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Premio Turoldo 2008 - 6° edizione
Benito
Galilea

Alte recinzioni al Don Guanella
Alte recinzioni al Don Guanella
per farli asciugare nudi come vermi,
al sole, sotto alberi secolari ad ombrello
sui muri romani, più vicini al nostro senso
di colpa nell’ora d’uscita, bambini in
viaggio.
Prader Willi è solo un nome nel tempo
senza segreti che inchioda il violino
di chi suona alle cento carrozzelle della
sera,
una parola caduta nel cappello di paglia
dell’uomo che cerca i ricci lungo i viali.
Eppure contromano il cuore s’immerge
in un filare d’occhi che ti cercano, ancora
un brulicare di sensi ostili ai più, per
tutti
il lancio senza tonfo di una pietra nello
stagno.
Mia nipote Vanessa è un’infermiera e li cura
col niente di parole, facendoli innamorare
senza vergogna, prendendoli per mano
per inchiodarli ai vivi che fuggono
commossi.
Nella luce di un sorriso avrà pensato di
lasciarli
dove li porta il sogno, in quella valle
segreta
che vede ritirare il furore dei muscoli alle
gambe,
in quelle stagioni chiuse alla rabbia di chi
soffre.
Basterebbe una veglia al cuore a chi volesse
questo polline di fiori naufragato
in mezzo alla fiumana dei corpi privi di
stampella.
E pure commuove il poco che ci ascolta, un
giorno
nuovo, la piccola innocenza che ci
sopravviverà.
Clochards
Prossimi allo sfratto, a loro ci pensa il
Comune
se hanno posto fisso, se guadagnano il
normale
e se per campare vivono vestiti otto ore al
giorno
come statue viventi ai lati della Standa.
Quasi
artisti di strada senza dimora che non sia
un cartone,
gente che saluta a cenni come da un quadro
in movimento:
Giuseppe con l’elastico al carrello, Plinio
dall’odore
pungente che fa subito zittire, un
fisarmonicista che stuzzica
i tasti suonando ai pendolari. Poi vengono
barboni
e soppesati, mandrilli senza pene da
mostrare, operatori
e volontari in rete o sui giornali: da
queste finestre
sfarinano i contorni di turisti e piccoli
industriali.
E’ un giorno feriale senza gloria, di quelli
dove è
possibile conoscere i nessuno tra i morti
sopravvissuti
per difetto. E se ne vanno come passi
stampati dal rullo
degli impianti, tra siringhe arrugginite e
ossi di pollo
dal sapore marcio, le università per bene in
fondo alla stazione.
Si evita il morbo lavandosi le mani nel
nasone, buttando
all’untore una moneta per scansare i
flagelli delle piaghe.
E quando il sole tramonta sull’Aniene, ci
pensano
i vigili in divisa a interrogare le ombre
leggere
che si muovono di notte, nel liquame che
avanza
dai tombini per portare intatti questi re
dell’alba
al vivere piano delle nostre coscienze:
mendicanti
e fumatori di tutto, senzatetto con
lavavetri e
turnisti dei ponti giù a Magliana, ilari
confusi
per il troppo bere, cercatori di pasti da
dividere a metà.
Sul tardi il vento suona una campana per
placare
all’origine la carità di questa città
cristiana, nel sonno
dei piccoli inciampi delle periferie
ovattate: lacrime
di Sant’Agostino scavate al sorgere
dell’anima.
Così i tanti pidocchi della strada se ne
vanno
a cinquant’anni senza scrivere una storia,
senza
un rigo che ci faccia star bene quando
ognuno
di noi avrà dentro qualcosa al loro posto.
Coro sopravvissuto
Se lo portava a letto il carillon
mio fratello, e se lo stringeva al petto
accarezzandolo come chi sa che cosa.
Lui che non aveva moglie
e si specchiava aggiustando motorini
per i ragazzi del muretto.
Sognando in segreto una miss letterina,
di quelle che fulminano senza fiatare.
Mitici eroi di birrerie e di puttane,
erano così i ragazzi senza leva
obbligatoria.
E campavano demolendo fantasmi
per un futuro divenuto anziano.
Pendoli senza memoria né pelle,
cinguettavano alla luna accostando
i sensi ai perdenti del quartiere: semplici
animali migratori nel mare della
sopravvivenza.
Al mattino noi siamo qui a ripensarlo.
E a mummificarci col cagnolino bastardo
che fa la guardia a una piccola lapide.
Forse
lui lo ricorda mio fratello col carillon,
lui che
lo guardava sull’asfalto, lontano dal
branco,
il sole a picco sugli occhi spenti.
Domani sarà vecchio anche il ritratto
di questa storia che torna a volteggiare
sulle insegne scolorite dei negozi,
qui dove una bimba saluta camminando
col cono che si scioglie tra le mani.
Si attendono notizie dall’al di là.
Benito Galilea , giornalista
e critico calabrese, vive a Roma
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