Premio Turoldo 2008 - 6° edizione

            Daniela Raimondi

                    


  

 

La citta dove si aggiustano gli uomini *

  

i.            Odissea Notturna

 

Un corpo un numero un nome.

Qui non ci sono fiori.

Non ci sono ombrelli, cappotti rossi, bambini.

È un mondo muto, puro come il sale.

 

Spengono le luci. 

I malati scendono nel ventre delle sotterranee.

Hanno mani bianche, orecchie di carta velina.

Sono fantasmi sotto le luci azzurre dei corridoi.

Osservano le file di cuori sotto spirito,

la solitudine dei feti nei vasi di cristallo.

 

Questa è una prigione di donne. 

Un gineceo di corpi sterili.

Le vecchie rantolano nei loro astucci bianchi,

si agitano come bambine nei vicoli dei sogni.

Qualcuno russa.  Muove nel buio la lingua di cenere.

Sento l’aprirsi e il chiudersi,

l’aprirsi

        e il chiudersi                   

 

                  faticoso             dei polmoni.

 

Una donna grida.   

Gli angeli del soccorso hanno calze nere

e mani nervose. 

Le portano in dono poche gocce d’amore.

L’ago entra nel braccio come una fiaba

e la donna si scioglie, è di zucchero.

La testa ricade soffice come una pesca.

 

Dormono le donne magre, gli anemici,

gli esseri soli della terra.  I senza figli,

i senza corpo, i corpi di cera infilati nei pigiami.

Giù nel cortile i topi divorano foglie di cavolo,

garze, croste di pane. 

Le loro code guizzano dentro ai cassonetti.

Vegliano i portieri di notte,

gli occhi di scimmia dietro le tende a fiori.

E vegliano le bocche sigillate degli insonni,

i cuori inamidati delle infermiere.

 

 

ii.        Il taglio

 

I chirurghi si infilano i guanti con gesti sacerdotali.

Sul tavolo splendono bulloni, spade di samurai,

femori di ferro, le protesi dei seni.

Lasciamo nei loro catini

organi vivi, gerani di sangue,

piccoli pezzi della nostra immortalità.

 

Il mio corpo attende sull’altare di pietra.

Ora lo spirito uscirà dalla bocca,

aspetterà per cinque ore al mio fianco.

Questi uomini scenderanno come minatori

nelle caverne del mio ventre:

una luce sulla fronte, le mani insanguinate.

 

L’orologio segna le nove e quaranta:

la cannula allarga le vene dei polsi.

Mi doneranno un sonno che è un’ala di ape,

qualcosa di silenzioso e morbido come la morte.

Cinque ore di viaggio di là dal fiume

cinque ore di sonno con un cuore di sasso.

 

Così, dunque, è morire:

l’ossigeno rarefatto nel cervello,

una seta che si allarga nei polmoni.

Senza pupille,

il sangue immobile.

 

La lunga antenna si avvicina,

vibra nell’aria come un pistillo.

Il suo occhio entrerà la mia carne,

illuminerà il rossovivo dell’aorta.

 

Il lungo dito d’acciaio penetra la foresta di muscoli,

brilla fra il buio delle arterie.

È una lingua che scava nell’archeologia della carne,

una lingua che lecca, che mi taglia e mi ricuce. 

Ricama punti perfetti nel buio.

 

 

 

iii.      La riva dei sopravvissuti

 

Distesa.

Bambina senza memoria.

Occhi aperti – vuota come un cielo senza nuvole.

Accesa sul letto.  Un fuoco di ginestre

una luce senza interruttore –

sempre accesa.

 

Il corpo ha la rigidità di un soldato.

Mi guardo da quest’angolo in penombra,

da sopra il soffitto, da molto, molto lontano.

Sospesa nell’aria, al limite. 

Fine del mondo.

Un astronauta, un embrione senza polmoni,

il palombaro che avanza sul fondo del mare.

