del curioso
avvolta al pallido
biancore della maschera
ordita nella prova
d’innocenza nella mia simulazione di reato
che non lenisce
l’ignava circonvoluzione delle mie colpevolezze
… pur se mi fingo
assorto a rammentare
ciò che il sembiante
taciturno non mi disse,
recalcitro qua fuori
del quadro
del pittore che mi
ha ritratto interprete
ormai deciso
dall’astenermi dal parlare
per lo strepito
circostante la mia stessa voce
e nonostante ciò mi
chiedo se qui deporre il velo del mio viso liso dalle rughe
scalfito dai raggi
estivi a perpendicolo nell’ora striata della meridiana
che
scandisce a tratti intorpidendomi nella sonnolenza della vita
già
portavoce “di corpi franti e scampoli d’amore”
sul quinto rigo del
musicante dello strumento a fiato
che imploro
amabilmente di finirmi in una esecuzione capitale
e su quale cresta
spigolosa andò a frangersi quel vento catabatico
che mi erose il
naso, che mi scavò nelle narici
sino alle radici
delle mie discordie non risolte
che
sono tuttora i solchi empi di quel sale da cui non germinano i semi
dove
trapelerò nell’ultimo riassunto e in nessuna più futura fioritura
davanti al muro che
eressi come l’intercapedine della mia sovrastruttura
immaginandomi che
quella figura dipinta ritratta involontaria
sia comparabile alla
mia donna immemore
ora così distante da
quel nostro amore
tanto
da non saper dire neppure più una frase… che mi sia rivelatoria
…
allora non pronuncerò che un accenno… all’oratoria
…
comunicandomi alla tela mutila e ammutolita sento
che se
spesso ebbi a parlare troppo adesso taccio
cercando la solitudine lontano dalla vita pubblica
e per
conferire solo nel silenzio
e per
bisbigliare soltanto a me stesso… il mio segreto.
I'm so vain
da I’m so vain
fotomontaggio di Fabrizio Buratta

Occhi onniveggenti
reclusi nella pietra
sgranati fissano lo
sguardo che s’addua nella velocità duplice del tempo
uno vitreo e
sinistro che adduce all’arte della mantica
che agglutina la
retina si sedimenta nella contingenza della vita umana
nelle facoltà
paranormali nella prescienza dei dischi membranosi
nel muscolo
oculomotore della Gnosi
dalla vista normale
dei mortali al triangolo ipermetrope di Horus
dall’indagine
optometrica del Ciclope all’immagine impressa sulla pellicola olografica
al collirio del
prete presbite gocciato sul presbiterio dal pianto del climaterio della
Madonna
dal punto cieco di
Calcante alla visione allegorica nell’ottica della Sibilla
si addentra
nell’arenaria nella lettura della macchina parallattica
sonniloqua del
passato che non dà tregua e che ci perseguita
nella recessione
delle galassie e delle stelle fisse
nell’incomprensione
dell’essere terrestre di una chimera effimera
nello sfaldamento a
metà della pendice del costone
nella recisione del
cordone del termine biologico
del quadro clinico e
oftalmico dell’infinito e dell’eternità
e l’altro destro
pregno di rosso sangue scruta il futuro nella lente e nel forottero
nel fotorecettore
del coleottero sordo che mette a fuoco e ruota
i due monocoli ai
lati conchiusi del suo mondo
che si estenua nel
vedere i corpi trasparenti di luminescenza
camaleonte che
fotografa nella meraviglia i frammenti di realtà
e maschera di
calcare oracolare dello sciamano
prezioso altorilievo
di roccia metamorfica edotta per sublimazione
situata all’ingresso
al tempio del Saggio che ha appreso cose che non ci è dato sapere
nell’allucinazione
in un perpetuum immobile microsisma sussultorio prisma di rifrazione
nel momento del
click fotografico sul monitor del reporter
per quel pixel in
alta definizione nella prospettiva visiva
nell’istantanea qui
il panorama è affascinante e tralucea
… sempre se essa
possa essere una linea ultrarossa
o semmai l’idea
escussa dallo stesso di me o da un altro esistente
e non so se sarà
questo un pensiero che perdurerà imperituro
oppure se è per
davvero il riverbero di queste figure fedeli dell’immanenza.
Stefano Amorese è artista di strada e vive
a Roma
Commenti
Non v'è dubbio che il verso c'è, anche ben costruito nella
sua ardita prosodia, che è pure accattivante e musicalissima. Però mi
sembra più una perorazione, qualcosa che ha a che fare col teatro.
Magari teatro in versi, qualcosa del tipo. Mi pare inoltre eccessivo
quasto dilungarsi, non me lo sento, stanca la lettura. Però il
contenuto è non male, "fuori dai denti" come si suol dire, e anche di un
certo pregio satirico e un certo godimento, se ce la fai a leggerlo come
si legge un monologo a teatro. Ossia sincero, anche se in un
contesto un po' troppo artefatto, arzigogolato. Insomma, non è male
ma non mi piace... non in questo contesto almeno. Sergio Zani
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