Premio Turoldo 2008 - 6° edizione

            

                    


 

 

 

CLANDESTINA

          Ho ascoltato nel mio vagare

         Che soffrire vuol dire amare

 

Io Ti prego Signore

 con l’anima fervente

di giovenca morente.

La vita è troppo lunga

Nella baracca dei sudori sfiniti,

dal tempo irranciditi.

Signore, io canto le tue lodi,

m’inebria il desiderio

di poterti raggiungere.

Modi ho cercato tanti

per non sentire i pianti

dell’uomo mio,

e soffrono i miei occhi

le piaghe dei miei vecchi,

le schiene fatte sangue.

 

Ho sofferto lacrime e sudore.

Ma non per questo

abbi pietà, Signore.

E’ un dono non degno di Te

perché esso viene da me.

Signore, io t’offro mio figlio.

Ha gli occhi larghi di paura,

stupiti per l’odio del mondo.

 

Ha il ventre gonfio di fame.

Ti prego abbine cura.

Ha la pelle grinzosa

vecchia di sofferenza annosa.

Le caviglie son troppo sottili

per portar ceppi e duri fili.

Ha le labbra serrate e atterrite

da cattiverie viste e subite.

Lui è ciò che mi resta, Signore.

 

Prendilo, aiutaci,

dacci il tuo calore,

volgiti verso il buio

della nostra pelle

e del nostro dolore.

 

 

 

GRIGIO

 

Grigio.

Ascondono i monti gli anfratti 

Negli orizzonti umidi e piatti.

I violoncelli strisciano assorti

Stanchi minuetti di morti.

 

Religio.

Ori frusti scarpini biancastri

Ciprie parrucche penduli nastri,

Un lento fantasma che langue

pena una figurazione esangue.

 

Piano.

Vittorie sconfitte dai giorni.

Già spente le pompe dei corni,

Nei cavi trianon degli oblii

Chiudiamo negli occhi gli addii.

 

Invano.

Componiamoci in cerca di pace

All’effemeride cupa e rapace

Del sonno negli imi miasmi

Dei morbidi e grigi ectoplasmi.  

 

 

L’ULTIMA BALLATA

(quinta e ultima della serie Mafia 2008)

 

La scena si svolge nella Piazza Ballarò di Palermo. Un uomo malvestito, di età indefinibile e con una chitarra a tracolla appende su un muro il suo cartellone che contiene disegni malfatti che rappresentano uccisioni, intimidazioni e perfino l’immagine di un bambino con il corpo semisquagliato in un liquido, chiaro riferimento ad una rappresaglia mafiosa in cui il corpo del figlio di un pentito, un ragazzino di 11 anni , fu  sciolto nell’acido solforico

 

Ehi, mi riconoscete? Sono tornato. Sì, sono Don Fulippo, il cantastorie. Che dice lei? Sì, vero è, è da due mesi che non vengo. Ma ora sono ritornato. Definitivamente. No, il fatto è che, per levarmi dal mezzo, perché dice che parlo troppo, mi avevano trovato un posto. Un posto di responsabilità, di cultura perché io ci ho nientemeno che la quinta alimentare. Insomma, che volete, davanti a un posto fisso, con lo stipendio boniceddo, non ho saputo resistere. Operatore ecologico. Comunque a combattere con la munnizza. Ma quando mi ho accorto che sempre la stessa merce trattavo (munnizza là e munnizza qua) mi ho licenziato perché ho saputo certe cose terribili...Ma io solo ero rimasto e ora chi ve le canta queste storie? Ora se la pigliano pure con l’arte. Sì con l’arte che è grazia di Dio . Ma u Signuri un ci à dormiri. Sentite, sentite e sbalordite!

 

Imbraccia la chitarra e comincia a cantare, aiutandosi con il cartellone e bevendo di tanto in tanto da un fiasco di vino

 

Iu cca sugnu un artista chi canta

er aiu l’uocchi di lacrimi asciutti,

pi sfidari a ddu pezzu i novanta

ca ra genti ri ccà si nni futti.

 

Vui riciti ca io m’a scantari,

ca sintennumi a carni v’arrizza.

Abbannìu pi ffari trimari

Tutti chiddi chi sunnu munnizza.

 

E turnavi pi ffari sapiri

Ca ci su ancuora cani arraggiati,

ca si parri e fai u to duviri,

ti zittiscinu cu i scupittati.

 

Iddi un hanno unni sbattiri i cuorna

E si sientuno nfanfari, sparti.

E uora c’è cu minaccia e chi tuorna

Pi vagnarisi u pizzu nta l’arti.

 

Un rispiettano mancu  i tiatri,

nta cultura iddi vuonnu addattari;

ca è di Diu e scantativi latri,

 ca u Signuri v’avà castigari.

 

Puru Danti, ca cantò i tri Rigni,

ci mannò tutti i tinti nto Nfiernu

ma i mafiusi unni su mancu digni,

da cunnanna ri lu Patreternu.

Iu chi cantu e ca sugnu un artista,

sugnu ccà pi guidari a protesta

e si ccè un mafiusu ccà in vista,

si s’a fira, mi sparassi n’tiesta.

 

Si ode uno sparo. Il cantastorie si accascia ma non smette.

 

Stu curnuto ammucciatu m’ha accisu...

 

Cerca di rialzarsi ma ricade

 

Tu, Signuri mi pruoi a To manu?

Staiu vinennu nto To Paraddisu...

 

Muore

 

 

Traduzione italiana- Io qui sono, un artista che canta- con i miei occhi di lacrime asciutti- per sfidare quel pezzo da novanta- che della gente di qua se ne fotte// Voi dite che io devo spaventarmi- che sentendomi vi viene la pelle d’oca. Io grido per fare tremare- tutti quelli che sono mondezza// E tornai per farvi sapere- che ci sono ancora cani arrabbiati- che, se parli e fai il tuo dovere,- ti zittiscono a fucilate//Loro non hanno dove sbattere le corna- e si sentono importanti, per giunta-e ora c’è chi minaccia e ritorna- per bagnarsi il becco nell’arte(1)//Non rispettano neanche il teatro-nella cultura vogliono pure allattare-che è di Dio, e temetelo, ladri- ché il Signore vi deve castigare// Io, che canto e che sono un artista,- sono qui per guidar la protesta- e, se c’è un mafioso qui in vista-se ne è capace, che mi spari in testa//...// Questo cornuto nascosto m’ha ucciso...Tu, Signore, mi porgi  la mano?-Sto venendo nel Tuo Paradiso...

 

1)    Il pizzo si chiama così perché, nei secoli passati, se in un quartiere o in un rione di Palermo qualcuno faceva un buon affare, per festeggiare dava da bere al quartiere che così “si bagnava il becco”. Becco in siciliano si dice “pizzo”. Se, però, il fortunato non offriva, i capi del quartiere andavano a protestare e questo, allora, li tacitava con una sommetta di denaro che gli costava senz’altro meno che far bere tutti. E così questi  capi potevano bagnarsi il “pizzo”.    

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Questa ballata, di 35 versi, può essere eseguita da un cantastorie, disponendo già di una base musicale che riprende musiche popolari del ‘600

 


 Antonino Giordano è un ex dirigente scolastico e vive a  Palermo.