Premio Turoldo 2008 - 6° edizione

            Maria Gisella Catuogno

                    


 

 

  

L’ora incompiuta

 

Ho parole venate d’azzurro
da regalarti stasera
nel crepuscolo che veglia
la marina assopita e il profilo
dei colli nell’incerto orizzonte.
La luna si farà strada lenta
e bagnerà di quella sua luce
algida, paziente le mie ansie
di sempre e quello stupore
antico, d’esserci, comunque:
nella filigrana vivida, pulsante,
nel vapore che sale a diventare
anelito di pioggia,
sospiro di nuvola vagante;
nella linfa che scorre a colorare
di nuovo verde, di rosso palpitante
le foglie e i bocciòli del maggio che verrà.

Non so leggermi dentro, mi sfugge l’armonia
d’uno spartito aperto su note inconsuete;
m’accarezza la levità di quest’ora incompiuta,

il limite tra il giorno che si sfuma

e la notte sospesa, incombente:

polvere nera tra sbadigli di stelle.

 

  

 
Per sentirsi poeta

 

Non basta tracimare
di parole da scrivere
e benedire il candore
d’un foglio o di word
in attesa dei segni

[gli stessi, mai uguali]

vergati con dita di luna
intrisi di gocce di perla
scaldati d’arancio tramonto

per sentirsi poeta.

Né vale stupirsi
della ragnatela paziente
delle ore del giorno

[trappola tesa
alla resa notturna]

e dei colori dell’anima
e del cielo dicembrini
quando si schiude l’attesa
d’un soffio d’infinito
che non sappiamo
che non ammettiamo
ma che ci fa bambini
vecchi e testardi di speranza.
 
Chissà, forse ci vuole
d’aver vissuto non tanto
ma tanto intensamente:
d’essersi innamorati
almeno cento volte
d’aver asciugato
almeno mille pianti
d’aver visto nascere e morire
non solo fiori
passeri o farfalle
d’accettare davvero
fino in fondo
la comparsa precaria
e la chiusa del sipario sulla scena.
 
 

 
Sarà

 
Sarà come aprire la mano
per far volare alto il palloncino
e seguirlo con lo sguardo attento
mentre guadagna il cielo e poi scompare.
Sarà come il distacco della foglia
dal ramo amico, a novembre:
un tremito leggero, un soffio lieve
mentre si posa stanca sul selciato;
o il commiato della rondine in autunno:
il cuore al nido del sottotetto antico
ma gli occhi alle compagne in volo.

Oppure sarà l’urlo del temporale
che spazza cieco ogni resistenza
e lascia senza fiato le creature;
il mugghio del mare di ponente
che gonfia l’acqua ancora ancora e ancora
e la scaglia impazzita contro il molo;
lo schianto insospettato della quercia
colpita da un fulmine improvviso
che porge al cielo il tronco lacerato
quasi in preghiera estrema, rassegnata.

Dopo, tutto riprenderà il suo corso:
il sole a alzarsi la mattina
l’erba a bersi la pioggia settembrina
il profilo dei colli a imbrunire
nello scendere lento della sera

Resteranno, per qualche tempo almeno,
le parole dette o appena sussurrate
i versi scritti e quelli mai fioriti;

i libri, i vestiti, gli oggetti

il profumo e l’assenza

come relitti di legno vaganti
sullo specchio placato dell’azzurro.
 


 Maria Gisella Catuogno, di Cavo (Eba) è insegnante a Portoferraio