Premio Turoldo 2008 - 6° edizione

           Marco Bin

                    


 

 

 

CHI PREGA LE ROSE

 

A Maggio le cascine ai porticati

fioriscono bambine millenarie.

Folla minuta dei rosari

follia del canto uguale.

Gli angoli negli echi rastremati

ridanno all’aria in suono cattedrale.

 

Lo stesso si rannicchia nel cortile

il cerchio storto di sedie dell’asilo

quando Maggio spalanca il condominio

e dall’Aprile raduna i secoli al parcheggio.

Da dove  fuori l’aria s’infesta di incroci

drappelli di signore da pellicceria

tornano spazio infinito dell’aia

tornano tutte nel nome  Maria.

 

Quando dita alle dita

nell’altra l’uno sgraniamo

per tornare nuovi nell’uguale

tutto diventa di mani.

 

E prendere è infinito

come nemmeno prendessi

che mano leva a mano, a mano dando.

 

Finché pure la morte ci si regali

senza sintassi. Come nel bacio

quando in bocca mi parli tutte lingue.

 

 

 

 

CLARA MEMORIA

                                                             

“Un padre non lo si ama

che per dettagli, per strappi” (…)

                             Stefano Raimondi

 

So che era morto qualcuno

dopo un Tu mi ha baciato

e tempie a tempie appoggiarsi.

Il resto dei giorni a sfiorirci

di tra le labbra.

So che era sereno fuori.

Il mondo, un giocattolo spezzato.

 

Non era quello il tuo cielo.

Un azzurro troppo netto

piombato sulle cose.

L’intero sagrato tremava di voci

di luci feroci a spogliare gli sguardi

dal dono di un forse, da un altro quando.

Nel sole troppo bianco tu eri nuda

a ognuno blindata di frasi per tutti.

 

Allora siamo venuti

vestiti di lutto fin dentro gli occhi.

Ciascuno a chiamarti, a fermarti il viso

tra le mani, a trattenerti intera

nell’abbraccio, a farti propria

solo un istante incolume al tempo.

 

Nessuno ha schiuso il tuo vuoto.

Lo strapiombo strapiombo è rimasto.

 

Ma eravamo noi il tuo cielo.

Il buio buono nel sole delle tre.

 

Ora sii tu madre al suo suono.

Porta tu, se lo puoi, ora pietà.

Porta quel nome che torna smarrito.

Pietà degli anni assenti

del fiato ancora in serbo.

Pietà delle ore a mucchi tienimi, mi senti?

Conserva alle ombre l’ombra di un verbo.

 

Pietà di biglie, di giorni trasparenti.

 

 

 

GIARDINO PREGATO

 

Queste pietre di noi non sanno

che vent’ anni di passi a calpestarle

e non rispondono per nome

gli azzurri, i silenzi  nei cortili.

 

Ognuno qui ha un suo freddo preciso.

Lo dicono i cappotti, le rotte

più o meno diritte che tagliano i giardini

lo dicono le soste, le panchine.

 

Anche il destino è moneta contata, qui

e questo spendersi ossesso in passi e parole

non è respiro ma barricata al dopo

tentativo, rammendo che non tiene. 

 

Di qui non si risorge.

Ognuno ha un suo masso sulla gola

i suoi quattro passi fra i tacchi di tutti

con guanti a truccare carezze

 

e litri di lana su su, fino agli occhi.

 

 

 

Tienimi, e che io ti tenga.

 

Come cuciti nel compito dei giorni.

 


Marco Bin 25 anni, studia lettere alla Statale di Milano

            

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