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Premio Turoldo 2008 - 6° edizione
Ada
Incudine

Ci sono luoghi
Ci sono luoghi dove
puoi prendere il volto dell’Universo fra le
mani come
quello dell’amato e amarlo.
Rocciose canne d’organo come sculture
improvvise
s’ergono dalla fatica della terra.
Materica
essenza
dettagli minuti ed immensi totali
in eccessivi saturi colori
sfumature d’un mondo vago
ingovernabile sterminato.
Arrugginisce il cielo
s’allunga nell’inclinata luce del
tramonto.
Nel graffito lo scorpione inchioda
la sua ombra di pietra.
Carovane di turbanti come macchie d’henné
vagano nell’oceano secco.
Porta del silenzio,visionario orizzonte.
Senz’ armi errano
dune nude al di là dell’eco.
Ruggisce il sole incendia gli occhi
artiglia la carne,
s’innalza il vento lungo in torri di
sabbia zafferano
nell’ estasi volteggiante di una danza
come la gonna del derviscio.
Ci sono luoghi di confluenze
spazi istantanei nell’immenso stellato
dove puoi
in tanta smisurata notte trattenere
dell’universo
l’infinitezza.
Ci sono luoghi dove puoi
prendere il volto di Dio fra le mani
ed amarlo.
Per un ultimo Tango
Notte mulatta
nell’ora incerta che colora la figlia della
luna e del rimpianto.
Di evaporate voci luccica il fiume
d’argento.
Lineamenti precipitati dall’abisso del cielo
stellato
come malinconiche fiamme
piangono nella penombra la cicatrice della
lontananza.
Si converte l’amara tristezza
in musica della distanza, simbolo e sogno
annegati nei giri di danza
vite tronche rivissute in pulsanti lusinghe,
nel continuo attirarsi e respingersi,
in giochi di gambe e congiunte spine
dorsali di mercurio.
Nello scandalo del buio fugaci mortali
abbracci.
Geme il Rio de la Plata ,
implorante fiume d’angeli dolenti,
di tutte quelle vite abbandonate senza un’
addio.
Corpi e sangue della storia che
con i sonagli di serpente scivolano lenti ai
fianchi creoli.
Spettrali reminiscenze
come i colpi di frusta di chi mai scese dai
legni,
zampe di leone in catene,
ammucchiate riserve di carne che
dalla sponda dell’esilio guardano lontano
verso l’Africa.
Ogni notte nella melodia di graffiati passi
sanguina la schiena della luna.
Rio de la Plata.
Penetranti corpi ondulanti
di muscoli e sudore e guancia a guancia,
fronte a fronte
tessono umida trama d’ ambigui nudi
sguardi.
Brevi istanti. Mani d’alcova.
Danzano stretti gli amanti di una notte
s’amano ardono audaci ad ingannar la morte
Ferita dalla luce
una sola ombra d’anime rapaci
balla sulla punta del coltello
a strapparsi respiri e sogni nella rete
delle illusioni.
S’alza verticale la danza
regina di desiderio e sazietà che alla resa
offre il collo.
Per una struggente notte che annienta l’
assenza
per il sortilegio d’una canzone
per l’alba che già s’indovina,
per un ultimo tango.
Stelle senza cielo
Trovarsi in un giorno qualunque
separati da se stessi
nell’angolo di una stanza sommersi dalla
mente
cosi estranea e distante
e dall’angoscia che tracima dal corpo
con sguardo obliquo nel muto spavento
d’essere ammattiti.
E rapidi ruzzolare, privi di colore,
rimescolati in un nodo senza dignità
appiattiti come lumache nel guscio
in un dedalo di corsie.
Dolenti stanche salamandre sedute,
immobili come appena morte.
Scavati volti che non occupano spazio
si prendono a ceffoni, si grattano il
mento,
raggomitolati ore ed ore nel torpore
a contare il numero delle stecche della
serranda e
da quante filtra un indizio sbiadito di
luce,
quanti i ricami delle piastrelle del bagno,
confuse visioni
di facce tremanti nei muri, e i mattoni in
terra che
mozzano ogni volta la distanza dalla terra
al cielo.
