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Premio Turoldo 2008 - 6° edizione Fabio Franzin
da Canti dell’offesa
(Non è più l’umano che pensa il mondo. Oggi è l’inumano che ci pensa (…) per infiltrazione diretta di un pensiero virale, contaminatore e virtuale, inumano) Jean Baudrillard
14 luglio 2007, nell’area di servizio Bazzera
Povere statue. Mai state scolpite mai state toccate da arte o scalpello scaricate dalla stiva sull’asfalto
bollente dell’estate stese e per le storte pose degli arti derise. Statue del gelo nel gelo che ci avvolge.
Impresse nel display di qualche telefonino quale ulteriore ricordo vacanziero da mostrare ai mostri amici
le angurie fresche a fette nei tavoli il ghiaccio nei cocktail a cubetti quel ghiaccio triturato dai sorrisi.
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Le scaglie ocra del guscio di un uovo e le bucce di un mandarino, sparse in quel bel centrino rosso steso fra le fitte
e verdi stecche di una panchina - come in un’ara, installazione minimale, sacra rappresentazione ad assemblare codici
e colori del Natale: fra abete e presepe, i doni dei re Magi, l’umile mangiatoia - alle due del pomeriggio di quest’ultima
domenica d’avvento così bionda di luce lungo il viale delle ville. La statuina c’è: seduta accanto, e mi saluta con la mano
mentre passo, nell’altra una fetta di pan carré; gli stivaletti beige col pelo chiaro e la cerniera che spuntano sotto le balze
nere del montone certificano il viaggio affrontato per la fame. E’ festa anche per lei oggi, c’è un bel tepore nell’aria
italiana, la neve degli Urali è lontana ormai ma l’Europa è una piovra che sposta i pastorelli nella sua scacchiera
desolata fra scorie e ciminiere, nessun salvatore annunciato; la cometa ferma sopra la grotta del centro commerciale.
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Oggi, il kosovaro che lavora con me mi ha chiesto se potevo imprestargli cinquanta euro, si guardava nei piedi
mentre formulava quella sua richiesta chissà quanto a lungo meditata – lo sa che ho due figli, il mutuo per la casa
e tutto il resto – e sono sicuro sapesse anche la mia risposta perché non se l’è presa, sì, sì, certo, capisco, continuava
a dire scrollando la testa intanto che ci avviavamo verso i reparti, stretti i guanti nella mano. Però io non lo conoscevo
quello che ha dovuto dire mi dispiace proprio quando suonava la sirena e non c’era più tempo neanche per la vergogna.
Fabio Franzin abita a Motta di Livenza (TV)
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