Premio Turoldo 2008 - 6° edizione

            Paolo Borsoni

                    


 

 

 

Sorridendo

 

Avevi un’aria da giramondo squattrinato.

Vestito poveramente, magro come uno stecco

ti guardavi attorno sorridendo

con un’espressione candida.

Sembravi non avere mai fretta

e che il tempo per te fosse un bene da godere con calma.

Di quando in quando ti fermavi

e ti chinavi per sfiorare una piantina

di aglio selvatico, una lumaca o un lombrico,

sussultando se alle tue spalle qualcuno ghignava

facendo notare quanto insignificante

fosse quella misera infiorescenza o quell’essere repellente

a cui tu prestavi tanta cura e attenzione.

Camminavi quasi sfiorando la superficie del suolo

in un mondo dov’era possibile provare meraviglia,

incanto per le minime cose che ci circondano.

Se t’incrociavo per strada

mi facevi segno di fermarmi…

e con un cenno furtivo delle mani

mi sollecitavi a restare in silenzio,

anche se io non avevo accennato a proferire la minima parola

e anzi andavo molto di fretta per la mia strada

non avendo affatto tempo da perdere nella mia breve giornata.

Ma per farti piacere, mi fermavo per qualche istante.

Allora con il dito, come un incantatore che si appresti

a compiere una stupefacente magia,

m’indicavi una nuvola

che veleggiava svagata nell’azzurro…

un merlo che a balzelloni saltellava per terra poco lontano…

una foglia! che cadeva oscillando come una ballerina

sinuosa nell’aria:

uno spettacolo unico, irripetibile, raro,

a cui era una fortuna assistere!

Ma era arduo decifrare il tuo strambo incantesimo,

essere entusiasti di eventi pressoché irrilevanti.

Più per simpatia che per altro

mi prestavo al tuo gioco innocente

fingendo di intendere la mirabilia

dei tuoi strabilianti prodigi.

Sentivo che mi volevi bene.

Eri l’immagine allo specchio

di qualcuno che mi seguiva sempre da molto vicino

e che pur nella mia inaccessibile sordità

continuava instancabile a suggerirmi all’orecchio

dall’angolo più segreto del cuore

la gioiosa semplicità

del miracolo del candore.

  

 

 

Camminando

  

Esistono limiti per ogni dominio,

forze in grado di vincere qualsiasi potere.

Fragili barriere si oppongono

ad imperi apparentemente invincibili.

Fili spinati cingono i possedimenti privati.

Ma tu, anche se non lo sai amico mio,

possiedi un regno senza confini,

senza fili spinati che lo racchiudano.

Fermandoti per alcuni istanti sulla soglia,

come un ospite che non voglia arrecare disturbo,

non portare con te alcun bagaglio

perché non hai nulla da perdere

né da trattenere come tua proprietà;

entraci con la calma delle passioni nel cuore,

presta attenzione alla cedevolezza

dell’erba che ti accoglie sui pendii dei campi.

Attraversa ad una ad una tutte le gradazioni

di rosso bruciato del bosco dei faggi in autunno.

E per riposare distenditi e abbandonati al suolo,

affonda con dolcezza tra i pini mughi

dove sui rami penduli planano piccoli uccelli grigi crestati

che si dondolano a testa in giù

artigliati alle pigne dei pini come acrobati spericolati,

soltanto per rallegrare te, amico mio,

che senza alcuno vicino ti senti misero e solo,

non accorgendoti di essere l’assoluto sovrano

che in questo suo viaggio sta visitando per la prima e unica volta

il regno che è in festa con i suoi canti, i suoi colori

solo per lui.

  

 

 

Sfiorando

  

In uno spigolo d’oscurità sono seduti vicini:

lei su una sedia a rotelle, lui su una poltrona sbilenca.

Riconosco lei: dalla prima luce dell'alba

fino a quando viene messa a dormire grida

di continuo le stesse parole in un’intera giornata:

«I vecchi sono il disprezzo di Dio!».

Gli altri anziani nel sentirla la scongiurano

di star zitta, protestano. E lei subissata

da contumelie, ingiunzioni, maledizioni

ripete ancora con più convinzione la sua verità

a fatica alla fine della sua vita raggiunta:

«I vecchi sono il disprezzo di Dio!».

Nell’aprire la porta a vetri per uscire all’aperto

e sottrarmi per qualche respiro a questo guazzabuglio

di grida, m’accoglie il silenzio nella sala d’aspetto

dove i due anziani sono stati sistemati

lontano dagli altri.

Nell’ombra nello spigolo la mano cerea

della donna è posata quietamente sopra la mano

dell'uomo, con una carezza sfiora le dita

del suo compagno, trattiene vicino a sé

con delicatezza il suo amico indulgente per dirgli

senza parlare: “Stammi ancora accanto.

Non mi lasciare”.

Non so nulla di quello sconosciuto

di cui tanto parliamo. Non so davvero

se ci disprezzi o ci ami. Ma stasera sta sfiorando

quelle due mani congiunte, come un angelo

dal sorriso radioso è alle spalle dell’essere umano

che riesce a dare tranquillità alla persona

che gli siede vicino, guida quel suo stringerle

con tenerezza la mano, così che persino il grido

che assilla a martello, in un miracolo di quiete,

si è ammansito.

A migliaia fuori della porta a vetri baluginano

le luci della città lontana come fiammelle

per chiedere qualcosa, clemenza, aiuto, il perdono

a qualcuno. È indaffarato in un fabbricato per vecchi,

fra grida, lamentele, odori sgradevoli stasera

quello sconosciuto che per un malinteso

stiamo cercando nell’alto mistico dei cieli,

nell’incanto di eremi e monasteri, fra algide

architetture di cattedrali sfarzose,

con dita contratte in uno spasimo di alterigia interiore,

eppure dita in cerca con assillo fino all’ultimo istante

dell'unica cosa che dà senso al nostro essere:

un gesto d’affetto che accenda una scintilla d’amore

 


Paolo Borsoni è matematico e sociologo e vive ad Ancona

       

Commenti

 

Trovo che la poesia abbia degli ottimi spunti tematici e alcuni versi sicuri e di efficacia nell'evocare immagini e trasmettere sentimenti.  Trovo però anche  troppe divagazioni e cadute di tono che stemperano l'effetto come l'acqua d'un ruscello che si perde nella sabbia.  S. Zani