Premio Turoldo 2008 - 6° edizione

           Martino Consoli

                    


 

 

 

Cabourg

 

 

Le nuvole si affrettano

calando giù dal monte,

cavalcano la brezza

fine e si spintonano

lungo l’orizzonte.

È l’ora in cui rigettano

l’orgoglio, la fierezza

pur di essere le prime,

è l’ora del tramonto,

è l’ora del consueto

sublime appuntamento.

Il mare sta lanciando

le ultime zampate

a un gruppo di bambini

che avanza circospetto

poi fugge via, correndo,

e gli urli di spavento

mischiati alle risate

si sentono lontani

portati via dal vento

assieme alla risacca

e ai versi dei gabbiani.

Risale un nuotatore

ritardatario e corre

disseminando gocce,

le mani sulle braccia.

Un vecchio pescatore

o, forse, un pensionato

con un critico sputo

rivolto a un’acquascooter

rimpiange la Balbec

dei tempi di Marcel

che non ha mai vissuto.

 

I due metri di spiaggia

di questo pomeriggio

adesso sono mille.

Il mare che lambiva

i turisti sul passeggio,

i bar, i ristoranti,

le auto nel parcheggio,

rimanda a domattina

il prossimo abbordaggio,

la nuova scorreria.

E l’uomo che cammina

le vongole nel secchio

sull’umido deserto

lasciando la sua scia,

di fronte al mare aperto

sotto un cielo eccessivo,

sta gonfiando di dolcezza

il nostro aperitivo.

 

 

 

Perché sei cieca e sorda?

 

Perché sei cieca e sorda?

Perché sei senza sensi?

Perché non vedi i buoi

che trainano l’aratro

scavando lunghi solchi

intorno alle mie labbra

intanto che ti guardo?

Perché non vedi il volo

di mille pipistrelli

che sfrecciano in picchiata

lasciandomi sgomento

ad ogni tua risata?

 

Lo so, non puoi sentire

il gusto dolceamaro

di lacrime appassite

che impasta la mia bocca

e non mi fa parlare.

Però, perché non senti

lo sciame di locuste

che invade la mia mente,

divora il mio cervello

e non mi fa parlare?

Però, perché non vedi

il turbine di neve

che mozza il mio respiro

e non mi fa parlare?

 

Perché non puoi sentire

il suono doloroso

di questo mio silenzio?

Perché non senti l’urlo

atavico, perenne,

eterno, secolare

che strozza la mia gola

e non mi fa parlare?

 

 

 

Luglio in seconda classe

 

La sosta, tra gli sterpi e l’erba gialla,

la costa è appena dietro quell’altura,

per questo c’è nell’aria un po’ di sale

o forse è solamente un’impressione

nell’arida pianura disperata

che, con la voce di mille cicale,

da giorni invoca invano un acquazzone.

Aprendosi un passaggio tra le tende

il sole si è insinuato, tutt’a un tratto,

come in un ristorante di campagna,

quando, in certi pigri dopo pranzo,

danza sull’avanzo di lasagna,

luccica sul bordo del bicchiere,

e allo stesso modo ferma il tempo

come in questo mio scompartimento

inerte, sul binario arroventato

dove ha perso la sua quieta fretta.

Gocciola una suora sul breviario,

dorme un uomo, sotto la gazzetta

e una ragazza,

già in tenuta da mare,

si specchia

nel suo cellulare.

 


Martino Consoli vive a Milano, è doppiatore, traduttore e dialoghista di film e documentari