Cammino nell’acqua. 

Respiro la luce,

la splendida leggerezza di un filo di ossigeno. 

 

Hanno richiuso i petali di carne,

fermato la fontana del mio sangue.

Hanno nascosto sotto un tappeto nervi,

ossicine, le mie radici contorte.

Dalla ferita trasuda una palude di acqua, linfa, plasma.

Il gocciolio esce dal tubo conficcato nel mio fianco.

Sono un cristo-femmina

sono Lazzaro disteso nel sudario immacolato.

 

Fuori dalla finestra è il mattino,

il primo sole avanza nel suo singhiozzo bianco.

La neve copre i tetti delle fabbriche,

il rami nudi di una betulla.

Il giorno si apre nel cielo

come un frutto invernale.

 

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*) Il titolo è stato preso in prestito da  Sylvia Plath.

‘La città dove si aggiustano gli uomini’ era a sua volta il titolo di un racconto letto dalla Plath in un’antologia di leggende africane. 

Il primo testo è presente nelle antologie de Il Lago Verde, 2008 e Il Litorale, 2008.  I tre testi sono presenti nell’antologia: La Nuova Poesia, Città di Rimini, 2008.

Le poesie sono inoltre presenti sul blog: http://danielaraimondi.splinder.com/

  


 Daniela Raimondi è insegnante di italiano in Inghilterra

 

Commenti

 

Trovo alcuni passaggi un po' dilungati, ma trovo anche una poesia fatta di immagine vivide, plastiche, al volte caravaggesche, che ben esprimono l'angoscia che il testo vuole significare, il senso di solitudine, di spersonalizzazione, di annientamento dell'Io che si sente in balìa di tutto e impotente.  Bene è reso anche il contrasto fra panico dell'Io e indifferenza del mondo, che continua il suo tran tran imperturbabile neppure accorgendosi di questa tragedia che in sé è la più assoluta e angosciosa e trattandola anzi come un evento banalizzato, un fatto anonimo e irrilevante.  Lingua molto curata, ben scelta, e prosodia notevole.  Davvero una brava poetessa, di non comune talento. - S. Zani

 

Sono d'accordo con S. Zani, anche se in questo magma di immagini inquietanti rivedo più Hieronymus Bosch che Caravaggio.  Dispiace non scorgere un barlume di speranza, ma è vera poesia. - Andrea Masotti

 

Saranno pure senza speranza queste poesie, ma hanno una carica emotiva di grande impatto: chiamano il lettore a partecipare di immagini e dolori che l'autrice sente di dover sviscerare a costo di risultare brutale e (paradossalmente) anti-poetica. Ma questa è la vera forza di questi versi, di cui si avverte la sensibilità tutta femminile. Sono poesie meravigliose, non c'è altro da aggiungere. - Vincenzo Lisciani Petrini

 

GotiKa. L’autrice è artefice di  un’ "Opera al Nero".  Solo chi è stato in prossimità della morte, solo chi porta con sé tutto un mondo di vita e morte, di gioie e dolori, può  parlarci di mondi e cose ultime, universali ed eterne. C’è forza e  controllo. Versi fisici che trasudano odori e sangue.  C’è dolore e  stanchezza , impotenza e profonda "pietas".
"Vivere è difficile ; cosa  difficile non dire nulla".  Questo pensiero, di terribile immanenza, ci  obbliga a pensare il mondo e in questo ci si libera dall’inessenziale:  solo vita e morte contano. Tali conoscenze vengono dal profondo, da una  "gnosis" di chi è entrato con interezza, fino in fondo nell’Oscurità,  per perdersi e ritrovare la Luce. Poesia Estrema.  ADA INCUDINE
 

Di questa autrice mi colpisce la densità delle parole. Sono parole che hanno corpo. E' la poesia che amo di più che è la stessa di Sylvia Plath e Anne Sexton. Maria Zimotti