Parole sdentate che hanno smesso di fare il
conto
di giorni e mesi e strascinano pietre
in una pioggia battente di lacrime secche
che
agli occhi e al cuore s’ appende
nel tempo che dura un minuto,
e che non passa mai.
Spinosi sbadigli pieni di niente , pieni di
vuoto,
macigni di rimpianti, finzioni della mente,
ronzii e voci bucano la gabbia del cervello.
Azzanna l’isteria come un cane nero re
degli inferi,
mentre i lineamenti amati ogni notte si
fanno più e più
smorzate fiamme d’un sole stremato
nell’inverno di ferro.
L’inquietudine stilla sotto i petali rugosi
delle palpebre
fra i letti e le lampadine, brontola fra gli
acari,
patisce l’oblio d’un vento ghiacciato.
Rimbalzano sulle pareti di una scatola
chiusa
le urla e le bestemmie, i pugni dati
contro le porte piombate di silenzio
e strette si fanno le braccia al petto
nell’affanno
d’un vago abbraccio.
Il sussulto d’una luce , di una porta che
s’apre
rivela violento il riverbero stagnante di
una ferita.
Sogni dimenticati al banco dei pegni.
Naufragate stelle senza cielo
verniciate sul buio che
pregano che rapida l’anima spicchi il volo
nella notte che cade e
grazia sottrae.
Ada Incudine, sociologa e antropologa, ora
insegna Yoga a Roma
Commenti
Sono Bruno Montanari. Mi sono permesso di inviare in
allegato un breve commento alle poesie di Ada Incudine. Sono le parole di
un semplice lettore, che nella sua vita fa un mestiere lontano dalla
poesia (insegno Filosofia del diritto!); ma forse, proprio grazie a questa
"ignoranza" poetica, sono parole autentiche, che riflettono la sincerità
della lettura - grazie
***
Il modo migliore per assaporare la poesia di Ada Incudine è
quello di lasciare che le sue parole entrino dentro la “pancia” del
fortunato lettore e, da lì, si traducano in respiro, in moti dell’animo,
in immagini. Sì, perché l’andare dei suoi versi, spesso senza segni di
interpunzione, ma semplicemente interrotti da spazi tra le parole, dà
proprio il senso di un respiro dolente dell’anima che si trasforma in
immagine. Come non vedersi davanti agli occhi la teoria degli schiavi
negri, corpi di uomini e donne sfiancati dalla fatica e dal dolore, eppure
non abbrutiti; la loro vita mortificata che tuttavia non si sottrae
all’amore. E ancora. I volti scavati, gli occhi allucinati e gli sguardi
perduti ad ogni ragione, quelle larve di corpi attraversate da una luce
livida che si abbatte come un lenzuolo di pietra sulla esistenza dei
folli. Mi è sembrato di esser di fronte ad un dipinto di El Greco: quei
volti scavati dal biancore della luce e dalla oscurità delle ombre, quella
tristezza e quel terrore che è dentro le visceri dei suoi personaggi e ne
disegna il destino.
La forte carica emotiva che questi versi ti rovesciano
sull’anima nasce, a mio avviso, dalla capacità dell’autrice di scavare
dentro di sé e sotto la superficie delle cose per far emergere
l’invisibile. Così un tango sul Rio della Plata evoca storie di
sofferenze e schiavitù, di emigrazione forzata e laceranti distacchi.
E le “ rocciose canne d’organo che come sculture
improvvise s’ergono dalla fatica della terra” nella lirica “ Ci sono
luoghi” riescono a proiettare il lettore in un mondo tra il metafisico e
il reale, dove l’oggi ha dietro di sé la memoria dei millenni e il tutto
è sospeso in un’eternità senza tempo che ha il volto di Dio.
Poesia a tinte forti, quasi carnale e nello stesso tempo metafisica e
spirituale. Poesia fortemente simbolica, dove la metafora serve a
squassare gli animi e penetrare le coscienze. E’ quello di cui c’è
bisogno. Gabriella Lobianco
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