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Premio Turoldo 2008 - 6° edizione
Loriana
Capecchi

Gente di oggi – gente di ieri
Sulle colline abbacchiano le olive
e pioggia di farfalle
scende i rami
d’argento.
Quelle nere come gli occhi
dei fanciulli che fummo in altro cielo
ma lo stesso che adesso
allarga voli
ad uccelli canori
aghi di sole
sulla gente che vuole ancora canti.
E ritorna una voce alle canzoni
che ascoltavamo dentro gli anni trenta
sospiro innamorato o di
protesta
di chi teneva in casa solo pane.
Ma un segno non negava mai la mano
di croce
all’imbrunire
se giungeva
dalle campane invito alla
preghiera.
Si accendevano stelle e noi ancora
lì sulle zolle il peso a
calcolare
di un raccolto che fame prometteva
ma pure in positivo la speranza.
Saliva ormai la luna a illuminare
il crinale del colle.
Scendevamo.
Solo respiri a marcare il ritorno.
Negli occhi di bimbi africani
Che leggono,dimmi,
i bimbi africani che grandi hanno gli occhi?
Leggono fughe d’uccelli e di
nubi
verso
distesi orizzonti.
Lontani.
Vedono madri chiuse in neri scialli
a consumare il tempo del dolore
le mani vuote scese
lungo i fianchi.
E affidano preghiere a un aquilone
a
un’ala di farfalla
a
un girotondo
che l’innocenza veste del suo canto.
Portano mani all’acqua
del ruscello
per ingannare i
morsi della fame
o giocano coi sassi da lanciare
a un cielo che li osserva e a
sera scende
fedele a ricoprirli col suo
manto.
Voci di guerre
clamori
ed intanto
mine antiuomo i fanciulli non sanno
né il lampo di granata che
li cinse
nel fulgore ingannevole di
stelle.
Ma quanti girotondi ha da spezzare
ancora il potere vestito da agnello?
All’urlo di madri rispose
il silenzio.
Perdono e condanna
quegli occhi di bimbi che stretti ad un
cerchio
ancora una volta cercavano il cielo.
Ritorno
Voglio tornare a un
paese che accolse
scalzi fanciulli
papaveri e grano
della mia gente
il sudore sui campi
e nella notte dettato di
stelle.
Voglio
calcare silenzi di vigna
dove
ascoltare parole di vento
che me soltanto cercava
per fieni
alti a
coprire una fuga di bimba.
A loro regalai la
meraviglia
di un
fiocco sceso dai capelli
in cambio
di
pudiche carezze sul mio corpo
durate solo il
tempo di una conta.
E poi di nuovo corse a
perdifiato
le nenie
consegnate a un girotondo
i piedi affidati alla
polvere
il salto
vestito di una
nuvola leggera
per cieli scesi
all’acqua delle fosse.
Là troverò la mia terra
che disse
dentro ogni
inverno la fame e l’amore
presso un camino le mani
alla fiamma
fisso negli occhi
un incerto destino.
Il guizzo invece a me
diceva nidi
liberi
spazi al vento di una fionda
bianca magìa di strade
polverose
nello
stridore ozioso di cicale.
Là mi avrebbe inseguito
la canzone
ancora di
uccelli insertati al fogliame
che adesso se penso a
un’infanzia lontana
me sola
son certa
lei torna a cercare.
Loriana Capecchi abita a Pistoia
Commenti
Poesie ben fatte dal punto di vista
metrico-prosodico, nella scelta del linguaggio e nel segno stilistico.
Le trovo però un po' troppo accondiscendenti a un lirismo fine a se stesso
e forse un po' nostalgico, tendente ad esaurirsi nella forma, dai temi
piuttosto fragili, macinati e rimacinati dal decadentismo in poi sempre
nello stesso modo, a parte forse la prima. S. Zani |